lUGLIO

 

ESPIAZIONE IN 1 Gv 1, 7

 Sommario

  1. IL TESTO DI Gv. 1,7 NELLA STORIA DELL'ESEGESI

  1. ANALISI DEL VERSETTO NEL SUO CONTESTO

  1. IL TEOLOGICO DEL VERSETTO

  1. CONCLUSIONE

  2. nOTE

  3. BIBLIOGRAFIA

La presente esposizione riguarda 1 Gv 1, 7, insieme ad alcuni testi paralleli della stessa Lettera.
La domanda che ci poniamo è:  Il testo sul sangue di Gesù che purifica si inserisce bene o non si inserisce nella teologia giovannea? E quale è il senso teologico di quella insistenza sul sangue e sull’espiazione? Data l’assenza quasi totale di spiegazione nei commenti moderni, ci è sembrato necessario vedere come il nostro testo è stato interpretato nella storia dell’esegesi. Sarà la prima parte. Faremo poi l’analisi precisa del brano. In una terza parte, mostreremo il risultato dell'analisi, mettendo in luce la portata teologica del tema.

1.IL TESTO DI Gv. NELLA STORIA DELL'ESEGESI

a. Il tempo dei Padri

Il primo commento è di Clemente Alessandrino, con la sua esegesi molto originale e unica nel suo genere. Egli si esprime così: ‘E il sangue del suo Figlio, dice (Giovanni), ci purifica’. Infatti, la dottrina del Signore, che è molto forte, venne chiamata il suo sangue (Adumbrationes in epist. Iohannis primam: GCS III, 211; PG 9, 735 C). Questa identificazione di “sangue” e di “dottrina”, tipica per l’ambiente alessandrino, è significativa in quanto la formula “il sangue del suo Figlio” non viene interpretata in un senso materiale, come un richiamo diretto al sangue della croce. Se parla di dottrina, l’autore ci mette in un ambiente ecclesiale. Ma per meglio comprendere il pensiero di Clemente, leggiamo un altro passo dei suoi scritti, nel Pedagogo: Il sangue del Signore è doppio: da una parte c'è quello della carne che ci ha riscattati dalla perdizione; dall'altra quello del suo spirito che ci ha unti (I, 19, 4: GCS I, 167, 28; SC 108, 48-49). Una distinzione analoga viene fatta dal suo discepolo Origene, in un passo della disputa con Eraclide (Entretiens avec Héraclide, 11, 7; 16, 12: SC 67, 78. 88), in cui commenta il versetto di Lv 17, 11: L'anima di ogni carne è nel sangue ...; è il sangue, in quanto anima, che espia. In ciascuno di noi, spiega Origene, bisogna distinguere due uomini: l’uomo esteriore e quello interiore. Questa distinzione si può fare per le diverse parti del corpo: gli occhi, gli orecchi, il cuore; vale anche per il sangue: Poiché tutti questi elementi del corpo materiale li trovi nell'uomo interiore, così anche il sangue, con lo stesso nome del sangue materiale, esiste nell'’uomo interiore’ (Ib., 22, 13-17: SC 67, 98). In un tale contesto, l’esegesi di 1 Gv 1, 7, proposta da Clemente Alessandrino, si può forse comprendere così: non è quel sangue materiale versato sulla croce, ma il “sangue” di Gesù come “uomo interiore”, vale a dire, forse, l’oblazione interiore di Gesù che fu rivelata agli uomini e che diventa così la sua dottrina nella Chiesa, la sua parola. Indubbiamente, in questa tradizione alessandrina c’è una dicotomia troppo forte tra carne, sangue e dottrina. Ma l’interesse di questa esegesi è che ci invita a interpretare l’espressione “il sangue di Gesù” in un senso non esclusivamente fisico; deve intervenire qui un aspetto simbolico e quindi rivelatorio: il “sangue” significa allora la forza della “dottrina” del Signore, una “rivelazione” del suo “uomo interiore”.
Un modo analogo di interpretare il testo è rappresentato da Teofilatto (sec. XI). Egli insiste sull'idea di comunione con Dio; se rimaniamo nella comunione con Dio e con i fratelli, ci rendiamo invincibili di fronte al peccato: Colui che ha abbracciato la comunione con Dio è già purificato dal sangue del suo Figlio Geù Cristo, che è stato effuso per noi (Expositio in epistolam I Sancti Joannis : PG 126, 17 A). Questa esegesi però rimane insufficiente, perché vede la purificazione dal peccato come un effetto presente dell’effusione passata del sangue di Gesù, mentre per Giovanni è l’azione dello stesso sangue di Cristo che sembra rimanere attuale.

b. La tradizione medievale

Per il medioevo latino, si possono distinguere due tipi di interpretazione di 1 Gv 1, 7.
La prima è quella sacramentale, iniziata, a quanto sembra, da san Beda (+ 735) 1 ; si ripeterà poi attraverso tutto il medioevo. L’evento passato della passione di Cristo ottiene la sua efficacia presente nella Chiesa, per mezzo dei sacramenti del battesimo e della penitenza. Ma così non si spiega in che senso il sangue stesso di Gesù possa purificare e, nel contesto del nostro versetto, non c’è nessun accenno ai sacramenti. Quel tipo di teologia sacramentaria, applicato al nostro testo, è manifestamente abbastanza anacronistico.
Si deve dire lo stesso per l’altra interpretazione medievale, che - in un modo troppo scolastico - ricorre alla nozione di merito. Non fa meraviglia quindi se questo modo di leggere il testo si ritrovi anche al tempo della contro-riforma, nella controversia attorno alle opere buone e al merito.
Non è difficile vedere che una tale impostazione del problema può difficilmente corrispondere alla prospettiva del testo giovanneo, dove non si parla della passione di Cristo, ma di luce e di comunione con Dio e con i fratelli.

c. L'esegesi del tempo della riforma

I riformatori, contrariamente agli autori medievali, mettono fortemente in risalto la dimensione soggettiva del credente, la sua adesione alla parola, la sua fede. Così fanno Lutero e Calvino. Ma la formula più concisa si trova nelle Annotationes di Grozio: (Sangue) è una metonimia. Egli (Giovanni) vuol dire: colui che in questa condizione mostra di essere stato veramente purificato dal ‘sangue di Cristo’, vale a dire, da quella ‘fede’ che suscita in noi la passione di Cristo 2. Dal dato oggettivo del sangue di Cristo l’autore passa alla disposizione soggettiva della fede.
Un autore cattolico, Lefèvre d'Etaples, che era più o meno contemporaneo di Lutero e che ha saputo cogliere bene gli elementi positivi della riforma protestante, ha proposto per il nostro passo una interpretazione che mantiene felicemente l’equilibrio tra i due aspetti della purificazione dai peccati, l’aspetto soggettivo e quello oggettivo: la “luce” in cui dobbiamo camminare, egli dice, è allo stesso tempo grazia, fede, verità, Dio stesso. Ma che cosa significa allora la frase sul sangue? L’autore spiega: Il sangue di Gesù Cristo, Figlio di Dio, ci purifica da ogni peccato e caccia le tenebre, perché fa penetrare in noi e ci comunica la sua grazia, lo spirito della sua fede e se stesso, in quanto la presenza della luce assorbe le tenebre 3.br>Tra tutte le interpretazioni, incontrate finora, questa è forse una delle più felici.
Quella fatta è stata una rapida visione panoramica dell’esegesi di 1 Gv 1, 7. Negli ultimi due o tre secoli non emergono aspetti nuovi. Ma quasi tutte queste interpretazioni spostano inconscientemente l’accento da Cristo alla Chiesa o ai credenti; nessuna spiega veramente perché Giovanni, nel presente della situazione ecclesiale, parli ancora del sangue di Gesù, il Figlio di Dio, e della sua azione purificatrice. Dobbiamo quindi intraprendere un esame più attento del testo di Giovanni.

 

2. ANALISI DEL VERSETTO NEL SUO CONTESTO

Ciò che è mancato nelle interpretazioni proposte finora è lo sforzo per situare esattamente il nostro versetto nel suo contesto immediato, per vedere tutte le risonanze che gli vengono dai testi paralleli che lo circondano. Diamo i risultati di questa analisi.

a. La struttura letteraria della sezione

Il versetto 1, 7 dobbiamo  leggerlo insieme con gli altri quattro:

- 1, 5: Dio è luce; - 1, 7: Se camminiamo nella luce, come EGLI stesso è nella luce, … il sangue di GESU’, Figlio suo, ci purifica...; - 1, 9: Se confessiamo i nostri peccati, EGLI (Dio) è fedele e giusto, finché ci purifichi...; - 2, 1: Abbiamo un intercessore dinanzi al PADRE, GESU’ CRISTO, giusto, - 2, 2: perché EGLI è vittima di espiazione per i nostri peccati.
Gesù quindi è visto qui come Figlio di Dio, nella luce di Dio. Gesù Cristo giusto è presentato come intercessore celeste dinanzi al Padre. Il titolo soteriologico “giusto”, applicato a Gesù Cristo di fronte al Padre, nella parte kerigmatica era già stato usato per Dio stesso. L’espressione il sangue di Gesù ci purifica da ogni peccato viene ripresa nella parenesi finale sotto una forma equivalente: egli è vittima di espiazione per i nostri peccati.
Da queste prime constatazioni possiamo già tirare alcune conclusioni interessanti per l’interpretazione della frase di 1, 7: il sangue di Gesù, Figlio suo, ci purifica da ogni peccato. La cosa più importante da osservare è che i quattro versetti non descrivono direttamente la vita ecclesiale, ma il livello trascendente della vita divina. Questo vale non solo per Dio stesso, ma anche per Gesù nei suoi rapporti con Dio: egli, Figlio suo, è,  come Dio stesso, nella luce  dinanzi al Padre. Essendo giusto, come Dio è giusto, Gesù Cristo può essere per noi intercessore dinanzi al Padre. Ma allora, come è possibile, in questo contesto di vita celeste, che Giovanni parli ancora del sangue di Gesù, Figlio suo? Non è essenzialmente incruenta la situazione trascendente del Signore nella gloria? Perché indubbiamente queste parole del v. 7 sono da comprendere del Cristo glorioso, poiché sono parallele al termine “vittima di espiazione”, il quale a sua volta è una ripresa di “intercessore dinanzi al Padre”. Pertanto Giovanni pensa alla presenza e all’azione attuale del Cristo glorioso dinanzi al Padre.

b. Analisi del versetto

 Dall’analisi del versetto risulta che il camminare nella luce produce due effetti nella vita dei cristiani: il primo è la comunione fraterna, cioè la carità nella comunità cristiana; l’altro consiste nella loro purificazione interiore dai peccati. Ma per ciascuno di questi due risultati viene indicato ai credenti un modello celeste, una causa, al livello trascendente della vita divina:  da una parte, Dio stesso; dall'altra Gesù, il Figlio di lui. Dio è nella luce; perciò se camminiamo in quella sua luce divina, viviamo tra noi nella comunione, la quale non può essere altro che una partecipazione alla  comunione col Padre e col suo Figlio. Gesù, nel suo sangue, è causa della nostra purificazione. Infatti se la purificazione è un effetto ottenuto quaggiù nella vita ecclesiale, la causa è situata lassù, al livello trascendente della vita divina:  è il sangue di Gesù, Figlio suo. Colui che ci purifica adesso è Gesù nella gloria, nella sua relazione filiale con Dio.
Giovanni, parlando del sangue di Gesù che ci purifica da ogni peccato, pensa al sangue del sacrificio di Cristo; però non lo descrive come un ricordo del sacrificio passato della passione, ma nella situazione attuale del Cristo celeste dinanzi al Padre che intercede per gli uomini.

3. IL SENSO TEOLOGICO DEL VERSETTO

Abbiamo adesso riunito tutti gli elementi che ci possono aiutare a comprendere sinteticamente il senso di 1 Gv 1, 7. Dalle analisi precedenti risulta che, per comprendere questo versetto, dobbiamo prendere simultaneamente in considerazione tre momenti dell’evento salvifico: il momento storico, ricordato anche in 1 Gv 5, 6, del sacrificio di Gesù sulla croce; la situazione eterna e trascendente del Cristo glorioso dinanzi al Padre; il momento storico ma attuale dei credenti nella comunità ecclesiale.
Chiariamo ognuno dei tre momenti.

a. Il ‘sangue’ di Gesù Cristo nella croce

Il sangue che, secondo il racconto di Gv 19, 34, il testimone presente alla croce aveva visto uscire, insieme con l’acqua, dal costato trafitto di Gesù, prendeva per lui un’importanza straordinaria (cfr 19, 35): questo fatto esteriore, per il discepolo che Gesù amava, diventava il simbolo e la rivelazione della vita interiore e profonda di Gesù, prima che morisse, cioè della sua oblazione perfetta e filiale al Padre e del suo amore salvifico per noi.
Il fatto materiale in se stesso, però, quello del sangue e dell’acqua fuoriusciti dal costato di Gesù, accadde solo quell'unica volta. Invece, ciò che il sangue simboleggiava e significava, ossia la vita di oblazione di Gesù, era, sì, una realtà rivelata storicamente sulla croce, ma che doveva rimanere per sempre, dalla risurrezione in poi e anche nella vita gloriosa, dopo il ritorno di Gesù  nel seno del Padre (Gv 1, 18). Quindi, se dopo la morte di Gesù si continuava a parlare del suo “sangue”, non era principalmente per ricordare nella sua realtà fisica quell’evento passato del Calvario, ma per far comprendere il suo significato simbolico e teologico, ciò che esso aveva manifestato in quel momento. Quel senso nascosto del sangue di Gesù doveva in seguito, in un modo permanente, interessare la fede e la vita di tutti nella Chiesa. E è proprio perché quella vita profonda di Gesù, simboleggiata dal suo sangue, rimane permanentemente presente (nella gloria ma anche nei suoi effetti), che l’autore della lettera può dire, al presente, che il suo sangue ci purifica da ogni peccato (1, 7).

b. Il ‘sangue’ di Gesù Cristo, vittima di espiazione dinanzi al Padre.

Solo quella permanenza della vita profonda di Gesù, dopo la risurrezione e poi nella gloria, può spiegare il parallelismo tra i due versetti 1, 7 (il sangue di Gesù, Figlio suo, ci purifica da ogni peccato) e 2, 2 (vittima di espiazione per i nostri peccati); questo parallelismo certamente è paradossale, perché il primo testo ricorda un fatto passato della vita terrestre di Gesù, mentre il secondo descrive ciò che egli è divenuto con la sua glorificazione. E però, nei due casi viene descritta la stessa vita profonda di Cristo nei suoi rapporti con Dio Padre, prima alla croce, e poi nella gloria.
Inoltre, all’interno della parte parenetica che descrive la vita celeste di Gesù Cristo (2, 1-2), dobbiamo ricordare un altro parallelismo che risulta chiaramente dalla costruzione chiastica: intercessore dinanzi al Padre; vittima di espiazione per i nostri peccat”.
Anche questo accostamento di termini è alquanto paradossale: l’espiazione per i nostri peccati sembra necessariamente legata al sacrificio cruento della croce, mentre l’intercessione celeste di Cristo si fa dinanzi al Padre. Eppure i due termini sono qui paralleli; bisogna quindi dire che sono due modi di designare la stessa realtà: l’intercessione celeste di Cristo davanti al Padre consiste proprio nel fatto che egli si presenta a lui come vittima di espiazione. Questo fatto, a prima vista sconcertante, si comprende molto bene alla luce della teologia giudaica e cristiana, dove si nota una tendenza costante ad assimilare la espiazione all’intercessione. C’è un duplice modo di intercessione celeste di Cristo per i nostri peccati: secondo un primo modello, Cristo veramente “interpella” il Padre rivolgendogli la sua pregbiera, “intercedendo in nostro favore” (cfr Rm 8, 34); secondo l’altro, invece, il Cristo glorioso si presenta semplicemente a Dio nella sua umanità, ma più precisamente come vittima immolata per la nostra salvezza (in statu victimae). Era la dottrina esplicita di san Tommaso, nel suo commento alla Lettera agli Ebrei, 7, 25 (dove si legge: semper vivens ad interpellandum pro nobis) 4.
Questi due modelli di intercessione celeste di Cristo sono già chiaramente presenti nel NT: a) nella tradizione paolina prevale la presentazione di Cristo che “intercede in nostro favore”, esprimendo al Padre il suo desiderio della nostra salvezza: cfr Rm 8, 34; Eb 7, 25; 12, 24; b) nella descrizione giovannea della situazione gloriosa di Cristo viene maggiormente accentuato l’altro aspetto: il Cristo celeste è presente davanti al Padre in statu victimae; questa sua presenza costituisce già la sua intercessione; così più volte, nell’immagine dell'Apocalisse: l’agnello che pare sgozzato (5, 6: agnum stantem tamquam occisum; 5, 12; 13, 8); questa è anche la rappresentazione di Giovanni nel nostro passo della Prima Lettera: Egli è vittima di espiazione per i nostri peccati (2, 2); ma proprio perciò, egli è per noi un intercessore dinanzi al Padre (2, 1).

Vittima di espiazione
(2, 2) esprime un atteggiamento attivo e personale di Cristo, il che rende possibile il parallelismo con “intercessore” (2, l): è la sua oblazione al Padre che ha un valore salvifico anche “per noi”.
Il valore espiatorio dell'opera di Cristo e, quindi, il suo valore di intercessione dinanzi al Padre consiste, alla fin fine, nella sua relazione filiale al Padre, che è un altro nome per la sua oblazione d’amore al Padre.

c. Il sangue di Gesù, Figlio suo, ci purifica da ogni peccato (1, 7).

Siamo così giunti all’interpretazione di 1 Gv 1, 7, il versetto da cui eravamo partiti e che era il vero oggetto di tutta la nostra indagine. Se consideriamo adesso la nostra vita ecclesiale - quella situata al terzo momento già descritto - vediamo che la purificazione dei cristiani dal peccato è più direttamente collegata al secondo momento (il sacrificio celeste di Gesù Cristo) che non al primo (il suo sacrificio terrestre), perché solo nel secondo e nel terzo momento si tratta del sacrificio incruento di Cristo e dei suoi effetti per noi. Ma il parallelismo di 1, 7 con 2, 1-2 permette di precisare in che cosa consista concretamente questa purificazione attuale, dovuta al sacrificio celeste di “Gesù Cristo, il giusto” (2, 1). Ovviamente, non bisogna pensare a una purificazione di tipo puramente morale o ascetico. Per Giovanni, il peccato, l’unico vero peccato, è l’incredulità, il rifiuto di Cristo. Essere purificato dal peccato significa pertanto diventare sempre più credente in Cristo, e perciò diventare simile a Cristo, il Figlio di Dio. Al v. 7 è importante che l’espressione “il sangue di Gesù” venga subito precisata con la determinazione Figlio suo: la purificazione dal peccato consiste nella crescente “comunione nostra” alla sua vita filiale, a quella sua vita rivolta verso il Padre (1, 2-3).
La purificazione nostra, pertanto, non può essere altro che un effetto del nostro camminare nella luce (di Dio), come lui stesso è nella luce (1, 7a), per poter così partecipare alla comunione del Padre e del suo Figlio, Gesù Cristo (cfr 1, 3). Noi credenti dobbiamo “fare la verità”  (cfr v. 6), farla entrare in noi; dobbiamo cercare sempre che “la verità sia in noi” (cfr v. 8), che “la parola di Dio sia in noi (cfr v. 10). Èproprio in tutto questo sforzo di intensificare la nostra fede che consiste per noi il camminare nella luce (1, 7), nella luce di Dio, e di Gesù, “Figlio suo”. La purificazione dal peccato però non è opera nostra, anche se viene richiesta l’apertura nostra: la purificazione viene dall’alto, da Dio Padre e da Gesù, “rivolto verso il Padre”. Per noi, nella vita ecclesiale, la purificazione dal peccato è l’irradiazione, nella nostra vita cristiana, della luce di Dio e di Cristo, dell’oblazione eterna del Figlio al Padre, della comunione del Figlio col Padre.

4. Conclusione

L’elemento più nuovo della nostra interpretazione è senz’altro il fatto di aver concentrato tutta la nostra attenzione sul sacrificio celeste di Cristo. L’attenta analisi della sezione ha mostrato che i termini “sangue” (1, 7) e “vittima di espiazione” (2, 2), pur con un riferimento alla croce, descrivono in recto la situazione gloriosa di Cristo, il nostro intercessore dinanzi al Padre. br>Per quasi tutti i commentatori finora la parola “sangue” in 1 Gv 1, 7 significava soltanto il sangue di Gesù “che è stato effuso per noi” (Teofilatto). Per spiegare la realtà presente della purificazione, il medio evo ricorreva alla nozione di merito o faceva intervenire l’azione sacramentale. Poi fu messo l’accento sulla necessità della fede. Ma ciò che mancava in tutte queste interpretazioni era una riflessione direttamente cristologica, sia per la croce sia anche per la situazione celeste di Cristo.

Note

1 In Epistolas I-III Sancti Joannis (PL 93, 87D-88A). - 

2 Annotationes in N.T., II, Erlangen 1756, 1063. –

3 Commentarius in epistolas catholicas, Basilea 1527, 45v. –

4 Super epistolas S. Pauli lectura, II, ed. VIII, Torino 1953, nr. 373

 

Bibliografia

I. de la Potterie: “Sangue ed espiazione nella Prima Lettera di Giovanni”, in F. Vattioni (a cura), Sangue e antropologia Riti e culto, 5/II, ed. Pia Unione Prez.mo Sangue, Roma 1987, 811-833. - S. Beda, In Epistolas I-III Sancti Joannis (PL 93). - Caietanus, Epistolae Pauli et aliorum apostolorum, Parigi 1542. - Calvino, Comm. in Iob. Ap. epist., Corpus reform., 55, 305. - Clemente Alessandrino, Adumbrationes in epist. Iohannis primam (GCS III; PG 9). - Idem, Paedagogus, I, 19, 4 (GCS I; SC 108). -  Dionigi il Certosino, Opera, 14. - Iacobus Faber Stapulensis, Commentarius in epistolas catholicas, Basilea 1527. - Grozio, Annotationes in N.T., II, Erlangen 1756. - Lutero, Vorlesungen über den 1. Brief des Johannes (1527), WA, 20, 618-619. - Origene, Entretiens avec Héraclide, 11, 7; 16, 12 (SC 67). - I. de la Potterie, “ ‘Il peccato è l’iniquità’ (1 Giovanni 3, 4)”, in I. de la Potterie e S. Lyonnet, La vita secondo lo Spirito, condizione del cristiano, Roma 19712, 75-97. - C. Spicq, L’épître aux Hébreux, I, Parigi 1952. - Teofilatto, Expositio in epistolam I Sancti Joannis (PG 126). - C. Vagaggini, “La messa sacramento del sacrificio pasquale di Cristo e della Chiesa”, RL 56 (1969), 179-193.

Ignace de la Potterie, sj