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La
presente esposizione riguarda 1 Gv 1, 7, insieme ad alcuni testi
paralleli della stessa Lettera. La
domanda che ci poniamo è: Il testo sul sangue di Gesù che purifica
si inserisce bene o non si inserisce nella teologia giovannea? E quale è
il senso teologico di quella insistenza sul sangue e sull’espiazione?
Data l’assenza quasi totale di spiegazione nei commenti moderni, ci è
sembrato necessario vedere come il nostro testo è stato interpretato
nella storia dell’esegesi. Sarà la prima parte. Faremo poi l’analisi
precisa del brano. In una terza parte, mostreremo il risultato
dell'analisi, mettendo in luce la portata teologica del tema.
1.IL
TESTO DI Gv. NELLA STORIA DELL'ESEGESI
a.
Il tempo dei Padri
Il primo commento è di
Clemente Alessandrino, con la sua esegesi molto originale e unica nel suo
genere. Egli si esprime così: ‘E il sangue del suo Figlio, dice
(Giovanni), ci purifica’. Infatti, la dottrina del Signore, che è
molto forte, venne chiamata il suo sangue (Adumbrationes
in epist. Iohannis primam: GCS III, 211; PG 9, 735 C).
Questa identificazione di “sangue” e di “dottrina”, tipica per l’ambiente
alessandrino, è significativa in quanto la formula “il sangue del suo
Figlio” non viene interpretata in un senso materiale, come un richiamo
diretto al sangue della croce. Se parla di dottrina, l’autore ci mette in
un ambiente ecclesiale. Ma per meglio comprendere il pensiero di
Clemente, leggiamo un altro passo dei suoi scritti, nel Pedagogo:
Il sangue del Signore è doppio: da una parte c'è quello della carne
che ci ha riscattati dalla perdizione; dall'altra quello del suo spirito
che ci ha unti (I, 19, 4: GCS I, 167, 28; SC
108, 48-49). Una distinzione analoga viene fatta dal suo discepolo
Origene, in un passo della disputa con Eraclide (Entretiens avec
Héraclide, 11, 7; 16, 12: SC 67, 78. 88), in cui commenta il
versetto di Lv 17, 11: L'anima di ogni carne è nel sangue ...; è il
sangue, in quanto anima, che espia. In ciascuno di noi, spiega
Origene, bisogna distinguere due uomini: l’uomo esteriore e quello
interiore. Questa distinzione si può fare per le diverse parti del corpo:
gli occhi, gli orecchi, il cuore; vale anche per il sangue: Poiché
tutti questi elementi del corpo materiale li trovi nell'uomo
interiore, così anche il sangue, con lo stesso nome del sangue materiale,
esiste nell'’uomo interiore’ (Ib., 22, 13-17: SC 67,
98). In un tale contesto, l’esegesi di 1 Gv 1, 7, proposta da Clemente
Alessandrino, si può forse comprendere così: non è quel sangue materiale
versato sulla croce, ma il “sangue” di Gesù come “uomo interiore”, vale a
dire, forse, l’oblazione interiore di Gesù che fu rivelata agli
uomini e che diventa così la sua dottrina nella Chiesa, la sua
parola. Indubbiamente, in questa tradizione alessandrina c’è una
dicotomia troppo forte tra carne, sangue e dottrina. Ma l’interesse di
questa esegesi è che ci invita a interpretare l’espressione “il sangue di
Gesù” in un senso non esclusivamente fisico; deve intervenire qui un
aspetto simbolico e quindi rivelatorio: il “sangue”
significa allora la forza della “dottrina” del Signore, una “rivelazione”
del suo “uomo interiore”.
Un modo analogo di interpretare il testo è rappresentato da Teofilatto
(sec. XI). Egli insiste sull'idea di comunione con Dio; se rimaniamo
nella comunione con Dio e con i fratelli, ci rendiamo invincibili di
fronte al peccato: Colui che ha abbracciato la comunione con Dio è già
purificato dal sangue del suo Figlio Geù Cristo, che è stato effuso per
noi (Expositio in epistolam I Sancti Joannis : PG 126,
17 A). Questa esegesi però rimane insufficiente, perché vede la
purificazione dal peccato come un effetto presente dell’effusione
passata del sangue di Gesù, mentre per Giovanni è l’azione dello
stesso sangue di Cristo che sembra rimanere attuale.
b.
La tradizione medievale
Per il medioevo latino,
si possono distinguere due tipi di interpretazione di 1 Gv 1, 7. La prima
è quella sacramentale, iniziata, a quanto sembra, da san Beda (+ 735)
1 ; si ripeterà poi attraverso tutto il medioevo. L’evento
passato della passione di Cristo ottiene la sua efficacia presente nella
Chiesa, per mezzo dei sacramenti del battesimo e della penitenza. Ma così
non si spiega in che senso il sangue stesso di Gesù possa purificare e,
nel contesto del nostro versetto, non c’è nessun accenno ai sacramenti.
Quel tipo di teologia sacramentaria, applicato al nostro testo, è
manifestamente abbastanza anacronistico. Si deve dire lo stesso
per l’altra interpretazione medievale, che - in un modo troppo scolastico
- ricorre alla nozione di merito. Non fa meraviglia quindi se questo modo
di leggere il testo si ritrovi anche al tempo della contro-riforma, nella
controversia attorno alle opere buone e al merito. Non è difficile
vedere che una tale impostazione del problema può difficilmente
corrispondere alla prospettiva del testo giovanneo, dove non si parla
della passione di Cristo, ma di luce e di comunione con Dio e con i
fratelli.
c.
L'esegesi del tempo della riforma
I riformatori,
contrariamente agli autori medievali, mettono fortemente in risalto la
dimensione soggettiva del credente, la sua adesione alla parola, la sua
fede. Così fanno Lutero e Calvino. Ma la formula più concisa si trova
nelle Annotationes di Grozio: (Sangue) è una metonimia. Egli
(Giovanni) vuol dire: colui che in questa condizione mostra di essere
stato veramente purificato dal ‘sangue di Cristo’, vale a dire, da quella
‘fede’ che suscita in noi la passione di Cristo 2. Dal
dato oggettivo del sangue di Cristo l’autore passa alla disposizione
soggettiva della fede. Un autore cattolico, Lefèvre d'Etaples, che era
più o meno contemporaneo di Lutero e che ha saputo cogliere bene gli
elementi positivi della riforma protestante, ha proposto per il nostro
passo una interpretazione che mantiene felicemente l’equilibrio tra i due
aspetti della purificazione dai peccati, l’aspetto soggettivo e quello
oggettivo: la “luce” in cui dobbiamo camminare, egli dice, è allo stesso
tempo grazia, fede, verità, Dio stesso. Ma che cosa significa allora la
frase sul sangue? L’autore spiega: Il sangue di Gesù Cristo, Figlio di
Dio, ci purifica da ogni peccato e caccia le tenebre, perché fa penetrare
in noi e ci comunica la sua grazia, lo spirito della sua fede e se
stesso, in quanto la presenza della luce assorbe le tenebre 3.br>Tra tutte le
interpretazioni, incontrate finora, questa è forse una delle più felici. Quella fatta è
stata una rapida visione panoramica dell’esegesi di 1 Gv 1, 7. Negli
ultimi due o tre secoli non emergono aspetti nuovi. Ma quasi tutte queste
interpretazioni spostano inconscientemente l’accento da Cristo alla
Chiesa o ai credenti; nessuna spiega veramente perché Giovanni, nel
presente della situazione ecclesiale, parli ancora del sangue
di Gesù, il Figlio di Dio, e della sua azione purificatrice. Dobbiamo
quindi intraprendere un esame più attento del testo di Giovanni.
2.
ANALISI DEL VERSETTO NEL SUO CONTESTO
Ciò che è
mancato nelle interpretazioni proposte finora è lo sforzo per situare
esattamente il nostro versetto nel suo contesto immediato, per vedere
tutte le risonanze che gli vengono dai testi paralleli che lo circondano.
Diamo i risultati di questa analisi.
a.
La struttura letteraria della sezione
Il versetto 1, 7
dobbiamo leggerlo insieme con gli altri quattro:
- 1, 5: Dio è
luce; - 1, 7: Se camminiamo nella luce, come
EGLI stesso è nella luce, … il sangue di GESU’, Figlio suo, ci
purifica...; - 1, 9: Se confessiamo i nostri peccati, EGLI
(Dio) è fedele e giusto, finché ci purifichi...; - 2, 1:
Abbiamo un intercessore dinanzi al PADRE, GESU’ CRISTO, giusto, - 2,
2: perché EGLI è vittima di espiazione per i nostri peccati. Gesù quindi è visto qui
come Figlio di Dio, nella luce di Dio. Gesù Cristo giusto è
presentato come intercessore celeste dinanzi al Padre. Il titolo
soteriologico “giusto”, applicato a Gesù Cristo di fronte al
Padre, nella parte kerigmatica era già stato usato per Dio stesso.
L’espressione il sangue di Gesù ci purifica da ogni peccato
viene ripresa nella parenesi finale sotto una forma equivalente: egli
è vittima di espiazione per i nostri peccati. Da
queste prime constatazioni possiamo già tirare alcune conclusioni
interessanti per l’interpretazione della frase di 1, 7: il sangue di
Gesù, Figlio suo, ci purifica da ogni peccato. La cosa più importante
da osservare è che i quattro versetti non descrivono direttamente la vita
ecclesiale, ma il livello trascendente della vita divina. Questo
vale non solo per Dio stesso, ma anche per Gesù nei suoi rapporti con
Dio: egli, Figlio suo, è, come Dio stesso, nella luce dinanzi al Padre.
Essendo giusto, come Dio è giusto, Gesù Cristo può essere per noi
intercessore dinanzi al Padre. Ma allora, come è possibile, in questo
contesto di vita celeste, che Giovanni parli ancora del sangue
di Gesù, Figlio suo? Non è essenzialmente incruenta la situazione
trascendente del Signore nella gloria? Perché indubbiamente queste parole
del v. 7 sono da comprendere del Cristo glorioso, poiché sono parallele
al termine “vittima di espiazione”, il quale a sua volta è una
ripresa di “intercessore dinanzi al Padre”. Pertanto Giovanni
pensa alla presenza e all’azione attuale del Cristo glorioso
dinanzi al Padre.
b.
Analisi del versetto
Dall’analisi
del versetto risulta che il camminare nella luce produce due effetti
nella vita dei cristiani: il primo è la comunione fraterna, cioè la
carità nella comunità cristiana; l’altro consiste nella loro
purificazione interiore dai peccati. Ma per ciascuno di questi due
risultati viene indicato ai credenti un modello celeste, una causa, al
livello trascendente della vita divina: da una parte, Dio stesso;
dall'altra Gesù, il Figlio di lui. Dio è nella luce; perciò se camminiamo
in quella sua luce divina, viviamo tra noi nella comunione, la quale non
può essere altro che una partecipazione alla comunione col Padre e col
suo Figlio. Gesù, nel suo sangue, è causa della nostra purificazione.
Infatti se la purificazione è un effetto ottenuto quaggiù nella vita
ecclesiale, la causa è situata lassù, al livello trascendente della vita
divina: è il sangue di Gesù, Figlio suo. Colui che ci purifica adesso è
Gesù nella gloria, nella sua relazione filiale con Dio. Giovanni, parlando
del sangue di Gesù che ci purifica da ogni peccato, pensa al
sangue del sacrificio di Cristo; però non lo descrive come un ricordo del
sacrificio passato della passione, ma nella situazione attuale del Cristo
celeste dinanzi al Padre che intercede per gli uomini.
3.
IL SENSO TEOLOGICO DEL VERSETTO
Abbiamo adesso riunito
tutti gli elementi che ci possono aiutare a comprendere sinteticamente il
senso di 1 Gv 1, 7. Dalle analisi precedenti risulta che, per comprendere
questo versetto, dobbiamo prendere simultaneamente in considerazione tre
momenti dell’evento salvifico: il momento storico, ricordato anche in 1
Gv 5, 6, del sacrificio di Gesù sulla croce; la situazione eterna e
trascendente del Cristo glorioso dinanzi al Padre; il momento storico ma
attuale dei credenti nella comunità ecclesiale. Chiariamo ognuno dei tre
momenti.
a.
Il ‘sangue’
di Gesù Cristo nella croce
Il sangue che,
secondo il racconto di Gv 19, 34, il testimone presente alla croce aveva
visto uscire, insieme con l’acqua, dal costato trafitto di Gesù,
prendeva per lui un’importanza straordinaria (cfr 19, 35): questo fatto
esteriore, per il discepolo che Gesù amava, diventava il simbolo e la
rivelazione della vita interiore e profonda di Gesù, prima che morisse,
cioè della sua oblazione perfetta e filiale al Padre e del suo amore
salvifico per noi. Il fatto materiale in se stesso, però, quello del
sangue e dell’acqua fuoriusciti dal costato di Gesù, accadde solo quell'unica
volta. Invece, ciò che il sangue simboleggiava e significava, ossia la
vita di oblazione di Gesù, era, sì, una realtà rivelata storicamente
sulla croce, ma che doveva rimanere per sempre, dalla risurrezione in poi
e anche nella vita gloriosa, dopo il ritorno di Gesù nel seno del
Padre (Gv 1, 18). Quindi, se dopo la morte di Gesù si continuava a
parlare del suo “sangue”, non era principalmente per ricordare
nella sua realtà fisica quell’evento passato del Calvario, ma per far
comprendere il suo significato simbolico e teologico, ciò che esso aveva
manifestato in quel momento. Quel senso nascosto del sangue di
Gesù doveva in seguito, in un modo permanente, interessare la fede e la
vita di tutti nella Chiesa. E è proprio perché quella vita profonda di
Gesù, simboleggiata dal suo sangue, rimane permanentemente presente
(nella gloria ma anche nei suoi effetti), che l’autore della lettera può
dire, al presente, che il suo sangue ci purifica
da ogni peccato (1, 7).
b. Il ‘sangue’ di Gesù
Cristo, vittima di espiazione dinanzi al Padre.
Solo quella
permanenza della vita profonda di Gesù, dopo la risurrezione e poi nella
gloria, può spiegare il parallelismo tra i due versetti 1, 7 (il
sangue di Gesù, Figlio suo, ci purifica da ogni peccato) e
2, 2 (vittima di espiazione per i nostri peccati);
questo parallelismo certamente è paradossale, perché il primo testo
ricorda un fatto passato della vita terrestre di Gesù, mentre il secondo
descrive ciò che egli è divenuto con la sua glorificazione. E però, nei
due casi viene descritta la stessa vita profonda di Cristo nei suoi
rapporti con Dio Padre, prima alla croce, e poi nella gloria. Inoltre, all’interno della
parte parenetica che descrive la vita celeste di Gesù Cristo (2, 1-2),
dobbiamo ricordare un altro parallelismo che risulta chiaramente dalla
costruzione chiastica: intercessore dinanzi al
Padre; vittima di espiazione per i nostri peccat”. Anche questo accostamento
di termini è alquanto paradossale: l’espiazione per i nostri
peccati sembra necessariamente legata al sacrificio cruento della croce,
mentre l’intercessione celeste di Cristo si fa dinanzi al Padre.
Eppure i due termini sono qui paralleli; bisogna quindi dire che sono due
modi di designare la stessa realtà: l’intercessione celeste di Cristo
davanti al Padre consiste proprio nel fatto che egli si presenta a
lui come vittima di espiazione. Questo fatto, a prima vista sconcertante,
si comprende molto bene alla luce della teologia giudaica e cristiana,
dove si nota una tendenza costante ad assimilare la espiazione
all’intercessione. C’è un duplice modo di intercessione celeste di
Cristo per i nostri peccati: secondo un primo modello, Cristo veramente
“interpella” il Padre rivolgendogli la sua pregbiera,
“intercedendo in nostro favore” (cfr Rm 8, 34); secondo l’altro, invece,
il Cristo glorioso si presenta semplicemente a Dio nella sua umanità,
ma più precisamente come vittima immolata per la nostra salvezza (in
statu victimae). Era la dottrina esplicita di san Tommaso, nel suo
commento alla Lettera agli Ebrei, 7, 25 (dove si legge: semper vivens
ad interpellandum pro nobis) 4. Questi due modelli di
intercessione celeste di Cristo sono già chiaramente presenti nel NT: a)
nella tradizione paolina prevale la presentazione di Cristo che “intercede
in nostro favore”, esprimendo al Padre il suo desiderio della
nostra salvezza: cfr Rm 8, 34; Eb 7, 25; 12, 24; b) nella descrizione
giovannea della situazione gloriosa di Cristo viene maggiormente
accentuato l’altro aspetto: il Cristo celeste è presente davanti
al Padre in statu victimae; questa sua presenza costituisce già la
sua intercessione; così più volte, nell’immagine dell'Apocalisse:
l’agnello che pare sgozzato (5, 6: agnum stantem tamquam occisum;
5, 12; 13, 8); questa è anche la rappresentazione di Giovanni nel nostro
passo della Prima Lettera: Egli è vittima di espiazione per i
nostri peccati (2, 2); ma proprio perciò, egli è per noi un
intercessore dinanzi al Padre (2, 1). Vittima di espiazione
(2, 2) esprime un atteggiamento attivo e personale di Cristo, il che
rende possibile il parallelismo con “intercessore” (2, l): è la
sua oblazione al Padre che ha un valore salvifico anche “per noi”.
Il valore espiatorio
dell'opera di Cristo e, quindi, il suo valore di intercessione dinanzi al
Padre consiste, alla fin fine, nella sua relazione filiale al Padre, che
è un altro nome per la sua oblazione d’amore al Padre.
c. Il sangue di Gesù,
Figlio suo, ci purifica da ogni peccato (1, 7).
Siamo così giunti
all’interpretazione di 1 Gv 1, 7, il versetto da cui eravamo partiti e
che era il vero oggetto di tutta la nostra indagine. Se consideriamo adesso la
nostra vita ecclesiale - quella situata al terzo momento già descritto -
vediamo che la purificazione dei cristiani dal peccato è più direttamente
collegata al secondo momento (il sacrificio celeste di Gesù
Cristo) che non al primo (il suo sacrificio terrestre), perché
solo nel secondo e nel terzo momento si tratta del sacrificio
incruento di Cristo e dei suoi effetti per noi. Ma il parallelismo di
1, 7 con 2, 1-2 permette di precisare in che cosa consista concretamente
questa purificazione attuale, dovuta al sacrificio celeste di “Gesù
Cristo, il giusto” (2, 1). Ovviamente, non bisogna pensare a una
purificazione di tipo puramente morale o ascetico. Per Giovanni, il
peccato, l’unico vero peccato, è l’incredulità, il rifiuto di Cristo.
Essere purificato dal peccato significa pertanto diventare sempre più
credente in Cristo, e perciò diventare simile a Cristo, il Figlio di Dio.
Al v. 7 è importante che l’espressione “il sangue di Gesù” venga subito
precisata con la determinazione Figlio suo: la
purificazione dal peccato consiste nella crescente “comunione nostra”
alla sua vita filiale, a quella sua vita rivolta verso il Padre
(1, 2-3). La purificazione
nostra, pertanto, non può essere altro che un effetto del nostro
camminare nella luce (di Dio), come lui stesso è nella luce
(1, 7a), per poter così partecipare alla comunione del Padre e del suo
Figlio, Gesù Cristo (cfr 1, 3). Noi credenti dobbiamo “fare la
verità” (cfr v. 6), farla entrare in noi; dobbiamo cercare sempre
che “la verità sia in noi” (cfr v. 8), che “la parola di Dio sia
in noi (cfr v. 10). Èproprio in tutto questo sforzo di
intensificare la nostra fede che consiste per noi il camminare
nella luce (1, 7), nella luce di Dio, e di Gesù, “Figlio suo”. La
purificazione dal peccato però non è opera nostra, anche se viene
richiesta l’apertura nostra: la purificazione viene dall’alto, da Dio
Padre e da Gesù, “rivolto verso il Padre”. Per noi, nella vita
ecclesiale, la purificazione dal peccato è l’irradiazione, nella nostra
vita cristiana, della luce di Dio e di Cristo, dell’oblazione eterna del
Figlio al Padre, della comunione del Figlio col Padre.
4.
Conclusione
L’elemento più
nuovo della nostra interpretazione è senz’altro il fatto di aver
concentrato tutta la nostra attenzione sul sacrificio celeste di Cristo.
L’attenta analisi della sezione ha mostrato che i termini “sangue” (1, 7)
e “vittima di espiazione” (2, 2), pur con un riferimento alla croce,
descrivono in recto la situazione gloriosa di Cristo, il nostro
intercessore dinanzi al Padre. br>Per quasi tutti i commentatori finora la
parola “sangue” in 1 Gv 1, 7 significava soltanto il sangue di Gesù “che
è stato effuso per noi” (Teofilatto). Per spiegare la realtà presente
della purificazione, il medio evo ricorreva alla nozione di merito o
faceva intervenire l’azione sacramentale. Poi fu messo l’accento sulla
necessità della fede. Ma ciò che mancava in tutte queste interpretazioni
era una riflessione direttamente cristologica, sia per la croce
sia anche per la situazione celeste di Cristo.
Note
–
1
In
Epistolas I-III Sancti Joannis
(PL 93, 87D-88A). -
2 Annotationes in N.T., II,
Erlangen 1756, 1063. –
3 Commentarius in epistolas
catholicas, Basilea 1527, 45v. –
4 Super epistolas S.
Pauli lectura, II, ed. VIII, Torino 1953, nr. 373
Bibliografia
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Vattioni (a cura), Sangue
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Parigi 1542. - Calvino,
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1527. - Grozio,
Annotationes in N.T., II, Erlangen 1756. -
Lutero, Vorlesungen über
den 1. Brief des Johannes (1527), WA, 20, 618-619. - Origene,
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I. de la Potterie e S. Lyonnet,
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75-97. - C. Spicq, L’épître
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Teofilatto, Expositio in epistolam I Sancti Joannis (PG
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messa sacramento del sacrificio pasquale di Cristo e della Chiesa”, RL
56 (1969), 179-193.
Ignace
de la Potterie, sj
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