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Nella
prima parte ci si chiederà come intendere i riferimenti al sangue di Gesù
in un autore come Giovanni, la cui teologia, a quanto sembra, è
orientata così diversamente. Nella seconda verrà preso in esame il
testo di Gv 19, 34 sul sangue e sull’acqua, per rispondere alle
questioni emerse da tale problematica.
1.
Il problema
E'
conosciuta la posizione estrema di R. Bultmann: nella teologia di
Giovanni, la morte di Gesù è subordinata alla sua opera di rivelazione;
per se stessa, non ha nessun valore oggettivo e salvifico. Invece, dice
R. Bultmann, la comunità pregiovannea interpretava la morte di Gesù
come un sacrificio espiatorio per i peccati; ma non era così nella
visione di Giovanni. Di conseguenza, i passi giovannei in cui si parla
del sangue di Gesù (Gv 6, 53-56; 19, 34; 1 Gv 1, 7) o di espiazione per
i nostri peccati (1 Gv 2, 2; 4, 10) sarebbero da considerare come
interpolazioni ecclesiastiche, perché l’idea della morte di Gesù come
sacrificio espiatorio non aveva nel pensiero teologico di Giovanni stesso
nessuna parte 1.
Contro
questo “esclusivismo radicale” 2, ci sono state reazioni
divergenti: dall'accettazione incondizionata al rigetto totale. Ma
nell'una come nell'altra di queste reazioni è mancato un esame
sufficientemente attento e critico della problematica. Non viene spiegato
in che senso intendere il carattere sacrificale della morte stessa
di Gesù e per quale motivo quella morte abbia un esimio valore di rivelazione.
Però,
ciò che, dal punto di vista teologico, ci offrono i due grandi
commentari recenti sul vangelo di Giovanni, è anche deludente. R.
Schnackenburg dice che il sangue e l'acqua vanno interpretati alla luce
di Gv 7, 38 (ma qui si parla di “acqua
viva”, non di sangue): sono “un flusso che dà la vita”; ed egli
aggiunge che, se si deve ulteriormente distinguere tra i due elementi, si
può pensare (perché?) che il sangue è un
“segno della morte salvifica di Gesù (cfr 1 Gv 1, 7)”, e
l'acqua un simbolo dello Spirito e della vita 3. R. E. Brown,
quando vuole spiegare il senso teologico del sangue in Gv 19, 34, dice
soltanto: ormai lo Spirito può essere comunicato, perché ovviamente Gesù
è morto 4. Nessun accenno quindi alla difficoltà sollevata
da R. Bultmann. E non si può in alcun modo parlare qui di una
interpretazione teologica.
Ciò
che vorremmo proporre è un prolungamento del tentativo di integrazione
iniziato da Th. Müller e J. T. Forestell. Sia nell'una che nell'altra
delle reazioni davanti ai testi “sacrificali” di Giovanni, c’è - a
quanto pare - un difetto abbastanza fondamentale. Quelli che, come R.
Bultmann, riducono la teologia giovannea a una teologia di rivelazione,
non dicono quale sia il contenuto di questa rivelazione. In questo caso
la “parola” di rivelazione non ha nessun oggetto, la cristologia
rimane vuota; non c’è nessun “mistero” nella persona di Cristo. Ma
si scopre una lacuna parallela negli scritti recenti rispetto alla
soteriologia giovannea. Gli autori che - giustamente - mantengono il tema
della morte sacrificale di Gesù all’interno della teologia di
Giovanni, non fanno vedere qual è il vero senso di questo
sacrificio e non mostrano sotto quale aspetto può avere un valore rivelatorio.
Nemmeno loro cercacano di penetrare in ciò che il sacrificio rappresenta
nel mistero di Cristo. Rimangono troppo legati all’aspetto esteriore e
fisico del sacrificio; per esempio, per il testo nostro sul sangue uscito
dal costato di Gesù, non mostrano chiaramente il “senso”
dell’evento. Èchiaro che, in queste condizioni, la sintesi tra le due
letture di Giovanni è impossibile.
Questa
sintesi si può fare, a patto che si cerchi di prolungare il doppio
approccio, sia quello rivelatorio che quello sacrificale.
Si tratterà di mostrare che anche il testo
“sacrificale” di Giovanni, cioè quello sulla morte di Gesù e
sull’effusione del suo sangue (Gv 19, 31. 34; cfr anche 1 Gv 1, 7; 5,
6-8), ha un valore rivelatorio. Rimane vero, come diceva R.
Bultmann, che la teologia di Giovanni è una teologia di rivelazione; ma
è falso voler sottrarre a questa teologia i testi che presentano la
morte di Gesù sotto l’aspetto sacrificale. Teologia del sacrificio e
teologia di rivelazione, in san Giovanni, non sono in contrasto; anzi, è
proprio in quanto i testi sacrificali, per mezzo del simbolismo,
rivelano il senso della morte di Cristo, che manifestano allo stesso
tempo il loro senso salvifico.
2.
Il sangue del costato trafitto di
Gesù
Rileggiamo
attentamente i due versetti di Gv 19, 33-34: Venuti da Gesù, vedendo
che era già morto, non gli spezzarono le gambe; ma uno dei soldati con
una lancia gli trafisse il costato e subito uscì sangue e acqua.
a.
Il sangue come simbolo
Secondo
R. Bultmann, il redattore ecclesiastico di questa aggiunta (vv. 34b-35)
ha visto nel fatto qualcosa di straordinario, che doveva avere un senso
speciale: nel sangue e nell'acqua egli avrebbe visto il fondamento dei
sacramenti cristiani del battesimo e dell'eucaristia. Questa
interpretazione, che si ritroverà spesso nella tradizione anche recente 5,
non sembra direttamente fondata nel testo: oltre al fatto che
richiederebbe l’ordine inverso delle parole (acqua e sangue), è
molto più probabile che il testimone presente al Calvario (secondo la
descrizione dell'evangelista) abbia visto nell’evento un senso cristologico;
il senso ecclesiale e sacramentale è derivato e secondario.
Rimane
certo però che il sangue e l’acqua usciti dal costato di Gesù devono
avere per l’evangelista un grande valore simbolico e contengono quindi
una profonda rivelazione. Il significato del sangue non si può
spiegare se non alla luce dell'AT. Il sangue nella Bibbia è la sede
della vita; perciò si può usare la parola sangue per designare il
principio stesso della vita (cfr Gen 9, 4; Dt 12, 23). In modo più
preciso ancora viene detto: l’anima
(cioè il principio di vita) è nel sangue
(Lv 17, 11); anzi, l’anima
di ogni carne è il suo sangue (Lv 17, 14).
Si
vede già l’importanza di questa concezione per il caso di Cristo.
Perciò il sangue che esce dal costato trafitto diventa per i testimoni
la rivelazione della vita profonda di Gesù nell’atto di morire.
Apparentemente Giovanni voleva dire, con questo uscire, che
“apparve” il sangue
(= vita) di Gesù finora nascosto; “apparve” anche questa “acqua viva” che, secondo Gv 7, 38, egli aveva nel suo intimo 6.
Infatti, siccome questo tema dell'acqua viva si riallaccia direttamente
ai grandi testi profetici sull'acqua che
“esce” dal tempio
escatologico, è verosimile che anche il verbo di Giovanni sia ispirato a
queste descrizioni di Ezechiele e di Zaccaria, dove si trova precisamente
il verbo “uscire”
(cfr Ez 47, 1 e Zc 14, 8); in questo caso, Gesù viene presentato qui
come il Tempio escatologico da cui “esce”
l’acqua della salvezza.
Altri
due elementi ancora nel nostro racconto mostrano che per l’evangelista
l’evento ha un profondo valore simbolico: la sua insistenza sulla testimonianza
e sulla fede. Nel v. 35, per tre volte (caso unico nel IV
vangelo), egli sottolinea l’importanza di questa testimonianza.
Ora si sa che, in san Giovanni, il testimone non è soltanto colui che
assicura la realtà di un fatto esteriore; dell'evento, che egli ha
visto, il testimone vuol indicarne il senso, rivelando ciò che
significa per la conoscenza del mistero di Cristo;
ciò che egli vede diventa simbolo di una realtà che non
vede, cioè di un aspetto del mistero; ed è proprio di questo che
egli rende testimonianza.
Il
Battista al Giordano, per esempio, vede la colomba, simbolo dello
Spirito che rimane su Gesù; ma questo gli ha fatto capire un’altra
cosa, e cioè che Gesù l’Eletto di Dio (Gv 1, 32-34). Così anche alla
croce: il discepolo vede ‘il
sangue e l’acqua’ che escono dal costato di Gesù; e con forza
rende testimonianza, non di quel fatto in sé, ma di ciò che
simboleggia. Inoltre, la sua testimonianza deve suscitare la fede
in tutti coloro che leggono il vangelo: affinché anche voi crediate
(Gv 19, 35). Lo sguardo di fede viene plasticamente descritto nel
versetto finale: Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto (Gv
19, 37). Quindi non ci può essere alcun dubbio: il sangue e l’acqua
hanno qui un profondo senso simbolico e rivelatorio; fanno comprendere
una altra cosa: hanno probabilmente un rapporto col valore
salvifico della morte di Gesù. Pertanto dobbiamo adesso chiederci: qual
è questo senso simbolico?
b.
Il simbolismo dell'acqua e del sangue
In
Gv 19, 34, sangue
e acqua sembrano formare una strettissima unità. Tuttavia dobbiamo
cercare di distinguere due aspetti del problema: il significato del
sangue e quello dell'acqua. Cominciamo col secondo, che è più facile.
—
L'acqua. Diversi indizi fanno vedere che, per l’evangelista,
l’acqua che esce dal costato di Gesù è un simbolo dello Spirito.
In 7, 38 Gesù aveva annunciato che fiumi d'acqua viva sarebbero usciti
dal suo intimo; e secondo la spiegazione data subito da Giovanni stesso,
egli diceva questo dello
Spirito (v. 39). Anche il rimando a Zaccaria (12, 10) in Gv 19, 37
per illustrare il fatto dal costato trafitto (19, 34) va in questo senso.
L’acqua che esce dal costato trafitto diventa così
un'illustrazione simbolica del dono salvifico fatto da Gesù stesso nel
momento della sua morte; infatti, questo dono era stato indicato poco
prima da Giovanni con l'espressione a doppio senso tradidit spiritum
(19, 30), che significa allo stesso tempo rese lo spirito e diede (trasmise)
lo Spirito.
—
Il sangue. Questa precisazione sull'acqua ci aiuterà adesso a
comprendere meglio il simbolismo parallelo, quello del sangue, che
deve essere strettamente legato a quello dell’acqua. Alcuni pensano che
il sangue sgorgato dal fianco di Gesù sia da interpretare come il sangue
dell’agnello pasquale. A questo proposito, si può ricordare la bella
formula di Es 12, 13, che parla del sangue dell’agnello, sparso sulle
case degli Israeliti durante la prima notte pasquale in Egitto: Il sangue
sarà per voi un segno.
Certamente, anche il sangue uscito dal fianco di Gesù era un segno, ma
in tutt'altro senso. Se ci limitiamo a dire che Gesù morente è il vero
agnello pasquale, rimaniamo al livello della figura, del “tipo”; non
interpretiamo. Bisogna mostrare, possibilmente dal contesto immediato di
Giovanni, dove sia, rispetto alle prefigurazioni dell'AT, la novità
della morte di Cristo e dell’effusione del suo sangue, che è
l’antitipo di quello dell’agnello pasquale.
Interpretiamo
teologicamente il simbolo del sangue uscito dal costato trafitto. Con
questo simbolo, sul quale l’evangelista insiste tanto (cfr v. 35),
possiamo comprendere ciò che Gesù viveva profondamente al momento di
morire; Giovanni vuol farci entrare in un certo modo nella coscienza
di Gesù: (egli) sapendo bene che
ormai tutto era compiuto. Il primo verbo sottolinea l’aspetto
soggettivo ed esistenziale di questa coscienza; il secondo, invece, ne
indica l'oggetto, il contenuto. Ora, cosa significano esattamente queste
parole tutto
è compiuto, il cui senso viene poi simboleggiato dal sangue?
Nella
preghiera sacerdotale, Gesù aveva detto al Padre con lo stesso verbo: Io
ti ho glorificato sulla terra, avendo perfettamente
adempiuto l’opera che mi hai dato da fare (Gv 17, 4). Il
tutto è compiuto della croce
esprime quindi la perfetta obbedienza di Gesù al disegno del
Padre. Questa obbedienza del Figlio fino alla morte, nella consapevolezza
dell'amore del Padre, era anche stata espressa alla fine dell'allegoria
del Buon Pastore: Per questo il
Padre mi ama, perché io dò la mia vita, per riprenderla di nuovo; …
io la dò da me stesso. ... Questo è il comando che ho ricevuto dal
Padre mio (Gv 10, 17-18).
Inoltre
il verbo è compiuto, oltre a indicare il punto finale della vita
di Gesù, ha anche un senso qualificante: l’adempimento supremo del suo
amore per i suoi (cfr Gv 13, 1). Egli esprimeva questo amore sulla croce
quando, nelle persone della sua madre e del discepolo diletto, costituiva
il nuovo popolo di Dio. Questo “raduno dei dispersi figli di Dio nell'unità” (cfr Gv 11, 52),
quando Gesù li attirava tutti a sé, significava per lui “la
sua esaltazione” (cfr Gv 3, 14; 12, 32), la sua vittoria con
l'opera compiuta; era l'inizio dell’esercizio della sua regalità
messianica, come lo proclamava il titolo della croce: Gesù di Nazaret,
Re dei Giudei (Gv 19, 19). Il tutto è compiuto è come un grido di trionfo di Gesù, innalzato
sul trono della croce. Questa ultima parola ha una risonanza sia
cristologica sia ecclesiologica.
D'altra
parte, prima di morire, Gesù esprime la sua “sete” di dare lo
Spirito, anche a questa nuova comunità. Ora, il verbo ho
sete, nei vv. 28-30, si trova tra i due usi della nostra espressione è
compiuto. Di conseguenza, nell'adempimento della missione di Gesù è
da includere anche il dono dello Spirito, rappresentato poi dall'
“acqua” del costato trafitto. Abbiamo già osservato che quest'acqua sembra
mescolata col sangue: al livello delle realtà simboleggiate, questo
atto simbolico indica che il dono dello Spirito (l’“acqua”)
è quasi l'ultima realizzazione dell’opera “compiuta” di Gesù
(significato dal suo sangue).
Possiamo
compendiare. L’obbedienza di Gesù al Padre nel portare a termine la
sua missione, l'amore di Gesù per i suoi che erano nel mondo, la
creazione della comunità messianica, sulla quale esercita ormai la sua
regalità, il dono dello Spirito ai discepoli prima di morire: tale è
il senso multiplo dell'ultima parola di Gesù, è compiuto. È tutto questo che viene poi simboleggiato
plasticamente dal sangue di Gesù fuoriuscito dal suo costato
trafitto.
c.
Rivelazione o sacrificio?
Arrivati
a questo punto, vediamo meglio che sarebbe del tutto sbagliato porre
l'alternativa tra senso rivelatorio e senso sacrificale del sangue di Gesù.
Se il “sangue” del costato trafitto simboleggia tutto ciò che
abbiamo detto, è evidente che quel flusso di sangue non era solo una
prova materiale della morte di Gesù; era una vera rivelazione, in
forma significativa, simbolica, della sua vita profonda, al
momento in cui stava per morire e in cui trasmetteva lo Spirito alla
comunità messianica. D’altra parte, dobbiamo dire che il “sangue”
del costato trafitto aveva allo stesso tempo un vero senso sacrificale,
vale a dire che, nel nostro versetto, il termine “sangue” si deve
comprendere come una espressione simbolica dell’oblazione di Gesù
e della sua totale obbedienza a Dio, che egli manifestò morendo
sulla croce. Proprio questo è il suo vero sacrificio.
3.
Conclusione
L’interpretazione
proposta permette di comprendere meglio il profondo senso teologico e
spirituale della trafittura di Gesù: questa scena prenderà una grande
importanza nella teologia patristica; e a partire dal medio evo, diventerà
la scena principale dei vangeli per la devozione al cuore di Cristo.
Note
– 1 Cfr R. Bultmann, Theologie des neuen Testaments, Tubinga
19614, 406-407; per il vangelo, cfr il suo commentario (196217)
di Gv 19, 34 (pp. 525 s); per la prima lettera, Idem,
“Die kirchliche Redaktion des ersten Johannesbriefes”, In memoriam
E. Lohmeyer, Stoccarda 1951, 189-201; Idem,
Die Johannesbriefe, Gottinga 1969, 26-27. 83-84. – 2 L’espressione
è di F. M. Braun, Jean
le théologien. III: Sa théologie. I : Le mystère de
Jésus-Christ, Parigi 1966, 181. – 3
R. Schnackenburg,
Das Johannesevangelium, III, Friburgo 1975, 344-345. – 4
Raymond
E. Brown, The Gospel according to John, XIII-XXI,
The Anchor Bible, 29 A, New York 1970, 950. – 5 Per gli studi antichi,
citiamo per esempio Agostino,
(De civitate Dei, 22, 17: PL 41, 778-779); Ruperto di Deutz,
In Johannem, in h. l. (PL 169, 794); Tommaso d’Aquino, Super
evangelium sancti Ioannis lectura, ed. Cai, nr. 2458; S. th.,
quaestio 62, a. 5. Sull’esegesi patristica di Gv 19, 34, cfr B. F.
Westcott, The Gospel according to St. John, Londra
1958, 284-286. – 6 Anche in altri testi di Giovanni,
il verbo “uscire” può avere come connotati aspetti del manifestarsi
o del rivelarsi. Si osservi per esempio in Gv 21, 23 la formula: “si sparse
la voce” per parlare di un messaggio che, partendo da un certo
punto, si diffonde dappertutto. Con il verbo “uscire” può
quindi essere connessa l’idea di “manifestarsi, diffondersi”.
Bibliografia
- I. de la Potterie:
“Il costato trafitto di Gesù (Gv 19, 34). Senso rivelatorio e senso
sacrificale del suo sangue”, in F. Vattioni
(a cura), Sangue e antropologia nella Liturgia, 4/II, ed. Pia
Unione Prez.mo Sangue, Roma 1984, 625-649. - R.
E. Brown, The Gospel according to John, XIII-XXI,
The Anchor Bible, 29 A, New York 1970. - R.
Bultmann, Die Johannesbriefe, Gottinga 1969. - Idem,
“Die kirchliche Redaktion des ersten Johannesbriefes”, In memoriam
E. Lohmeyer, Stoccarda 1951. - Idem,
Theologie des neuen Testaments, Tubinga 19614. - J.
T. Forestell, The Word of the Cross. Salvation
as Revelation in the Fourth Gospel
(AnBib, 57), Roma 1974. - T. Müller,
Das Heilsgescheben im Johannesevangelium. Eine exegetische Studie,
zugleich der Versuch einer Antwort an Rudolf Bultmann, Zurigo,
Francoforte 1961. - R.
Schnackenburg, Das Johannesevangelium, III, Friburgo 1975.
-
Sull’esegesi patristica di Gv 19, 34, cfr R.
E. Brown e J. Wilkinson, “The Incident of the Blood and Water in
John 19, 34”, SJT 28 (1975), 149-172. - J.
Daniélou, “Joh 7, 37 et Ezéch 47, 1-11”, Studia
Evangelica II (TU 27), Berlino 1964. -
A. Feuillet, “Le
Nouveau Testament et le Coeur du Christ”, L'Ami du Clergé 74
(1964), 321-333. - B. F. Westcott,
The Gospel according to St. John, Londra
1958. - C. Vagaggini, “La messa sacramento del sacrificio
pasquale di Cristo e della Chiesa”, Rivista liturgica 56 (1969),
179-193.
Ignace
de la Potterie, sj
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