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DICEMBRE 2007 |
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AGOSTINO D'IPPONA SANGUE SPARSO Vittorino Grossi, osa
SOMMARIO |
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Il tema del "sangue sparso"
era molto comune nell'antichità cristiana fin dai tempi
subapostolici. Lo esaminiamo soprattutto nel Commento di s.
Agostino al Vangelo di Giovanni. Esso rappresenta, nell'opera
agostiniana, un ampio arco di tempo (dal 406 al 418), e riflette
perciò le linee del pensiero di Agostino relativo sia alla polemica
donatista che a quella pelagiana. La polemica donatista approfondì
la natura essenziale circa le questioni sacramentarie. Un
sacramento, ne fu la conclusione, è della Chiesa, ne è essa il
ministro, perciò a nessuna persona singola è concesso sia di
monopolizzarlo che di manipolarlo. La polemica pelagiana approfondì
l'universalità della redenzione. Cristo, cioè, ha sparso il suo
sangue per tutti e non solo per una classe di uomini, gli adulti,
che sarebbero in possesso di una supposta coscienza sviluppata e
perciò responsabili del loro agire, escludendo di conseguenza i
menomati psichici e in particolare i bambini.
Nella questione del "sangue di
Gesù" si ha quindi, nel Commento a Giovanni, l'intreccio
della questione sacramentaria con quella più generale della "morte
di Cristo", cioè le ragioni soteriologiche. Il "sangue sparso" era
già, ai tempi di Agostino, un'espressione tecnica per significare la
morte. Questa riceve significato dal come e dal perché la si
accetta. Cristo poteva dare e diede significato alla sua morte,
constatata come quella di tutti che avvenne, tra l'altro, con una
grande dispersione di sangue. Morire perciò fu per lui anche uno
"spargere sangue" fisicamente, sino a non averne più, morì
cioè anche lui. Agostino, d'altra
parte, visse in un momento storico in cui le città romane, sottoposte ad
assedi e occupazioni da parte di popoli invasori, venivano spesso
lasciate intrise di tanto sangue umano. Il sangue sparso degli uomini
ritrovava allora nella riflessione di Agostino un suo significato nel
"sangue sparso" di Cristo. Egli perciò nel Tractatus in lohannem
(cfr 119, 4) parla della morte che, in Cristo, riceve significato
dall'umiltà di accettarla (cfr 119, 4); ne parla come vita perché in
Cristo si tratta della morte del re delle genti (cfr 117, 5). Morendo
lui vivono gli altri, perché Cristo rappresenta l'uomo che, pur morendo,
non muore; l'uomo che, se muore lui, muoiono tutti. Parlando della morte
di Cristo si parla perciò della "potenza della sua morte" e non della
sua disfatta a causa della morte, così come abitualmente si dice della
morte di tutti (cfr 31, 6).
La morte di Cristo è vista da
Agostino come espressione di somma libertà per lui e di speranza per
l'umanità di non sottostare più alla condanna di dover morire. La
morte del Signore non fu cioè frutto di un destino segnato, da
capire all'interno del fatum pagano, ma frutto ed espressione
di una libertà somma. Cristo infatti, per Agostino, non subì la
morte, ma l'aspettò come aveva atteso il tempo della sua nascita tra
gli uomini (cfr Gv 7,30). Al concetto "agostiniano" di redenzione è
perciò non solo necessaria, ma inerente la componente libertà. Il
valore degli atti umani si misura sulla dimensione della libertà che
in Cristo fu somma. Il sangue versato da Cristo non va valutato sul
piano meramente fisiologico, quasi esso abbia valore in quanto tale,
bensì quale sangue versato, cioè di vita donata. È questo un primo
elemento per comprendere il sangue legato a una redenzione, anzi la
semantica stessa del "sangue sparso" di Cristo include in Agostino
tale nozione. La morte cruenta del Figlio di Dio è pertanto da
leggersi nella sua vita non come un epilogo di
nascita-crescita-morte, bensì nell'ambito della missione che doveva
compiere.
Da tale base Agostino fa derivare la speranza umana di non disperare più di dover vagare lontano da Dio, anche per coloro stessi che lo uccisero. Cristo infatti cancellò sulla croce la sentenza di morte che gravava sull'umanità: morrete nel vostro peccato (Gv 8, 24). Egli, facendone un'applicazione alla comunione eucaristica, si esprime così: (Cristo) non considerava che riceveva la morte da loro, ma che moriva per loro. È così grande il favore ad essi accordato con la morte di Cristo, da loro inflitta e per loro accettata, che nessuno deve disperare per la remissione dei propri peccati... Continuarono (coloro che l'uccisero) a disperare nella loro salvezza, finché non bevvero il sangue che avevano versato (In Johannis Evangelium tractatus, 32, 9)... (Cristo) li richiamò alla speranza... Ridonò la speranza a chi l'aveva perduta... perfino a chi aveva ucciso Cristo... molti credettero, ricevettero il sangue di Cristo come dono affinchè, bevendolo, ottenessero la liberazione invece che essere condannati per la colpa di averlo versato: chi potrà dunque disperare? (Ib., 38, 7). La speranza è per tutti perché Cristo è morto per tutti, come venne indicato nel titolo di re appeso sul legno della croce. Se non si può alterare - si chiede Agostino - ciò che Pilato ha scritto, si potrà alterare ciò che la Verità ha detto? E poi Cristo è re soltanto dei Giudei o anche di tutte le genti? È certamente re di tutte le genti... Cristo dunque è il re dei Giudei, ma dei Giudei circoncisi nel cuore, secondo lo spirito e non secondo la lettera; è il re di coloro che traggono la loro gloria non dagli uomini ma da Dio, che appartengono alla Gerusalemme che è libera, che è la nostra madre celeste (Ih., 117, 5; vedi anche sul significato di Cristo "Re dei Giudei": ib., 51, 4 e 9; Enarra-tiones in psalmos, 59, 9).
Il rapporto tra il sangue
versato sulla croce, in particolare quello uscito dal costato di
Cristo secondo il racconto di Gv 19, 34, e i sacramenti, è preso in
considerazione da Agostino nella sua omelia 120 del Commento a
Giovanni, da datarsi dopo il 416. Al centro della riflessione di
Agostino vi è Cristo redentore in primo luogo, e quindi, in secondo
luogo, la Chiesa e i sacramenti. Il sangue di Cristo, uscito dal suo
costato, ferito dalla lancia
del soldato romano, costituisce ora il punto di partenza per
decifrare sia la Chiesa che i suoi sacramenti.
Nell'ottica antidonatista
Agostino articolava così il suo discorso soteriologico: i
sacramenti della Chiesa operano ciò che significano e
indipendentemente da chi li pone. Essi infatti non sono dei
segni falsi e hanno valore perché Cristo è presente nel
ministero di chi li pone. Emerge in questo modo di ragionare la
centralità della Chiesa e quella di Cristo attraverso la
mediazione dei segni sacri della Chiesa, vale a dire dei
sacramenti. Ora invece, nell'omelia 120 del Commento a
Giovanni, emerge sovrana la centralità del sangue di Cristo,
dal quale traggono valore e comprensione la Chiesa e i suoi
sacramenti. Agostino vuol rilevare l'universalità di Cristo
redentore e come ogni efficacia di tale redenzione trae origine
dal sangue versato sulla croce.
Ascoltiamone prima il
testo principale e quindi daremo qualche rilievo di natura
ecclesiologica e sacramentaria. Nel costato di Cristo,
scrive Agostino, fu come aperta la porta della vita, donde
fluirono i sacramenti della Chiesa... Quel sangue è stato
versato per la remissione dei peccati; quell'acqua tempera il
calice della salvezza e e insieme bevanda e lavacro... Il
secondo Adamo, chinato il capo, si addormentò sulla croce,
perché così, con il sangue e l'acqua che sgorgarono dal suo
fianco, fosse formata la sua sposa. O morte, per cui i morti
riprendono vita! Che cosa c'è di più puro di questo sangue? Che
cosa c'è di più salutare di questa ferita? (In lohannis, o. e.,
120, 2)1.
La Chiesa, secondo questo
testo, nasce dal costato aperto di Cristo come da una porta,
simile a Eva uscita dal fianco di Adamo assopito. L'immagine di
Chiesa che ne risulta non è quella di una società già formata
che vive della redenzione e dei sacramenti datile da Cristo,
perché giunga alla vita eterna. La Chiesa sono gli uomini che,
toccati dal Cristo redentore, escono dal suo fianco. Quel fiotto
di sangue, che fluisce dal costato di Cristo, è la Chiesa, cioè
gli uomini che, passando attraverso quel fiotto di sangue e
acqua, la costituiscono. I redenti perciò non dicono riferimento
immediato alla Chiesa ma a Cristo e, passando attraverso di lui,
la sua passione, il suo sangue, formano e generano la Chiesa. È
lui il primo, la Chiesa nasce da lui2. La porta di
salvezza degli uomini e quindi della stessa
Chiesa è primieramente il costato di Cristo e non i
sacramenti, che sono invece la mediazione nata da quel
sangue.
Agostino, nella
medesima omelia, indica anche la dimensione di comprensione
di tale realtà. Essa è la fede rivelataci dalle Scritture
che, in Cristo, trovano il loro compimento (cfr ìb.,
120, 3). L'approfondimento della fede egli lo sviluppa in
modo particolare relazionandolo al battesimo. La stessa
acqua battesimale deriva la sua virtus di
purificazione dalla parola della fede e ciò sia per il
bambino che per l'adulto3.
Quanto a un esame
in Agostino del binomio "sangue sparso-remissione dei
peccati", considerato non a sé ma quale testimonianza
della vita ecclesiale della fine del sec. IV e la prima
metà del sec. V, va anzitutto rilevato come lui, in
questioni riguardanti i misteri cristiani, avesse un
istinto teologico tale che gli consentiva di non isolare
per settori gli aspetti più diversi, percepiva i
"frammenti cristiani" sempre all'interno di un tutto,
che decifrava nel Cristo redentore, unico mediatore (la
filigrana delle Confessioni e della Città di
Dio). Tutto ciò fu in lui particolarmente vero a
proposito della remissione dei peccati che, al suo
tempo, conosceva un triplice modo di perdono: il
battesimo (dato semel), la preghiera del Padre
nostro considerata battesimo quotidiano, la "seconda
penitenza" che, nella linea battesimale, veniva data una
sola volta in vita. Agostino, pur attestandosi sulla
prassi tradizionale del semel, immise in essa
elementi che consentirono di superare i limiti
connaturali alla regola di poterne usufruire una sola
volta4.
Agostino pone la
fondazione teologica del perdono nella Chiesa in una
triade di natura sua non separabile: "sangue di Cristo,
Spirito Santo e Chiesa".
Il "sangue di
Cristo", formula equivalente di quella tradizionale
"sangue sparso", costituisce la radice del tutto; lo
Spirito Santo
mette in atto il perdono, cioè, come si esprimeva
già Clemente Alessandrino, il sangue di Cristo
diviene sangue spirituale per gli uomini.
Il perdono, in altri termini, è il frutto che gli
uomini colgono dall'albero della redenzione. Ciò
viene reso possibile nella Chiesa, "luogo dello
Spirito" secondo la tradizione asiatica accolta da
quella africana, ma anche mediazione ministeriale
perché a lei, a tale scopo, sono state date le
chiavi del regno dei deli5.
Nel sermone
sulla trasmissione del simbolo (il 214, datato nella
quaresima del 391), Agostino, prete da poco tempo,
spiega l'articolo "credo nella remissione dei
peccati", sintetizzando la questione nel modo
seguente: La Chiesa del Dio vivo... ha ricevuto
le chiavi del regno dei deli, affinchè in essa, per
mezzo del sangue di Cristo, operante lo Spirito
Santo, ci sia la remissione dei peccati (Sermones,
214,11). È questo un principio teologico che
tiene presente l'insieme degli elementi riguardanti
la remissione dei peccati. Agostino infatti colloca
il perdono nella terza parte del simbolo,
rispettandone l'articolazione, che era costruita
sullo Spirito Santo; il quale nella Chiesa opera la
remissione dei peccati, ma lo riannoda al sangue
di Cristo che ne è la radice. A proposito di
alcuni che facevano una catechesi parziale al
riguardo, egli si chiede: Niente sullo Spirito
Santo, niente sulla santa Chiesa, niente sulla
remissione dei peccati? (De fide et operibus,
9,14).
Una questione
connessa con la remissione dei peccati, oggi molto
sentita pastoralmente, e che anche teologicamente
inizia a essere sottoposta a una più attenta
riflessione, riguarda l'ampiezza concreta accordata
ai cristiani nell'antichità in occasione di gravi
fallimenti spirituali. Già al tempo di Cipria-nò
correnti rigoriste all'interno della "Cattolica" non
accordavano la pace agli adulteri impedendo loro, di
conseguenza, di accedere alla penitenza. Si adduceva
la ragione che il perdono non costituisse motivo
d'incitamento al crimine piuttosto che di
allontanamento. Tertulliano montanista aveva
formulato la regola nel modo seguente: La Chiesa
può condonare un delitto, ma io (il Paraclito)
non lo farò, affinchè altri non pecchino
ulteriormente (De pudicitia, 21).
Al tempo di
Agostino, verso il 396, esistevano ancora alcuni che
negavano alla Chiesa il potere di remissione di ogni
peccato (cfr De agone christiano, 31, 33).
Quanto all'estensione di tale perdono egli ne indica
la fonte nel Cristo morente sulla croce il cui
sangue versato per la remissione dei peccati... è
insieme bevanda e lavacro (In lohannis, o. c.,
120, 2), e nel donarsi dello Spirito Santo che opera
ogni remissione6.
Il vescovo
d'Ippona ebbe chiara l'idea che la causa della
riconciliazione è sempre la medesima in ogni
modalità penitenziale 7; sul piano
pratico, tuttavia, non si nascondeva la
difficoltà che paragonava all'agonia di Gesù
nell'orto degli ulivi.
Scrivendo
all'amico Paolino di Noia si confidava: Che
dire, Paolino, del problema se si debba punire o
meno... occorre tener presente non solo la
natura e il numero delle colpe, ma anche la
forza d'animo con cui uno sopporta o rifiuta il
castigo, affinchè ne ritragga vantaggio o almeno
non ne ricavi uno svantaggio. Quanto è
misterioso tutto ciò... Quanto a me ti confesso
che mi succede di sbagliare ogni giorno. Anche
quando pare doveroso giudicare, quale ansia,
quale angoscia (Epistulae, 95, 3)!
Nei testi
penitenziali agostiniani possiamo cogliere
alcune linee fondamentali che trovano la loro
giustificazione nell'unica causa della
riconciliazione: "il sangue versato sulla
croce". Tali linee sono:
1. Nessun crimine è sottratto al perdono della Chiesa. Egli scrive: L'impudicizia, l'idolatria e l'omicidio vengono puniti con scomuniche finché si risanino per mezzo della penitenza la più umile (De fide et operibus, 19,34). Certamente quella penitenza sa di lutto. C'è una ferita grave: forse un adulterio, forse un omicidio, forse un sacrilegio. È una cosa grave, c'è una ferita grave, letale, mortifera, ma (c'è) anche un medico che può tutto (Sermones, 352, 2, 8).
2. La
scomunica che s'infligge per determinati
crimini non riveste un significato
strettamente penale ma medicinale, essa è
quindi tesa al ravvedimento e perciò può
essere inflitta solo per un determinato
tempo (cfr Sermones, 331): si ha
pertanto sempre un legame tra la scomunica e
la riconciliazione (cfr Epistulae,
265, 7).
3. Si
tollera, anche se a malincuore, la
situazione di chi non accetta la scomunica,
che si comporta come se nulla fosse successo8;
e di chi sia almeno disposto ad accettare
una correzione alternativa a quella
penitenziale pubblica (cfr Sermones,
82,3-7; Epistulae, 73,9; De fide
et operibus, 26,48: quibusdam
correptionum medicamentis).
Tale orientamento Agostino lo derivava
da tre elementi presi nel loro insieme:
a) l'autorità della Chiesa che ha sempre
una finalità medicinale: la sua funzione
è aiutare gli uomini a recuperarsi dai
loro fallimenti; b) la misericordia di
Dio verso l'uomo non conosce
defettibilità, essa pertanto è nella
Chiesa un elemento prioritario a ogni
considerazione disciplinare (cfr
Epistulae, 153, 3, 7), in modo
particolare di fronte all'angoscia umana
sotto l'impero del peccato; c) il
cammino penitenziale di un credente
coincide col suo cammino di fede, e
questo si esperimenta come recupero
della propria libertà perduta (cfr In
lohannis, o. c., 41,10).
Agostino mise in pratica tali principi
direttivi portando nell'ambito di una
penitenza privata peccati che, secondo
la tradizione, rientravano nell'iter
penitenziale pubblico. In tal modo
egli tenne fede alla prassi penitenziale
pubblica che veniva contemplata
semel, cioè una volta, ma mise anche
le basi per essere perdonati e quindi
non emarginati dalla comunità cristiana
a motivo di nessun peccato, anche se
ripetuto. La prassi della Chiesa
raggiungeva così, di fatto, nel suo
quotidiano, di godere del prezzo
infinito del "sangue sparso" del
Redentore. Se nei testi penitenziali a
disposizione, per le ragioni che abbiamo
visto, il binomio linguistico "sangue
sparso-remissione dei peccati" non è
presente in essi, sul piano della prassi
esso, grazie anche all'azione pastorale
e alla riflessione teologica di
Agostino, ritrovava la sua unità
inscin-dibile e originaria.
Nel Commento di Agostino al
Vangelo di Giovanni c'è tutto un
blocco di testi che legano insieme,
nella figura unificatrice
dell'agnello pasquale e di agnello
di Dio, la Pasqua degli Ebrei, la
Pasqua del Signore, la Pasqua dei
cristiani, la celebrazione
eucaristica come Pasqua, nel
significato di redenzione degli
uomini.
Ci si trova dinanzi a termini ed
espressioni come "morte, spargere il
sangue, redimere, mangiare la carne,
bere il sangue, divenire membra di
Cristo", che costituiscono un insie
me semantico difficilmente
separabile perché conglobano,
allo stesso tempo, il dato
storico del sangue di Cristo
versato sulla croce e quello
della celebrazione della Pasqua
ebraica, il dato misterico di
partecipazione alla Pasqua del
sangue versato da Cristo e il
dato soteriologico per coloro
che credendo vi partecipano.
L'agnello pasquale che viene
immolato costituisce il legame
tra i vari momenti e modalità di
una comune azione redentrice:
come anticipazione e figura di
Cristo immolato sulla croce (il
vero agnello pasquale)
nell'agnello della Pasqua
ebraica; come partecipazione
all'immolazione del vero agnello
pasquale nella celebrazione
eucaristica dei cristiani. Prima
di avvicinare un po' più da
vicino i testi che ci
interessano, riteniamo
necessario precisare la sintesi
operata da Agostino nella
comprensione della Pasqua. Egli
venne a trovarsi alla fine di un
dissidio tra gli asiani e gli
occidentali nel celebrare la
Pasqua. Ce ne parla Eusebio
nella sua Storia
Ecclesiastica, V, 23-25. Le
comunità cristiane dell'Asia
minore erano di tradizione
giovannea e di estrazione
giudaica, legate perciò alla
continuità del giudaismo col
cristianesimo. Ciò si espresse
in modo particolare nel
celebrare la data della Pasqua
il 14 di Nisan, il venerdì
dell'immolazione dell'agnello
pasquale, tanto che tali
comunità vennero chiamate
comunità della Pasqua
quartodecimana. Il significato
della Pasqua ebraica,
ritualizzato nell'immolazione e
nella manducazione dell'agnello,
era nell'aspettativa del
passaggio di Jahveh in mezzo al
popolo mentre celebrava la
Pasqua, del realizzarsi di una
notte di luce divenuta armai
giorno perenne. I cristiani di
estrazione giudaica videro il
realizzarsi di tale aspettativa
nella morte di Gesù, lui il vero
agnello pasquale che, con la sua
passione, celebrò la Pasqua. La
sua morte è luce e vita per
tutti, così come era la
dimensione della Pasqua ebraica.
Per associarsi a tale mistero di
vita e di luce bisognava
celebrare la Pasqua del Signore,
e questa era la celebrazione
eucaristica dei cristiani. Il
venerdì di Passione era
pertanto, per le comunità asiane,
la celebrazione del giorno di
Pasqua, che è vita e luce per
l'umanità. Papa Vittore
interdisse agli asiani la
celebrazione di Pasqua il 14
Nisan. I motivi non sono ancora
del tutto chiari. Il vescovo di
Roma impose la data della do
menica dopo il plenilunio di
primavera. Questa era la
tradizione ancorata ai
sinottici, che pongono di
domenica il giorno della
risurrezione del Signore,
visto appunto come vita e
luce. Era la Pasqua vista
come "passaggio" secondo
l'etimologia ebraica della
parola Pasqua; quella
quartodecimana derivava
invece il suo significato
dal greco "paskein"
(patire). Nella Pasqua,
ancorata ai sinottici, è un
"passaggio" che crea la
vita, la novità cristiana;
nella Pasqua quartodecimana
è invece il soffrire stesso
del Signore, la sua morte,
il suo spargimento di
sangue, la sua sofferenza
che si traduce in vita per
tutti gli uomini che sono,
secondo la visione dello
Pseudo-Barnaba, "una terra
che soffre" (Pseudo-Barnaba,
6, 2)9.
Agostino mise insieme i due
grandi filoni di
comprensione della Pasqua
nelle comunità cristiane
antiche. Tale fusione
l'abbiamo nel suo
Commento al Vangelo di
Giovanni. Essa, tenuta
presente, getta molta luce
nella comprensione del suo
pensiero soteriologico che
si articola nel legame tra
la Pasqua del Signore e
quella dei cristiani. La
Pasqua del Signore è il suo
immolarsi, simile
all'agnello pasquale degli
Ebrei, la sua morte, il
"sangue sparso" del Signore;
la Pasqua dei cristiani è la
celebrazione della loro
eucaristia dove si beve il
sangue del Signore. Bere il
sangue del Signore è, per
Agostino, "sperare, non
essere più lontano, è
vivere". Ascoltiamo
direttamente qualche testo.
Quello più esteso e
comprensivo si ha
nell'omelia 55:
Pasqua, fratelli, - egli
spiega - non è, come
alcuni ritengono, una parola
greca, ma ebraica; ma è
sorprendente la coincidenza
di significato nelle due
lingue. Patire, in greco, si
dice 'paskein', per cui si è
creduto che Pasqua volesse
dire passione, come se
questa parola derivasse
appunto da patire; mentre
nella sua lingua, l'ebraico,
Pasqua vuoi dire 'passaggio',
per la ragione che il popolo
di Dio celebrò la Pasqua per
la prima volta allorché,
fuggendo dall'Egitto, passò
il mar Rosso. Ora, però,
quella figura profetica ha
trovato il suo reale
compimento quando il Cristo
come pecora viene immolato,
e noi, segnate le nostre
porte col suo sangue,
segnate cioè le nostre
fronti col segno della
croce, veniamo liberati
dalla perdizione di questo
mondo come lo furono gli
Ebrei dalla schiavitù e
dall'eccidio in Egitto; e
celebriamo un passaggio
sommamente salutare, quando
passiamo dal diavolo a
Cristo, dall'instabilità di
questo mondo al
solidissimo suo regno...
Ecco la Pasqua, ecco il
passaggio (In lohannis,
o. c., 55,1)10.
Agostino, nel
sottolineare il
significato sacrificale
redentivo della morte
del Signore, in contesto
di comprensione
pasquale, usa il termine
"immolare". Nella linea
della 1 Cor 5, 7 (Pascha
nostrum immolatus est
Christus) e nel
contesto pasquale
quartodecimano, traduce
il pronuntiasse
sententiam 'Reus est
mortis' di Mt 26, 66
con pronuntiasse
immolationem Domini
Ofc.,117,2).
Il rapporto del sangue
di Cristo con la Pasqua
e con l'eucaristia
Agostino lo sviluppa
espressamente quando fa
la trattazione sullo
Ecce Agnus Dei di Gv
1, 35-36 nell'omelia
settima. Egli,
rilevata la singolarità
dell'Agnello di Dio
perché col suo sangue
redime il mondo, ci dà
il riferimento
eucaristico oltre che
nell'uso delle
espressioni come "bere
sangue", etc, nel
racconto di un rito
pagano, da lui
riportatoci, che si
celebrava in onore di
Attis e di Cibele in
coincidenza con
l'equinozio di primavera
conosciuto come "il
giorno del sangue". Tale
rito consisteva nello
strappare gli orecchini
dai lobi auricolari di
un donna. Lo strappo
provocava un'uscita di
sangue che, impregnando
gli orecchini, li faceva
aumentare di peso e
quindi di prezzo. Al
rito vi partecipavano,
come è facile supporre,
molte donne anche
cristiane che, per
l'occasione, disertavano
la celebrazione
eucaristica. Agostino,
nella linea di un'antica
tradizione apologetica,
che vedeva i riti pagani
come una scimmiottatura
di quelli cristiani,
giudica anche tale rito
pagano un plagio della
liturgia eucaristica
durante la quale si
offre il sangue
dell'Agnello, il solo
sangue versato capace di
redenzione. E perché non
si ponga il rito
cristiano sulla medesima
linea dei riti pagani,
magici e superstiziosi,
egli spiega il
significato di fede del
sangue versato dal
Signore. Non è credere a
un puro versare sangue,
è cercare lui, è porre
solo in lui le speranze
del proprio destino.
Ascoltiamo direttamente
A-gostino (Ib.)\ Solo
Cristo è l'agnello per
eccellenza, è l'agnello
di Dio perché in modo
del tutto singolare solo
col sangue di questo
agnello gli uomini hanno
potuto essere redenti
(7,5)... Fratelli
miei, se riconosciamo
che il prezzo della
nostra redenzione è il
sangue dell'agnello, che
dire di coloro che oggi
celebrano la festa del
sangue di non so quale
donna?.. Se il sangue di
una donna ha pesato
tanto da inclinare il
piatto della
bilancia su cui
stava l'oro, quale
peso non avrà, per
far pendere la
bilancia dalla parte
del mondo, il sangue
dell'agnello per
mezzo del quale il
mondo è stato
creato? ... Quando
venne il tempo della
misericordia di Dio,
venne l'Agnello... È
davvero un grande
spettacolo quello
che si offre ai
vostri occhi per
tutta la terra... Ha
cercato di
scimmiottare questo
rito quello spirito
diabolico, il quale
voleva che la sua
immagine fosse
acquistata a prezzo
di sangue, perché
sapeva che in
definitiva il genere
umano doveva essere
redento col sangue
prezioso (7,
6)... Non cercate
dunque il Cristo in
altro luogo, se non
dove il Cristo ha
voluto essere a voi
annunziato; e
proprio come ha
voluto essere a voi
annunziato, così
ritenetelo e così
incidetelo nel
vostro cuore... Non
ricorriamo agli
stregoni, agli
indovini, a rimedi
inutili quando
abbiamo mal di
testa. Come volete,
o fratelli, che non
pianga per voi? Ogni
giorno vedo queste
cose; e che devo
fare? Non sono
dunque ancora
riuscito a
convincere i
cristiani che
bisogna riporre in
Cristo ogni
speranza? E se poi
uno, al quale è
stato applicato un
rimedio
superstizioso, muore
(...), con
quale coraggio si
presenterà la sua
anima davanti a Dio?
... Riconosciamo
dunque l'Agnello, o
fratelli, e
rendiamoci conto del
prezzo che ha pagato
per noi (7, 7).
In Agostino
l'espressione
"sangue versato" è
spesso legata al
verbo bere, per cui
si ha "bere il
sangue versato".
Egli intende tale
espressione
nell'accezione di
partecipare alla
redenzione di
Cristo, ma
l'immagine è presa
dal rito eucaristico
di bere al calice11.
In Africa era anche
comune dare da bere
il sangue
eucaristico perfino
ai neonati, dopo il
loro battesimo. Ciò
lo si faceva per
esprimere il diritto
del battezzato (il
fidelis) di
ricevere
l'eucaristia (cfr
De peccatorum
meritis et
remissione,
1,24,34).
A conclusione
sulla
comprensione
della voce
"sangue" in
Agostino, in
particolare nel
suo Commento
al Vangelo di
Giovanni,
possiamo dire:
1. Tale voce era
comune già prima
di lui sotto
l'espressione
"il sangue
versato",
sanguis effusus,
per indicare
la redenzione
venuta
all'umanità
dalla morte di
Gesù Cristo.
2. Agostino,
accanto a
tale
espressione,
usa spesso
l'altra:
"bere il
sangue
versato",
indicando
con ciò la
partecipazione
dell'umanità
alla
redenzione
di Cristo.
Tale
espressione
riflette
l'uso di
partecipare
all'eucaristia
bevendo al
calice oltre
che
mangiando il
pane
eucaristico.
3. La
terminologia
di "sangue
versato" e
di "bere il
sangue" non
vanno intesi
in sé come
dei riti
recepiti
nella loro
materialità,
essi sono
legati
all'intelligenza
della fede.
Riguardo a
Cristo che
versò il
sangue sulla
croce,
l'espressione
va unita
alla nozione
di libertà,
nell'accezione
di libera
donazione
della sua
vita per
l'umanità;
quanto agli
uomini,
"bere il
sangue
versato" ha
il
significato
espresso
dalla
comprensione
della Pasqua
quartodecimana
recepita da
Agostino
nella
celebrazione
eucaristica,
come
partecipazione
al mistero
di vita e di
luce di
Cristo e
quindi di
salvezza e
di
liberazione,
dalle
tenebre
della
disperazione
di vivere e
di morire,
in cui si
dibatte
l'oscurità
umana. Per
evitare ogni
equivoco di
partecipare
a un rito
solo
materialmente,
alla maniera
dei
sacrifici
pagani,
fatto al più
solo
d'impressione
psicologica,
Agostino
scrive al
riguardo:
Questo è
quanto il
Signore ci
ha detto del
suo corpo e
del suo
sangue. Ci
ha promesso
la vita
eterna
attraverso
la
partecipazione
a questo
dono. Perciò
ha voluto
farci
intendere
che davvero
mangiano la
sua carne e
bevono il
suo sangue
coloro che
rimangono in
lui e nei
quali egli
rimane.
Questo non
capirono
coloro che
non
credettero
in lui e
che,
intendendo
in senso
carnale le
cose
spirituali,
si
scandalizzarono...
Tutto ciò
dunque, o
dilettissimi,
ci serva di
lezione,
affinchè non
abbiamo a
mangiare la
carne e a
bere il
sangue di
Cristo solo
sacramentalmente,
come fanno
anche tanti
cattivi
cristiani;
ma affinchè
lo mangiamo
e lo beviamo
in modo da
giungere
alla
partecipazione
del suo
Spirito e da
rimanere nel
corpo, senza
scandalizzarci
se molti di
coloro che
con noi
mangiano la
carne e
bevono il
sangue, ma
solo
esteriormente,
saranno alla
fine
condannati (Ib.,
27,11).
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NOTE -l
La purificazione, che deriva dal sangue versato sulla croce, viene
sviluppata da Agostino nella categoria dell'umiltà. Questa esprime la
totalità dell'accettazione della vita umana: vedi In lohannis
Evangelium tractatus, 55, 7: Tutta la sua passione è la nostra
purificazione... Tanto importante è per l'uomo l'umiltà, che la divina
maestà ha voluto raccomandarla anche con il suo esempio (= la
lavanda dei piedi, Gv 13, 2-5). L'uomo superbo si sarebbe perduto per
sempre, se Dio non fosse venuto a cercarlo umiliandosi... L'uomo si era
perduto per aver seguito la superbia del tentatore; segua dunque, ora
che è stato ritrovato, l'umiltà del redentore; In lohannis Evangelium,
119, 4: Noi siamo purificati dall'umiltà di Cristo: se egli non
si fosse umiliato facendosi obbediente fino alla morte di croce, il suo
sangue non sarebbe stato versato per la remissione dei peccati, cioè per
la nostra purificazione. Sul sangue di Cristo che da all'acqua
battesimale la virtus di generare i cristiani, vedi Sermones,
352, 3. - 2 La natura universale della Chiesa, sia perché
diffusa su tutta la terra, sia perché la grazia circola in essa tutt'intera,
è considerata da Agostino nel commento al c. 19, 23-24 di Giovanni sulle
vesti divise in quattro parti e la tunica tirata a sorte (cfr In
lohannis, o. e., 118,1-4). - 3 II battesimo è definito da
Agostino nella linea della Lettera di Paolo agli Efesini 5, 18:
Lavacrum aquae in verbo (cfr In lohannis, o. e., 15, 4; 80,
3). Nell'omelia 124, 5 abbiamo poi una delle sue migliori sintesi
antipelagiane: Mediante la fede in lui, unita al lavacro di
rigenerazione, siamo prosciolti da tutti i peccati, cioè dal peccato
originale contratto mediante la generazione (soprattutto per liberarci
da esso è stato istituito il sacramento di rigenerazione) e da tutti gli
altri peccati che si commettono vivendo male. - 4
Epistulae, 153, 3, 7: Semel in Ecclesia concedatur; vedi
anche C. Vogel, Le péché et la pénitence, Parigi 1961. - 5
Sermones, 214, 11: Inoltre onorate, amate, predicate 'la santa
Chiesa'... A beneficio del suo frumento... essa ha ricevuto le chiavi
del regno dei deli, e così in lei, per mezzo del sangue di Cristo, ad
opera dello Spirito Santo, si ha 'la remissione dei peccati'; Sermones,
295,2; Io. ep., 10,10. - 6 Agostino sviluppò molto
l'azione dello Spirito Santo per la remissione dei peccati e non evitò
la difficoltà "sul peccato irremissibile contro lo Spirito Santo" di cui
parla Le 12, 10 (cfr Ad Romanos inchoata expositio, 21;
Enchiridion ad Laurentium, 22, 83; Sermones, 71). - 7
De adulterinis coniu-giis, 1, 28, 35: La causa della
riconciliazione di un penitente è la medesima di quella del battesimo
qualora un penitente venga a trovarsi in pericolo di vita. -Sermones,
4, 32, 35: Non accade forse nella Chiesa che a uomini che la
vogliono turbare, per necessità di pace, si tollera che siano ammessi
dentro e ricevano i sacramenti comuni a tutti? E talvolta si sa che sono
cattivi ma non possono essere riconosciuti tali, vale a dire non possono
essere riconosciuti di doversi emendare, di venir degradati, esclusi,
scomunicati. E se qualcuno insiste si corre il rischio che la Chiesa si
laceri. A tanto viene costretto chi della Chiesa è pastore; Sermones,
351, 7: A questo altare... alla celebrazione dei misteri divini,
possono accedere anche molti scellerati: Dio pazienta in questo tempo
presente perché in quello futuro si stemperi la sua severità. -
9 Per un'informazione sull'argomento, vedi Ch. Mohrmann, "Pascha,
Passio, Transitus", EL 66 (1952), 37-52; V. Grossi, "La Pasqua
quartodeci mana e il significato della croce nel II secolo", Aug
16 (1976), 557-571; R. Cantalamessa, La Pasqua nella Chiesa antica,
Torino 1978. - 10 Vedi anche In lohannis, o. e.,
120, 3 al commento di Gv 19, 36-37: Non gli sarà spezzato un solo
osso.. Volgeranno lo sguardo a Colui che hanno trafitto. -11
Ad esempio In lohannis, o. e., 31, 9: bevvero il sangue
(di Cristo) da loro versato; nel n. 11 si parla della carne di
Cristo che si mangia, divenendo membra di Cristo: Noi lo abbiamo
conosciuto nella carne e tuttavia ci è stato concesso di mangiare la sua
carne e di essere membra del suo corpo. Nell'omelia 26, 13-18
commenta Gv 6, 50-57 ("mangiare la sua carne, bere il suo sangue"), e ci
viene riferito come l'uso di bere anche al calice, oltre che ricevere il
corpo del Signore, era in alcuni luoghi quotidiano, in altri a tempi
distanziati: // sacramento di questa realtà, cioè dell'unità del
corpo e del sangue di Cristo, viene apparecchiato sulla mensa del
Signore, in alcuni luoghi tutti i giorni, in altri con qualche giorno
d'intervallo, e si riceve dalla mensa del Signore (ib., 15). La
conclusione è nel tractatus 27, 11: sui manducatores et
potatores carnis et sanguinis sui (= Domini).
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| BIBLIOGRAFIA - V. GROSSI: "Il tema del 'sangue sparso' nel commento di s. Agostino al Vangelo di Giovanni", in F. VATTIONI (a cura), Sangue e Antropologia Biblica nella Patristica, 2/1, ed. Pia Unione Prez.mo Sangue, Roma 1982, 481-493. - IDEM: "Note al binomio 'Sangue sparso e remissione dei peccati' sino a s. Agostino", in F. VATTIONI (a cura), Sangue e antropologia - Riti e culto, 5/II, ed. Pia Unione Prez.mo Sangue, Roma 1987, 1221-1231. - IDEM, "La Pasqua quartodecimana e il significato della croce nel II secolo", Aug 16 (1976), 557-571. - CH. MOHRMANN, "Pascha, Passio, Transitus", EL 66 (1952), 37-52. | |