COMUNIONE AL CALICE: ERA PATRISTICA        

 

Mario Lessi-Ariosto, sj

 

 

Sommario – 1. Dati dei primi secoli: a. Nuovo Testamento, b. Didaché, c. Ignazio di Antiochia, d. Traditio Apostolica. 2. Testi patristici del terzo secolo. 3. Il “bere al calice” in riti e testi liturgici: a. Testimonianze e testi circa la comunione al calice, b. Confronto tra i dati primitivi, l'inizio della riflessione teologica e i testi relativi al rito del bere al calice. 4. Conclusione.

 

 

Il Concilio Vaticano II, con la Costituzione sulla sacra Liturgia Sacrosanctum Concilium, n. 55, dove riafferma la comunione sub utraque specie,  ha riaperto un notevole campo della teologia liturgica. Il rito del bere al calice, pur rimanendo per il sacerdote celebrante, aveva ceduto il passo alla considerazione globale del “nutrimento composto di cibo e bevanda” nella comunione.

Il riconoscimento, in linea di principio, del diritto di tutti i fedeli di accedere alle due specie eucaristiche, di fatto mai negato, ma restrittivamente sospeso in clima polemico, è frutto di un insieme di convergenze. In primo luogo la visione del dogma eucaristico nelle sue basi esegetiche e patristiche ha operato in modo
più limpido di quello che le necessità apologetiche avessero potuto fare. Inoltre la più profonda comprensione del segno sensibile in tutta la liturgia, e particolarmente nel sacrificio e nei sacramenti che ne sono il centro, ha preparato la via a escludere ogni visione eretica e a creare un movimento relativo all'uso del calice anche da parte di altri. Si aggiunga l'influsso del movimento ecumenico tendente a superare certe divergenze. Non ultima la confluenza della comunione frequente con la spiritualità del sangue di Cristo.

Ci interesseremo qui del “significato” del rito in modo da illuminarne l'uso con solide basi di tradizione ecclesiale.  

 

  1. Dati dei primi secoli

 

Dei primi secoli non è possibile addurre “testi e riti” direttamente relativi al bere al calice eucaristico. Tuttavia è fuori di dubbio che in quei tempi è normale nella Chiesa la comunione fatta anche con il bere al calice. La difesa apologetica della validità dell'uso di comunicare alla sola specie del pane si è dovuta occu-
pare nel ricercare tutti quei casi nei quali la comunione era data sotto quella sola specie proprio perché nell'uso normale la comunione veniva fatta accedendo anche al calice.

Da questa normalità dell'insieme dei due riti deriva che tutti i significati attribuibili alla comunione eucaristica indicati dalla letteratura sia biblica che patristica dei primi secoli sono da riferire in primo luogo alla comunione sotto le due specie, e per la specie del vino al rito del bere al calice. E' solo per un raccorciamento di visuale che, dopo lo stabilirsi dell'uso di comunicare alla sola specie del pane, certi testi biblici e patristici possono essere stati letti senza tener conto del contesto di fatto esistente all'epoca in cui i testi venivano pronunciati o scritti.

Tuttavia è possibile anche ottenere indicazioni che, specificamente, si rivolgono al significato della comunione a una sola specie. Ci fermeremo a esaminare quelle poche che riguardano il significato della comunione fatta con la specie del vino e con il rito del bere al calice.

Per costituire una base di dati primigeni circa il significato del bere al calice, prenderemo in esame la Didaché, le Lettere di Ignazio di Antiochia, la Traditio Apostolica di Ippolito. In un seguente paragrafo faremo un paragone con alcuni testi di Origene e di Cipriano di Cartagine. Solo dopo passeremo a veri e propri  testi e riti di tradizione liturgica posteriore. Per offrire tuttavia il necessario quadro di riferimento pensiamo sia utile premettere un richiamo alle fondamentali connotazioni neotestamentarie.

 

  1. Nuovo Testamento.

E' noto che gli esegeti, di fronte a certe particolarità di testi, hanno formulato ipotesi relative alla natura liturgica delle fonti impiegate dagli autori neotestamentari. Non sarebbe quindi da scartare a priori la possibilità di reperire nel fondo neotestamentario reliquie di “riti e testi” circa il bere al calice eucaristico. Non intraprenderemo tuttavia una simile via, né ci serviremo, per il momento, di eventuali indicazioni che specialisti avessero fornito in tale senso o per le quali avessero aperto la strada. Ci limitiamo a richiamare le connotazioni neotestamentarie relative al bere al calice eucaristico. 

Nel Nuovo Testamento è possibile notare due linee convergenti circa il bere al calice eucaristico. Una prima linea si ha nella  indicazione del “bere il sangue versato”. Questa linea coinvolge  la nozione del “calice della passione”, della “Pasqua”  e quindi  di sangue e calice dell' “alleanza, antica e nuova”. Ma insieme a questa linea se ne nota una seconda, quella del “segno”, del bere cioè alla specie del “vino”, come elemento festivo del banchetto messianico-sapienziale, della gioia escatologica, del tempo  nuovo e ultimo.

La ricchezza di queste connotazioni è indice dell'importanza di significato che si attribuisce alla comunione sotto la specie del vino.

E' quindi con ragione che si è arrivati a pensare alla possibile  influenza che l'importanza di tale rito avrebbe avuto nel passaggio della denominazione di tutto il rito centrale della vita cristianadallo spezzare il pane all’eucaristia. I termini “ringraziare – ringraziamento” ci sono testimoniati come primitivamente legati all’azione di grazie pronunciata sul calice, e è noto che in epoca molto primitiva si diffonde e diviene la designazione principale di tutto il rito, facendo retrocedere le designazioni precedenti.

 

  1. Didaché

L’interpretazione del rito e dei testi contenuti nei capitoli 9 e 10 della Didaché oscilla tra la tesi che ne difende la natura propriamente eucaristica e quella contrapposta. Anche senza prendere posizione in merito, pensiamo che non sia possibile negare che una allusione alla eucaristia deve essere almeno riconosciuta all'espressione: Noi ti rendiamo grazie… a noi hai elargito un cibo e una bevanda spirituali per la vita eterna per mezzo di Gesù

Questa espressione è infatti parte di una presentazione contrapposta tra il cibo-bevanda dato da Dio a tutti gli uomini, quindi ciò che riguarda la creazione, e un cibo-bevanda ecclesiale per mezzo di Gesù nell'ordine storico salvifico. Quest'ultimo non può non essere un chiaro riferimento all'eucaristia.

Esaminando poi il testo si osserverà che la endiadi cibo e bevanda è inclusa tra due designazioni: spirituale… per la vita eterna. Grammaticalmente la prima è riferita al cibo, la seconda per la posizione è direttamente collegata alla bevanda. Tuttavia, che le due designazioni non possano essere prese esclusivamente per indicazioni di significato riferibili a uno solo degli elementi della endiadi, è facile rilevarlo dal fatto che il per la vita eterna nel sustrato biblico neotestamentario è riferita sia al pane-cibo (cfr Gv 6, 35. 51. 58), sia all'acqua-bevanda (cfr Gv 4, 14), sia al mangiare-bere (cfr Gv 6, 53). L'applicazione quindi alla bevanda nel testo della Didaché è originata sia dalla communicatio idiomatum nel linguaggio eucaristico relativo alle due specie, sia dall'intima relazione esistente tra i due elementi della endiadi.

Ne deriva pertanto che anche la designazione spirituale che il testo pone in diretta relazione al cibo riguarda anch'essa tutto  l'insieme e quindi anche la bevanda

La Didaché, quindi, anche se non esplicitamente collega il rito  del bere al calice con lo Spirito, offre tuttavia per la nostra ricerca una testimonianza dell'unirsi, perdurare e maturare della vena biblica, propria della teologia eucaristica sia paolina che giovannea, importante per il progresso della riflessione sull'eucaristia.

Qualora si ritenessero propriamente eucaristici i testi dei capitoli 9 e 10, non si potrebbe eludere il problema della presentazione del rito relativo al calice come precedente a quello sul pane spezzato. Saremmo davanti a una ulteriore testimonianza della prevalenza di significato assunta da questo rito? La tradizione liturgica successiva, e quella precedente inclusa già nei racconti di Marco e Matteo, non suffragherebbero un tale uso. Tuttavia non si può negare che Paolo in 1 Cor 10, 16 usi quel medesimo ordine.  

 

 c. Ignazio di Antiochia

Nell'epistolario di Ignazio di Antiochia troviamo temi connessi alla nozione di sangue e calice eucaristico. I temi, che sono in relazione tra loro, vengono convogliati dall'uso dei caratteristici binomi propri dello stile ignaziano: fede-agape, fede-croce, agape-sangue.

L'unità ecclesiale è lo sfondo di tutto il testo. Il sangue e il  calice sono per Ignazio nell'eucaristia catalizzatori, veicoli e cause dell'unità. Questa loro complessa funzione diretta all'unità proviene dal rapporto sangue-amore. E' infatti dalla passione-sangue di Cristo, come manifestazione dell'amore del Padre e del Figlio, che l'unità è ricomposta, e è per l'amore che lo Spirito Santo diffonde nei cuori che l'unità, frutto della fede e dell'amore, si conserva e fruttifica nella compagine ecclesiale. Tutto questo processo è compendiato nel bere al calice, per l'unità nel sangue di Cristo, il cui significato risulta così precisato e accentuato. 

 

  1. Traditio Apostolica

Il contenuto della Traditio Apostolica presenta più di una occasione per utili spunti relativi al significato del bere al calice eucaristico. Ci limitiamo a prendere in esame alcuni testi.

Un primo passo si trova nella anafora che segue la ordinazione del vescovo. Nel racconto della istituzione, dopo il prendendo il pane disse rendendoti grazie: ‘Prendete, mangiate, questo è il mio corpo che sarà spezzato per voi’, continua: Allo stesso modo anche il calice, dicendo: ‘Questo è il mio sangue che sarà sparso per voi’ (n. 4). 

Si noterà che tutta l'attenzione è posta sul sangue e sulla sua effusione. Non figura nemmeno il bevete come normale parallelo al  mangiate.

Un secondo passo è quello della epiclesi. In se stessa essa riguarda senza dubbio alcuno la comunione ad ambedue le specie. E' tuttavia utile richiamarla perché propone un notevole insieme di concetti, alcuni dei quali saranno, da testimonianze successive, specificamente riferiti al significato del bere al calice eucaristico. E ti chiediamo di mandare il tuo santo Spirito sull’offerta della santa Chiesa: riunendoli, di concedere a tutti coloro che ricevono dai santi misteri di essere riempiti dello Spirito Santo per il consolidamento della fede nella verità, affinché ti lodiamo e ti glorifichiamo... (n. 4). 

Il riunendoli è certamente parallelo alla “unità” di cui parla Ignazio di Antiochia, e il rapporto eucaristia-Spirito è indicato con connotazioni pentecostali nel di essere riempiti dello Spirito Santo

Su un particolare della epiclesi può essere utile fermare l'attenzione. Ippolito vede il frutto della eucaristia nella sua totalità in relazione al consolidamento della fede nella verità. Si noterà che in precedenza Ignazio di Antiochia aveva posto un rapporto privilegiato tra fede e carne del Signore. La tradizione liturgica posteriore indicherà la comunione al calice come consolidamento, una terminologia che esamineremo in seguito; ma è certo che il testo di Ippolito, anche se non relativo alla comunione al calice, offre una testimonianza circa un linguaggio liturgico che era in uso per l'eucaristia e i suoi frutti.   

 

 2. Testi patristici del terzo secolo 

I dati dei primi secoli, anche se scarni, ci aprono già una certa visuale relativa al significato del bere al calice eucaristico. Se si passa a testi che riflettono l'approfondimento dei riti in ambito di riflessione teologico-pastorale, vedremo aprirsi una maggiore ricchezza tematica. Un primo sbocciare di questa riflessione ci è possibile coglierlo in Origene e in Cipriano di Cartagine. 

Ci limiteremo a dare riferimenti essenziali.

Origene, nella sua Commentariorum series su Matteo 26, 26, ci offre un primo testo notevolmente ricco: E questa bevanda, che Dio  Verbo dichiara essere suo sangue, è la parola che disseta e inebria in modo eccellente i cuori di coloro che bevono, che è nella coppa della quale è scritto: ‘E il tuo calice inebriante quanto è luminoso’! E questa bevanda è la generazione della vera vite che dice: ‘Io sono la vera vite’, e il sangue di quell'uva che, messa nel torchio della passione, ha prodotto questa bevanda

Il testo origeniano direttamente tratta della mensa della parola di Dio, ma prende l’avvio dal significato del bere al calice, come del resto anche dal “pane”, che indica come “celestiale” come già faceva Ippolito, per passare dal simbolismo eucaristico a quello più esteso dell'azione del Verbo. In esso si trovano per la prima volta impostati i temi del sangue, del calice, della vite, del vino-bevanda e una utilizzazione del Sal 22 (23), 5 che appartiene alla tradizione circa il bere al calice eucaristico.

Cipriano di Cartagine nelle sue Epistulae 63 e 69 ci comprova come il testo origeniano possa essere applicato al rito del bere al calice di cui si occupa nella controversia con chi usava solo l'acqua per il calice eucaristico, con l’aggiunta che fa del significato del bere al calice per mostrare l'essere nell'unità della Chiesa. 

Nella Epistula 63, 7 ci dice: Si parla anche di torchio pigiato e spremuto: perché, come non si può arrivare a bere il vino senza prima aver pigiato e spremuto i grap­poli, così noi non potremmo bere il sangue di Cristo, se prima egli non fosse stato calpestato e premuto e non avesse bevuto lui per primo il cali­ce, con il quale avrebbe offerto da bere ai credenti. E dopo esplicita il tema della sobria ebrietas al n. 11:  Ma poiché l’ebbrezza che viene dal calice e dal sangue del Signore non è come l’ebbrezza del vino di questo mondo, quando lo Spirito Santo ha detto nel salmo: ‘Il tuo calice è inebriante’, ha poi ag­giunto: ‘è veramente eccellente’. Cioè il calice del Signore inebria senza pri­vare della ragione, portando le anime alla saggezza spirituale e facendo ritornare tutti alla comprensione delle cose di Dio allontanando dal gu­sto delle cose di questo mondo. E come il vino comune solleva le menti, ricrea l'animo e toglie ogni tristezza, così, dopo aver bevuto il sangue del Signore e il suo calice di salvezza, scompare il ricordo dell'uomo vec­chio, si dimentica il modo precedente di vivere secondo il mondo, e ciò che era triste, oppresso in precedenza dal peso dei peccati, si libera nella gioia della bontà divina. Il che allora soltanto può allietare colui che lo beve nella Chiesa del Signore, se ciò che viene preso conserva la verità del Signore.

Tutto il contesto della controversia portava Cipriano a mettere in luce sotto vari aspetti il tema del vino. Nel testo citato dal paragrafo 7 Cristo è simbolicamente presentato come il frutto della vite pestato e torchiato nella passione che prima beve il calice e nel berlo lo prepara per i suoi fedeli affinché anch'essi potessero berne. Il tema biblico del calice e quello del vino trovano così una loro confluenza sintetica. Nel paragrafo 11 la sapienza cui perviene il fedele, che beve del calice e si lascia inebriare dallo Spirito, riprende il tema biblico della sapienza che imbandisce la propria tavola e prepara il proprio vino. Ma anche questo tema è riportato immediatamente al rapporto con la passione, al tema del sangue, della salvezza: calice di salvezza. La realtà del sangue di Cristo e l'ampiezza tematica del rito del bere al calice si collegano nel perfezionare il moto di salvezza che parte dal sangue sparso e si attua in chi, accedendo al calice, ne attinge la forza salvatrice e si lascia pervadere dalla spirituale sapienza che ne deriva. 

Nell'Epistula 69, 5 ritorna il tema dell'unità. Il contesto si comprende dal riferimento a Novaziano. Cipriano, che tanto tiene all'unità della Chiesa, collega il tema dell'uva e del vino a questa unità completando una idea che già altri testi avevano desunto dal grano; pertanto ci dice: Quando chiama suo sangue il vino ricavato da grappoli ricchi di molti acini che danno un unico liquore, allude ugualmente al nostro gregge formato dall’unione di una moltitudine di persone radunate insieme

Non sarà difficile notare come le idee racchiuse nella epiclesi di comunione della preghiera eucaristica della Traditio Apostolica di Ippolito, anche se nel contesto riferite a tutta la comunione, acquistino nelle indicazioni di Origene e di Cipriano sfumature che si collegano con il rito in quanto tale del calice e con il simbolo del vino in esso contenuto. Non tanto e solo sangue di Cristo effuso, ma anche una bevanda segno di un accesso alla sapienza spirituale, alla conoscenza delle realtà soprannaturali, alla unità che il sangue di Cristo, mediante la specie del vino, significa, ma che attua per la durata del valore del sangue stesso in quanto sparso. 

 

 3. Il “bere al calice” in riti e testi liturgici 

Dopo quanto sopra accennato intorno ai dati dei primi secoli
e al ricco approfondimento che i Padri già del terzo secolo lasciano prevedere, dobbiamo entrare nella materia propria di questo nostro studio. Si tratta infatti di dare risposta alla domanda: i riti e testi liturgici che cosa ci dicono del significato del bere al calice eucaristico? 

L’esposizione della risposta ha bisogno di una indagine previa. Per risultare ordinati distingueremo: riti e testi direttamente collegati con l'atto del sumere o distribuire il sacramento dell'eucaristia sotto la specie del vino, e altri riti e testi relativi al bere al calice. Questo secondo settore è senza dubbio il più ampio perché investe riti di preparazione del calice, riti di consacrazione, epiclesi, preghiere varie sia in preparazione che dopo l'accesso al calice. Tuttavia il primo è quello più diretto e in particolare le formule in uso al momento di sumere il sangue di Cristo o di distribuirlo ai fedeli sono una fonte indispensabile per la conoscenza del significato del bere al calice eucaristico. 

Presenteremo prima il materiale ordinato e quindi ne dedurremo gli aspetti dottrinali confrontandoli con i dati dei primi secoli e la ricca tematica affiorante già nel terzo secolo. 

 

  1. Testimonianze e testi circa la comunione al calice

La testimonianza più antica di una formula che accompagna la distribuzione del calice eucaristico ci è nota attraverso le Constitutiones apostolorum, e presenta, in rapporto alla formula usata per il pane, una prima amplificazione. Mentre per il pane il celebrante dice: Corpo di Cristo, per il calice il diacono dice: Sangue di Cristo, calice di vita (VIII, 13. 15).

Si sottolinea in questo modo l'importanza del rito stesso con  l'unione dei due concetti calice-vita. La formula, pur nella sua brevità, risulta così dottrinalmente pregnante.

Le liturgie orientali soprattutto presentano amplificazioni che vale la pena di riportare in modo da poterne avere una visione globale. 

Nel gruppo antiocheno del tipo siro-occidentale il rito maronita nel XVII secolo ha smesso la comunione sotto le due specie per i fedeli, gli altri riti l'hanno sempre conservata, anche se con varietà di forme.

Nella Liturgia siriaca di san Giacomo il celebrante presenta le due specie insieme e dice: Il corpo e il sangue del Signore nostro Gesù Cristo ti è dato in perdono dei delitti e in remissione dei peccati in questo e nell’altro secolo. Mentre la formula mette in risalto il frutto finale della iniziazione cristiana iniziata nel battesimo in remissione dei peccati, il canto o acclamazione del diacono sottolinea la peculiarità della comunione sotto la specie del vino dicendo: Fratelli miei, accogliete il corpo del Figlio, acclama la Chiesa; bevete il suo sangue con fede e cantatene la gloria: questo è il calice, che ha riempito il Signore nostro sul legno della croce: venite mortali, bevete da esso per la remissione dei delitti. Alleluia e a lui lode, del quale beve il suo gregge e ne consegue purezza.

Nel rito bizantino, secondo la Liturgia di san Giovanni Crisostomo, la formula con la quale il celebrante sume le specie eucaristiche e le dà al diacono non varia di molto quella che è usata per la distribuzione ai fedeli: Il servo di Dio riceve il prezioso e santo Corpo e il Sangue del Signore nostro Gesù Cristo, in remissione dei suoi peccati e per la vita eterna. Questa formula rimane sostanzialmente nell'ambito della precedente, anche se conserva il termine zoé (= vita), in quanto non riprende il potérion (= calice) dell’antica formula delle Constitutiones apostolorum. Più significativo della formula è nel rito la preparazione del calice prima della comunione. Dopo che il celebrante ha spezzato il pane consacrato e lo ha deposto sul disco, il diacono nell'indicare il calice dice: Riempi, Signore, il santo calice. Il celebrante prende una delle particole, traccia con essa un segno di croce sopra il calice e dice: Pienezza della fede dello Spirito Santo. Il diacono poi versa acqua calda nel calice dicendo: Fervore di fede, ripieno dello Spirito Santo. Quando dopo la comunione il coro canterà, mentre il celebrante benedice: Abbiamo veduto la luce vera, abbiamo ricevuto lo Spirito celeste, abbiamo trovato la vera fede, adoriamo la Trinità invisibile, poiché essa ci ha salvati, si completa la visione pentecostale che il rito dello zéon (= nel rito bizantino, l’acqua calda versata nel calice dopo l’immixtio, mentre il sacerdote dice: “Fervore di fede, ripieno di Spirito Santi”) aveva preannunciato come chiave della comprensione della comunione eucaristica. Poiché il rito dello zéon riguarda in particolare il calice, è evidente che il simbolismo relativo è collegato al comunicare sotto la specie del vino.

Nel rituale degli Armeni il celebrante benedice con l'eucaristia prima della comunione e dice: Cibiamoci santamente del santo e  preziosissimo corpo e sangue del nostro Signore e Redentore Gesù Cristo, che sceso dal cielo si distribuisce tra noi. Questa è la vita, la speranza, la risurrezione, la espiazione e il perdono dei peccati. Dopo l’invito del diacono il coro canta: Benedetto è Dio. Cristo offertosi in sacrificio viene distribuito tra noi. Alleluia. Ci dà in cibo il suo corpo e il santo suo sangue in noi si sparge. Alleluia. Accostatevi al Signore e riempitevi della sua luce. Alleluia. Gustate e vedete quanto è soave il Signore. ... Dopo la comunione il coro canta: Ti ringraziamo, Signore, di averci cibati della tua mensa d'immortalità, distribuendo il tuo corpo e il tuo sangue per la salvezza del mondo e per la vita delle anime nostre. Anche se ricca la teologia della comunione, essa tuttavia non offre spunti particolari in relazione al significato del bere al calice. Anzi l'espressione: e il santo suo sangue in noi si sparge, farebbe pensare più al momento dell’effusione che a quello del bere. In un rituale per la comunione agli infermi, la preghiera di ringraziamento sopra citata è preceduta invece da queste parole: Siamo stati riempiti dalla tua bontà, Signore, nel gustare il tuo corpo e il tuo sangue. Gloria nell'alto dei cieli, a te che ci hai cibati. Tu, che sempre ci nutri, manda a noi la tua spiritale potenza. Gloria nell’alto dei cieli, a te che ci hai cibati. E' quindi presente anche nel rituale armeno il rapporto tra Spirito e eucaristia. Nulla ci autorizza per il momento a leggere tale espressione come qualificativa del bere al calice, ma essa è una testimonianza che converge con le altre. 

Nel rito maronita il celebrante prima di comunicare prega dicendo: O Signore Iddio, rendici degni affinché i nostri corpi siano santificati con quel tuo santo corpo e le nostre anime col tuo sangue propiziatorio e sia a noi remissione dei debiti e perdono dei peccati.  Nel prendere il calice dice: Per il tuo sangue vivo e vivificante siano rimessi i debiti e condonati i miei peccati, o Gesù, Verbo di Dio, che venisti per la nostra salvezza. Quando poi comunica gli altri sacerdoti e i diaconi con le due specie per intinzione dice: Il corpo e il sangue del Signore nostro Gesù Cristo è dato a te per la remissione dei debiti e il perdono dei peccati e per la vita eterna. Questa formula, come anche le precedenti, mostrano bene la loro radice comune nel tipo siro-occidentale della famiglia liturgica antiochena nella indicazione del rapporto tra sangue e remissione dei peccati. Peculiare è invece la sottolineatura del rapporto di santificazione dei corpi mediante il corpo di Cristo e delle anime mediante il “sangue propiziatorio”. 

Sempre nel gruppo antiocheno, ma di tipo siro-orientale, è significativa la Messa caldea o degli Apostoli. Nel rito in uso presso i Nestoriani una recensione fa dire al diacono: Fratelli miei, ricevete il corpo del Figlio, dice la Chiesa, e nella fede bevete dal calice nel regno. Nel dare poi il calice dice: Il prezioso sangue (al casto presbitero, al ministro di Dio, al puro fedele) per la remissione dei peccati, spiritale convivio per la vita eterna. Prima che il diacono prenda il calice, viene benedetto dal sacerdote con le parole: La grazia dello  Spirito Santo sia con te, con noi e con tutti coloro che lo ricevono. Il rito malabarico usa invece le formule latine. 

Il rapporto calice-Spirito è in questo tipo indicato sia dalla benedizione impartita al diacono, sia dalla seconda parte della formula, che in certe occasioni è anche usata da sola: spiritale convivio per la vita eterna. Anche il tema calice-fede è ripreso nell'invito ad accostarsi alla comunione. 

Nelle liturgie del gruppo alessandrino, nel rito copto, dai canoni di Ebnassali conosciamo che il celebrante doveva dire: Questo  è il sangue di Cristo, che ha effuso per noi; nel rito etiopico invece  il diacono nel porgere il calice dice: Questo è il calice della vita, che è disceso dal cielo, che è il prezioso sangue di Cristo. Da questi due soli testi è già possibile notare che non è in essi direttamente presente il duplice tema dello Spirito e della fede, ma quanto agli altri temi essi sono trattati nell'ambito della tradizione comune quale ci si presenta dalle Constitutiones apostolorum

Per quello che riguarda l’insieme delle liturgie occidentali non ci sono molto note formule primitive, i documenti che ci riportano formule per la comunione al calice sono tutte di origine posteriore e sono formule di augurio pronunciate dal celebrante. Nell'VIII secolo si sarebbero avute le formule del tipo: Il Corpo e il Sangue del Signore nostro Gesù Cristo ti custodisca per la vita eterna, e in certi casi per la distribuzione separata della specie del vino: Il Sangue del Signore nostro Gesù Cristo ti redima per la vita eterna. Nel secolo IX un sinodo prescrive una formula che, pur rimanendo nell'ambito dell'augurio, ricalca un modello di tipo orientale: Il Corpo e il Sangue del Signore ti giovi per la remissione dei peccati e per la vita eterna. Il sacramentario di Amiens riporta una formula di questo genere: Il Corpo e il Sangue del Signore nostro Gesù Cristo mi giovi per la remissione di tutti i peccati e per la vita eterna nei secoli dei secoli. Il Sacramentario di S. Thierry per la specie del vino indica: Il Sangue del Signore nostro Gesù Cristo che emanò dal suo costato salvi la mia anima e la conduca alla vita eterna. Più interessante è una formula del Messale di Troyes che premette una formula di saluto al calice: Ave in eterno, bevanda celeste, a me dolce prima di ogni cosa e sopra ogni, e quindi: Il sangue dal costato del Signore nostro Gesù Cristo rimanga in me indegno per la salvezza e giovi a rimedio della mia anima per la vita eterna. Un altro sacramentario proveniente dall’Italia centrale fa dire al sacerdote, prima della formula di sunzione: La comunione e il consolidamento del tuo santo Sangue, Signore Gesù Cristo, mi giovi per la remissione di tutti i miei peccati e mi conduca alla vita eterna. Poi la formula è: Il Sangue del Signore nostro Gesù Cristo conservi la mia anima per la vita eterna. Il termine consolidare è usato anche nell’Ordo Romanus I per indicare la comunione fatta al calice: I vescovi comunicano il popolo, dopo di loro i diaconi consolidano... 

Dal rito ambrosiano si possono citare due formule, di cui la seconda per la comunione mediante intinzione: Concedi, ti chiedo, Signore, che il ricevere il Corpo e il Sangue del Signore nostro Gesù Cristo ci conduca alla vita eterna, e: Il Corpo del Signore nostro Gesù Cristo e il suo Sangue intinto, conservino la tua anima per la vita eterna.

Il rito ispanico toletano, dopo la formula di saluto al calice citata sopra come dal Messale di Troyes, per la comunione dei fedeli porta: Sanguis Iesu Christi maneat tecum redemptio tua.

Dal rito celtico si può esemplificare la formula: Il Corpo con il Sangue del Signore nostro Gesù Cristo ti sia salvezza per la vita eterna

L'insieme delle formule occidentali conferma uno schema unico fondamentale. Le piccole varianti forse potrebbero apportare riflessioni sul significato del bere al calice, ma esse dovrebbero essere ancora raccolte e collazionate, oltre che studiate nell'economia interna dei libri che le testimoniano. Per il momento ci si deve fidare dell'assicurazione degli specialisti che non è probabile reperire formule che si distanzino molto dalla linea comune o che presentino un tipo di teologia più ampio di quello già testimoniato.

 

  1. Confronto tra i dati primitivi, l'inizio della riflessione teologica e i testi relativi al rito del bere al calice

La tematica relativa al significato del bere al calice eucaristico dai dati primitivi e dalla teologia origeniana e ciprianea può essere riassunta su tre linee.

Una prima linea è quella del bere al calice che contiene il sangue versato da Cristo. Ne sono testimoni Ignazio di Antiochia, la Traditio apostolica di Ippolito, ma soprattutto Origene e Cipriano di Cartagine.

Una seconda linea è quella  del bere al calice che contiene la bevanda propria degli ultimi tempi, del tempo dello Spirito. Oltre a Origene e Cipriano, si possono trovare indizi sia nella Didaché che nella Traditio apostolica.

Una terza linea è infine quella del bere al calice unico che nel sangue produce l’unità ecclesiale. Della terza linea il testimone privilegiato è Ignazio di Antio-
chia, ma anche in Cipriano di Cartagine si ritrova il concetto e forse anche nelle parole relative alla terza coppa data agli iniziati secondo la Traditio apostolica.

Tutte le linee, come risulta dagli accenni già fatti, hanno le radici nei testi del Nuovo Testamento. Ma se si comparano i temi bibIici con quelli dei dati primitivi e gli immediatamente successivi,  non potrà non destare meraviglia il non aver trovato nessuna testimonianza più esplicita in questi ultimi che riporti al tema del “calice della alleanza nuova”. È lecito domandarsene il motivo, anche se tale tema aveva già il suo luogo implicito nel tema del sangue versato e pertanto non aveva bisogno di ulteriore esplicitazione. 

Passando alle formule relative alla comunione, di cui alcune peculiari per comunione al calice, altre comuni in quanto relative alla comunione sotto le due specie, si può osservare in primo luogo la diversa natura delle formule proprie della liturgia orientale da quelle della liturgia occidentale. Le prime sono tutte di natura indicativa, le altre invece deprecative. Uno spirito diverso è all'origine di queste formule, e questo spirito, pur facendo convergere nella medesima fede, denota però un atteggiamento celebrativo che si va differenziando. Le controversie eucaristiche proprie del medioevo occidentale e il diverso comportamento verso l'eucaristia, anche se non eccessivamente, hanno però fatto sentire il proprio influsso sullo sviluppo rituale. 

La prima linea, quella del bere al calice che contiene il sangue versato da Cristo, è dai testi liturgici la più testimoniata e sfruttata. Dal semplice Sangue di Cristo delle Constitutiones apostolorum, si passa agli epiteti: prezioso (Messa caldea, rito etiopico), propiziatorio, vivo e vivificante (rito maronita), effuso per noi (rito copto), per la remissione dei peccati (Liturgia giacobita, bizantina, caldea, maronita), per la salvezza del mondo e la vita delle anime nostre (rito armeno). Due note peculiari esprimono nella Liturgia dei giacobiti le parole del diacono: questo è il calice che ha riempito il Signore nostro sul legno della croce, e nella Liturgia armena il canto del coro: Sangue che in noi si sparge. Mentre il primo momento, quello dello spargimento dalla croce, è rivolto al passato, e nello stesso senso sarà testimoniato anche per la Liturgia occidentale dal Sacramentario di Thierry e dal Messale di Troyes, quello dello spargersi attuale è invece un concetto che si avvicina al  vivificante e che suppone con tutta probabilità un senso del memoriale  che il pensiero occidentale aveva da tempo perduto per il distacco operatosi tra mondo erede della cultura platonica e il mondo erede della novità germanica. 

L'efficacia salvifica del sangue è inoltre alla base di tutte le forme deprecative occidentali espresse nel custodisca, redima, giovi, salvi, conduca, resti per la salvezza, conservi, resti con te, sia per te salvezza, anche se l’oggetto sia poi la remissione dei peccati, la redenzione, il rimedio per la vita eterna. 

Anche la seconda linea, quella del bere al calice che contiene la bevanda propria degli ultimi tempi, e soprattutto del tempo dello Spirito, trova non pochi sviluppi nei riti e testi attinenti alla comunione al calice. Dal calice di vita delle Costitutiones apostolorum, che riappare nel rito etiopico come primo epiteto, si passa al calice del regno  della Liturgia caldea, che ha un frutto in questo secolo e nell'altro, come dice la Liturgia dei giacobiti, che santifica l’anima, secondo il rito maronita. Questo calice per la vita eterna (Liturgia bizantina e maronita) che fa parte della mensa dell'immortalità (rito armeno), è designato come “disceso dal cielo” nella Liturgia del rito etiopico e quindi come  “spiritale convivio per la vita eterna”  (Messa caldea) in rapporto con lo Spirito (Liturgia bizantina, rito dello zéon), pegno dello Spirito che dovrà essere con tutti coloro che comunicano al calice (Messa caldea e rito armeno). Anche se i testi liturgici non riprendono il tema della sobria ebbrezza, che è già impostato nei testi origeniani e ciprianei, tuttavia il nucleo essenziale si ritrova in essi in quanto si accenna alla presenza e azione dello Spirito che ne è la causa e l'origine.

Nelle formule occidentali l’unica espressione che si collega a questa linea è la sobria bevanda celeste della formula di saluto al calice del Messale di Troyes e del rito ispanico toletano, che si ritrova anche in tanti altri manoscritti. La bevanda riprende la vena biblica già notata nella Lettera di Paolo ai Corinzi e collegata con lo Spirito. Il celeste si riallaccia al concetto di discesa e quindi di effetto della epiclesi dello Spirito che scende sui doni. Non è però da escludere che anche il termine consolidamento, usato sia per il sacramento in cui lo Spirito è donato, sia per questo completamento della comunione eucaristica, contenga un implicito richiamo a un aspetto peculiare della comunione al calice come luogo privilegiato dell’azione dello Spirito. Tale supposizione avrebbe tuttavia necessità di essere suffragata da ulteriori testimonianze, prima di essere data anche solo come probabile.

Dalle testimonianze addotte non è emersa invece nessuna conferma di un esprimersi della linea del bere al calice unico che nelsangue produce l’unità ecclesiale. Insistenze sull'unità del calice, che  era simbolo in quanto unico, esistono nell'antichità, ma può risultare strano che il tema letterariamente non abbia avuto sviluppi nelle formule o testi vicini alla comunione al calice.   

 

4. Conclusione 

Dall'indagine fatta emergono alcune osservazioni che proponiamo a modo di conclusione.

La prima osservazione riguarda il campo della indagine stessa. Anche se le formule connesse direttamente con il rito della comunione potevano sembrare inizialmente le più adatte a convogliare tutta una ricchezza tematica sia biblica che patristica in rapporto al medesimo soggetto, esse non sembrano sufficienti per dare una risposta completa al tema del significato del bere al calice eucaristico. Specialmente per liturgie che avevano ridotto l'uso del bere al calice e lo avevano sostituito con riti come l'intinzione, che pur permettendo la comunione sotto le due specie non la mettevano certamente in luce nei suoi aspetti complementari, le formule non potevano conservare una ricchezza non più presente nel rito. Il campo di indagine dovrebbe quindi essere ripreso e ampliato nel settore della eucologia e nel settore della preparazione del calice per averne ulteriori conferme.

La seconda osservazione deriva dalla precedente. Se la comunione bevendo direttamente al calice è andata diminuendo nell'uso di tutte le Chiese e ciò ha influito sui testi liturgici, questi non potranno da soli sufficientemente chiarire tutti gli accenni, che anche avranno potuto conservare. Da qui il campo della indagine si mostra necessariamente da ampliare a quei settori in cui o possono trovarsi ancora informazioni dirette, o possono essere state conservate delle testimonianze. Anche se queste osservazioni relativizzano il valore del nostro apporto, ci sembra che la individuazione delle tre linee tematiche possa già costituire un frutto di qualche utilità in quanto ossatura e armatura capace di creare un primo orientamento per ulteriori. 

Bibliografia - M. Lessi-Ariosto: “Il significato del rito del bere al calice a partire dai testi e riti, fin dai primi secoli”, in F. Vattioni (a cura), Sangue e antropologia nella Liturgia, 4/III, ed. Pia Unione Prez.mo Sangue, Roma 1984, 1295-1312.