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SETTEMBRE 2007 |
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CATECHESI TEOLOGICA Sommario 2. L’azione divina e il significato della sofferenza. 3. Sofferenza di Dio e impassibilità. 4. Valore della sofferenza di Dio.
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Nelle esortazioni rivolte ai presbiteri di Efeso, Paolo esalta il valore della Chiesa, redenta al prezzo del sangue di Dio; egli esorta i presbiteri a vegliare su loro stessi e sul loro gregge, perché lo Spirito Santo li ha destinati a pascere la Chiesa di Dio, Chiesa acquisita per mezzo del proprio sangue (cfr At 20, 28). Non si poteva immaginare un prezzo più alto. Altrove, nelle lettere di Paolo, la redenzione viene attribuita al sangue di Cristo. In questa lettera, il sangue è chiamato sangue di Dio, perché è Dio che si è acquisito la Chiesa con il proprio sangue. L’apostolo pone l’accento sul valore del prezzo versato, per incoraggiare i presbiteri a dedicarsi generosamente al loro compito pastorale. Che cosa significa più esattamente questo sangue di Dio? C’è un problema esegetico. Non possiamo affermare che, nel testo, Dio si riferisca direttamente a Cristo: di solito Paolo non applica a Cristo il nome di Dio. Ma se si tratta del Padre, come Paolo può affermare che Dio si è acquisito la Chiesa con il proprio sangue? Non è il Padre che ha sofferto sulla croce e dobbiamo rispettare la distinzione di persona fra il Padre e il Figlio. La soluzione consiste nell’ammettere che Dio designa il Padre, ma che il Padre opera per mezzo di suo Figlio, come gli uditori del discorso l’hanno capito. L’acquisizione è stata fatta dal Dio Padre, con il sangue di Cristo. Il Padre ha assunto l’iniziativa in tutta l’opera di salvezza, e mandando suo Figlio sulla terra, l’ha destinato alla croce. Paolo afferma la presenza del Padre nell’amore di Cristo verso di noi: Chi ci separerà dall’amore di Cristo (Rm 8, 35)? Niente potrà mai separarci dall’amore di Dio, che è in Cristo Gesù, nostro Signore (Rm 8, 39). Con il suo amore, il Padre opera la salvezza mediante il sacrificio del Figlio: Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici (Gv 15, 13). L’accento è posto sull’offerta spirituale che costituisce il sacrificio. In modo simile, definendo la sua missione, Gesù dichiara che il Figlio dell’uomo è venuto non per essere servito, ma per servire e dare la sua anima (la sua vita) in riscatto per la moltitudine (cfr Mc 10, 45; Mt 20, 28). Si tratta dell’offerta più intima di se stesso. Mediante questa offerta, la Chiesa è stata acquisita, e l’acquisizione al prezzo del sangue significa la liberazione procurata all’umanità dall’estremo amore di Cristo. In questo amore di Cristo dobbiamo sempre riconoscere come verità prioritaria l’amore del Padre. Dio dimostra il suo amore verso di noi perché mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi (Rm 5, 8). La dimostrazione dell’amore divino dà pieno significato e pieno valore alla morte di Cristo. Ci sono stati recentemente dei tentativi di presentare questa morte come un dramma semplicemente umano, essenzialmente suscitato da circostanze storiche particolari. Alcuni hanno visto in quello che era inchiodato alla croce un giusto oppresso dall’ingiustizia del potere, un profeta martire, un rivoluzionario condannato per i suoi progetti di società nuova. Ma ogni interpretazione fondata su un contesto umano è insufficiente; il dramma del Calvario può soltanto essere capito all’interno della prospettiva di un’opera divina. Il sangue non è solo sangue umano, ma sangue di Dio. È il sangue del Figlio, e in questo sangue versato, è il Padre che s’impegna, anzi è il primo che s’impegna. Il sangue è detto il suo sangue, anche se rimane vero che solo il Figlio si è incarnato. Ma tutto quello che è proprietà del Figlio, è proprietà del Padre. Tutto ciò che è mio è tuo, e tutto ciò che è tuo è mio (Gv 17, 10). Gesù appartiene al Padre, non in virtù dell’unione ipostatica che unisce la sua natura umana alla persona del Figlio, ma in virtù della perfetta unità che esiste fra il Padre e il Figlio: Io e il Padre siamo una cosa sola (Gv 10, 30). La rivelazione del mistero trinitario, più specialmente dell’unità delle persone del Padre e del Figlio, permette di capire come il sangue versato per l’acquisizione della Chiesa è il sangue di Dio. Questa rivelazione è indissolubilmente legata a quella del mistero dell'incarnazione. Colui che si è incarnato, rivelando la sua identità divina di Figlio, ha rivelato la sua distinzione dalla persona del Padre, ma anche la sua unione con lui. Nella sua missione redentrice, ha mostrato l’impegno di tutto il Dio trinitario. Gesù ha sempre preteso di agire in qualità di Figlio, in comunione totale con il Padre. È una nota caratteristica della sua rivelazione: come Dio, non appare in un quadro di superba solitudine. Si presenta come mandato da un altro, il Padre, e rimane in contatto permanente con lui, al punto che c’è appartenenza reciproca: Credetemi: io sono nel Padre e il Padre è in me (Gv 14, 11). Inoltre, questa appartenenza reciproca è tale che le opere compiute da Cristo sono opere del Padre. Gesù non parla mai della sua opera o delle sue opere. Egli compie le opere che il Padre gli ha dato da compiere (Gv 5, 36). Facendo a suo Figlio questo dono, il Padre non ha rinunciato ad agire personalmente: Il Padre, che rimane in me, compie le sue opere (Gv 14, 10). Questa dichiarazione di portata generale porrà una luce di grande valore su tutta la missione redentrice. Il Figlio è venuto sulla terra per salvare l’umanità, per fare l’acquisizione della Chiesa al prezzo del sangue. Ma questa opera, pure impegnando tutto l’amore del Figlio, è prima di tutto la grande opera del Padre, presente e attivo in tutto il dramma della passione e della risurrezione.
2. L’azione divina e il significato della sofferenza L’impegno divino nell’opera redentrice illumina il valore della sofferenza. Più precisamente, l’iniziativa sovrana del Padre testimonia che la sofferenza appartiene a un disegno divino e non è semplicemente un incidente o un ostacolo, ma una via scelta dalla sapienza divina per il compimento dell’opera di salvezza. Così appare destinata a una fecondità di livello superiore. Sottolineando il prezzo del sangue versato per l’acquisizione della Chiesa, affrontiamo necessariamente il problema della sofferenza di Dio. Per molto tempo era stato detto nella teologia che Dio non poteva soffrire. Quando invece affermiamo che il Padre si è impegnato nell’opera redentrice, dobbiamo ammettere che egli volontariamente si è esposto alla sofferenza legata alla crocifissione di suo Figlio. Così, sul Calvario non c’è stata soltanto la sofferenza umana del Figlio incarnato; c’è stata la sofferenza divina del Padre, che con la sua compassione paterna partecipava al dolore del supplizio di Gesù. Questa sofferenza divina appartiene al mistero della redenzione. È stata brevemente affermata da Paolo come la suprema dimostrazione dell’amore del Padre per noi e la fonte di molti nuovi benefici: Egli, che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha consegnato per tutti noi, non ci donerà forse ogni cosa insieme con lui (Rm 8, 32)? In queste righe della Lettera ai Romani, Paolo s’interrogava sui suoi motivi di fiducia e ricordava il comportamento del Padre che nel dramma della passione aveva dato suo Figlio in sacrificio. Secondo il racconto biblico, il grande merito di Abramo veniva dal fatto che non aveva risparmiato il proprio figlio e aveva consentito a immolarlo per ubbidire alla volontà divina; per questo gesto generoso aveva ricevuto la promessa di tutte le benedizioni divine (Gen 22, 15‑18). Nel gesto di Abramo, Paolo aveva scoperto l’atto supremo dell’amore divino per l’umanità: in realtà, era Dio il Padre che non aveva risparmiato il proprio Figlio. Era stato il primo che si era impegnato nella via del sacrificio. Quando viene detto che il Padre ha acquisito la Chiesa con il sangue del Figlio, questo significa che per procurare la vita divina agli uomini il Padre ha consentito al sacrificio più profondo del suo amore paterno. Come Paolo ha avuto l’audacia di vedere nell’opera redentrice il sacrificio che il Padre ha fatto del proprio Figlio? Le parole stesse di Gesù l’hanno illuminato, più specialmente la parabola dei vignaioli omicidi. Il padrone della vigna manda dei servi che vengono maltrattati o uccisi. Aveva ancora uno, il figlio prediletto; lo inviò loro per ultimo, dicendo: ‘Avranno rispetto per mio figlio’ (Mc 12, 6). Lo uccisero e lo gettarono fuori della vigna. Finalmente è il Figlio prediletto che viene sacrificato: il dolore più profondo viene così inflitto al cuore del Padre. La parabola pone in rilievo la solidarietà che esiste fra Padre e Figlio. Gesù afferma spesso non solo che tutto il suo comportamento è guidato dal Padre, ma che il Padre stesso è presente in lui e opera in lui. Se il Figlio è impegnato in una via dolorosa, il Padre viene più intimamente colpito perché è più intimamente unito al Figlio.
3. Sofferenza di Dio e impassibilità Non c’è alcuna barriera di impassibilità che avrebbe posto Dio al riparo della sofferenza. L’essere divino è impassibile nel senso che Dio rimane sempre Dio e non può perdere niente della sua perfezione divina. Dio non può essere oppresso dalla sofferenza né mutilato o diminuito. Ma con una decisione sovrana Dio può entrare nella sofferenza e trovarvi uno sviluppo del suo amore. Gesù ci ha rivelato l’impegno del Padre nel sacrificio. A coloro che esprimevano il desiderio di conoscere il Padre, rispondeva: Chi ha visto me, ha visto il Padre (Gv 14, 9). Secondo questo insegnamento, quelli che l’hanno visto al momento della passione hanno scoperto l’impegno del Padre nel mistero della redenzione. Il Padre non si nascondeva, ma si rivelava nel dramma della croce. L’amore sofferente di Cristo al Calvario ha fatto vedere l’amore sofferente del Padre per tutti noi. Sarebbe dunque un errore attribuire al Padre e al Figlio delle disposizioni intime contrastanti nell’opera della salvezza, come l’hanno fatto alcuni commentatori quando hanno voluto spiegare il dramma come quello della giustizia divina che condannava gli uomini peccatori. Anche quando Gesù si sente abbandonato sulla croce, Padre e Figlio rimangono profondamente uniti nello stesso amore verso l’umanità. Il Padre soffre consegnando suo Figlio al supplizio; il Figlio soffre rivolgendo la sua offerta al Padre. Molte rappresentazioni della passione sono state ingiuste verso il Padre mostrando in lui un volto severo, duro o adirato e dimenticando che tutto il dramma era animato dalla volontà misericordiosa del Padre, che apriva generosamente la porta del perdono. Il sentimento che avrebbe dovuto dominare l’immagine del dramma sarebbe stato quello di una bontà che andava fino nel fondo della via dell’amore, l’amore eroico di un Padre che dava suo Figlio in sacrificio per salvare tutti gli uomini e fare di loro una comunità di figli nel suo unico Figlio. Il Padre affrontava ogni sofferenza per estendere all’estremo la sua paternità. Così poteva acquisire la Chiesa mediante il proprio sangue, sangue di Dio che significava il massimo dell’amore.
4. Valore della sofferenza di DioSolo la verità che il Padre ha sofferto nel sacrificio redentore illumina la portata del disegno di salvezza. Dinanzi all'offesa del peccato, la prima reazione del Padre non è stata di far ricadere su altri la sofferenza che era la conseguenza del peccato. Il Padre è stato il primo che ha assunto questa sofferenza impegnandosi nella via del sacrificio. Ha sacrificato il suo cuore paterno consegnando il proprio Figlio al supplizio della croce. Prima di chiedere ad altri un pagamento di dolore, si è inflitto la sofferenza più intima, nascosta nelle profondità divine, quella di un Padre che immola suo Figlio per acquisire la Chiesa.Il dono del Figlio non toglie niente al valore espiatorio del sacrificio di Gesù. Secondo l’affermazione di Giovanni, il Padre ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati (1 Gv 4, 10). Egli chiede un sacrificio di riparazione, ma misteriosamente è il primo che paga con il dono del Figlio. L’affermazione di questo amore del Padre ci aiuta a capire che gli attributi di immutabilità e di impassibilità, propri alla natura divina, non escludono una vera sofferenza divina, quella che fa l’oggetto della rivelazione. In Dio dobbiamo distinguere la natura divina, o essere necessario di Dio, che rimane immutabile, e d'altra parte l’attività libera di Dio che stabilisce delle relazioni di amore con l’umanità. In Dio, l’amore è libero e gratuito; non può essere identificato con l’essere necessario, che è immutabile e impassibile. La sofferenza non sorge dall’essere necessario, ma dall’amore libero che Dio sviluppa nel rapporto con le creature. Siccome si sviluppa con la libertà dell’amore, la sofferenza divina non pone in gioco la perfezione che appartiene all’essere necessario di Dio e non può portare nessun danno né mutamento a questa perfezione. L’impegno di Dio nella sofferenza ci fa riflettere sul bene che il dolore può procurare all’esistenza umana e sull’amore che può stimolare nelle relazioni con Cristo e con il prossimo. Bibliografia - J. Galot, Dieu souffre‑t‑il?, Parigi 1976. - Idem, “La réalité de la souffrance de Dieu”, Nouvelle Revue Théologique 101 (1979), 224‑245. - Idem, “La rélation de la souffrance de Dieu”, Science et Esprit 31(1979), 159‑171. - Idem, “Le Dieu trinitaire et la Passion du Christ”, Nouvelle Revue Théologique 104 (1982), 70‑87. - Idem, Pourquoi la souffrance?, Louvain 1983.
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