ALLEANZA NEL NUOVO TESTAMENTO

 

 Sommario

  1. IL SANGUE DELL'ALLEANZA NELL'ULTIMA CENA

  2. una trasformazione degli eventi

  3. il sANGUe dell'alleanza nella lettEra agli ebrei

  4. sANGUE DI ALLEANZA ED ESIGENZA DI FEDELTA'

  5. sANGUE DI ALLEANZA E RISUREZIONE

  6. BIBLIOGRAFIA

Benché non sia di uso frequente nella Bibbia, l’espressione sangue di alleanza vi riveste un’importanza eccezionale, perché viene adoperata in due passi fondamentali, cioè la conclusione dell'alleanza del Sinai (cfr Es 24, 8) e l’istituzione dell'eucaristia (cfr Mt 26, 28; Mc 14, 24). Al Sinai Mosè prese il sangue delle bestie immolate e ne asperse il popolo, dicendo: Ecco il sangue dell’alleanza, che il Signore ha concluso con voi sulla base di tutte queste parole (Es 24, 8). Nell’ultima cena, Gesù prese il calice e, dopo aver reso grazie, lo diede ai Dodici, dicendo: Bevetene tutti, questo infatti è il mio sangue dell’alleanza, versato per molti in remissione dei peccati (Mt 26, 28). Le parole di Gesù stanno in rapporto evidente con quelle di Mosè. Non si tratta, però, di un semplice rapporto di somiglianza, bensì di una relazione complessa, che comprende aspetti di somiglianza, di differenza e di superamento. Altri testi del NT riprendono questo tema e contribuiscono a precisarne i diversi aspetti.

Per tradurre le parole ebraiche e greche dam habberit e haima diathêkês si adopera regolarmente la formula “sangue di alleanza”. Ma “alleanza” non è una traduzione esatta né dell’ebraico berit, né del greco diathêkê. Il senso preciso di berit è oggetto di molte discussioni (Buis, Lohfink). I testi mostrano che questo vocabolo ha il senso generale di impegno formale, e può venire applicato a diverse specie di impegni, unilaterali o bilaterali, presi spontaneamente o imposti da un’altra persona. Andrebbe tradotto piuttosto impegno o patto a seconda dei casi. Diathêkê, dal canto suo, significa disposizione (da dia-tithemai, dis-porre); il suo senso corrente era testamento, ultima disposizione; onde la traduzione della Volgata: Hic est…sanguis meus novi testamenti (Mt 26, 28; Mc 14, 24); Hic calix novum testamentum est in meo sanguine (1 Cor 11, 25; Lc 22, 20). Il sangue di Gesù viene qualificato sangue di testamento invece di sangue di alleanza.

Pur materialmente più esatta, questa traduzione non è soddisfacente, perché oscura il rapporto dell'espressione con i testi dell’AT, che non parlano di testamento, ma di impegno (berit), e fanno capire che tra Dio e il popolo eletto si tratta di un impegno di fedeltà reciproca, cioè di alleanza. Sarò vostro Dio e voi sarete il mio popolo (Lv 26, 12; Dt 26, 17-19; ecc.). Per esprimere la natura intima di questa relazione, i profeti ricorrono spesso al vocabolario dell’alleanza coniugale (cfr Is 54, 5-8; Ger 2, 2; Ez 16, 8; Os 2, 4. 21). Quindi non c’è dubbio che il disegno di Dio espresso spesso con la parola berit sia un progetto di alleanza.

 

 1. IL SANGUE DELL'ALLEANZA NELL'ULTIMA CENA

Tutti i racconti dell’ultima cena riferiscono che Gesù vi ha presentato il proprio sangue versato come fondamento della diathêkê e questa diathêkê è concretamente un’alleanza, giacché le parole di Gesù sono in relazione con quelle di Mosè per l’alleanza del Sinai. La relazione è stretta nella formulazione di Marco e Matteo, indiretta nel caso di Luca e della 1 Cor, perché passa attraverso l’espressione di Ger 31, 31: nuova alleanza. È chiaro quindi che Gesù voleva parlare del disegno di Dio chiamato berit nell’AT ebraico e diathêkê nella Settanta, il disegno di stabilire un rapporto stretto di amore e di fedeltà, un rapporto di alleanza.

Il contesto dell’evento e le azioni di Gesù confermano tale significato. Il contesto è quello di un pasto preso in comune. Ogni commensalità ha un senso di comunicazione tra le persone. Nell’AT, un pasto preso insieme è più volte un modo di contrarre un’alleanza o di confermarla (cfr Gen 26, 30; 31, 54; Es 24, 11).

Nel cenacolo le azioni di Gesù rafforzarono i rapporti interpersonali stabiliti dalle circostanze, perché consistettero nel dare e Gesù non si accontentò di offrire doni materiali, ma diede se stesso in cibo e in bevanda: non si può immaginare un modo di attuare una comunione più profonda, un’alleanza più stretta. Mentre le alleanze ordinarie consistono nel mettersi l’uno con l’altro, l’alleanza stabilita dall’eucaristia consiste nel mettersi l’uno nell’altro; essa crea una misteriosa “interiorità reciproca” (Gv 6, 56: lui in me e io in lui), forma insuperabile di unione.

2. una trasformazione degli eventi

Quest’alleanza viene stabilita in una maniera simile al sacrificio di alleanza del Sinai, ma tuttavia profondamente diversa; simile, perché il mezzo adoperato è il sangue versato; diversa, perché non si tratta del sangue di animali ritualmente sacrificati, ma del sangue di un uomo, che non sarà sacrificato ritualmente, bensì condannato ingiustamente a morte. Invece di essere fondata su un sacrificio rituale, l’alleanza di Gesù è stata fondata su un evento tragico dell’esistenza reale. Nell’ultima Cena Gesù operò una trasformazione esistenziale straordinaria, la trasformazione di un evento di rottura in fondazione di alleanza. Egli rese presente in anticipo il suo sangue versato, la sua morte violenta. L’aspetto di rottura presentato dalla morte era percepito fortemente nell’AT e riguardava i due lati delle relazioni personali, cioè non soltanto le relazioni con gli altri uomini, ma anche le relazioni con Dio. L’AT vedeva una incompatibilità assoluta tra la corruzione della morte, conseguenza del peccato, e la santità del Dio vivente. Numerosi testi esprimono questa convinzione (Sal 6, 6; 88, 6. 11-13; 115, 17; Sir 17, 22; Bar 2, 17; Is 38, 11. 18).

Tale aspetto tremendo di rottura si attuava in modo ancora molto più radicale nel caso di una condanna a morte e questo doveva proprio essere il caso di Gesù. Lungi allora dal rinunciare alla sua generosa dedizione a Dio e ai fratelli, Gesù la spinse all’estremo e costrinse così gli eventi a una completa inversione di senso: invece di produrre la rottura, diventarono mezzi per fondare l’alleanza. Accettata con perfetta docilità filiale verso Dio, la morte di Gesù rafforzò la sua unione a Dio. Accettata in una completa solidarietà con i suoi fratelli umani, la sua morte rafforzò ugualmente la sua unione con loro. Così il suo sangue diventò sangue di alleanza.

L’alleanza ha due dimensioni, che corrispondono alle due dimensioni della croce: una orizzontale di unione con gli uomini, l’altra verticale di unione con Dio. Nell’ultima cena, la dimensione più appariscente — l’abbiamo visto — è quella orizzontale. Quella verticale viene espressa più discretamente, ma per prima, — perché è fondamentale, — in una duplice preghiera di rendimento di grazie. Gesù, evidentemente, non rese soltanto grazie per il pane e il vino di cui disponeva, ma anche e soprattutto per la forza di amore che il Padre gli metteva nel cuore e che gli consentiva di trionfare completamente del male e della morte e di fondare la nuova alleanza.

L’aggettivo nuova non si trova in tutti i racconti; è presente in 1 Cor 11, 25 e Lc 22, 20, ma non in Mt e Mc. Però anche senza l’aggettivo, la novità dell’alleanza fondata da Gesù è evidente, perché nessuna alleanza antica era stata fondata su un simile atto di generosità personale e una tale vittoria sul male e la morte.

3.   il sANGUe dell'alleanza nella lettEra agli ebrei

La Lettera agli Ebrei esprime chiaramente la relazione tra il sangue di Cristo (9, 14) e la nuova alleanza (9, 15), e usa poi tre volte l’espressione sangue dell’alleanza (9, 20; 10, 29; 13, 20). Il sangue di Cristo è divenuto sangue dell'alleanza, perché la sua efficacia ha fatto di Cristo il mediatore di una nuova alleanza (9, 15). Questo sangue, infatti, toglie l’ostacolo che si oppone all’unione con Dio: il sangue di Cristo (…) purificherà la nostra coscienza dalle opere morte in vista del culto al Dio vivente (9, 14). L’efficacia del sangue di Cristo proviene dal valore della sua offerta personale, effettuata sotto l’impulso dello Spirito Santo: Cristo  per mezzo dello Spirito eterno offrì se stesso immacolato a Dio (9, 14). Il contesto specifica che questa offerta non è stata rituale, ma esistenziale: si è attuata con la morte (9, 15; cfr 2, 9-14), una morte violenta, poiché il sangue è stato versato.

Parlare della morte fa uscire il discorso dall’ambito rituale. Le leggi rituali del Levitico non parlano mai di morte. L’autore spiega con insistenza che i riti esterni erano privi di valore profondo (9, 9-10; 10, 1. 4. 11). Egli li chiama riti di carne (dikaiômata sarkos: 9,10) e osserva che la loro utilità si limitava all’aspetto convenzionale di purità della carne (9, 13), cioè di purità rituale. Non trasformavano l’uomo interiormente, nella sua coscienza (9, 9; 10, 1), e quindi non gli davano la possibilità di una relazione autentica con Dio; non lo facevano entrare in una vera alleanza. Invece il sangue di Cristo ha stabilito l’alleanza, perché corrisponde a una trasformazione esistenziale della natura umana, trasformazione ottenuta per mezzo di sofferenze (2, 10) e per mezzo della morte (2, 9. 14). Nella Passione le sofferenze e la morte sono servite a conferire a Cristo una duplice perfezione: perfezione di unione a Dio nella docilità più completa (Cristo imparò dalle sue sofferenze l’obbedienza e fu così reso perfetto 5, 8-9), perfezione di unione a noi, uomini, nella solidarietà estrema (Cristo è stato provato in tutto come noi: 4, 14; 2, 17-18).

Tutto questo grazie all’impulso interiore comunicatogli dallo Spirito Santo. Agli antichi riti di carne (9, 10) Cristo ha sostituito la sua oblazione personale adempiuta nella docilità allo Spirito. Ne risulta che il suo sangue, imbevuto di Spirito Santo, è sangue di alleanza (cfr 10, 29; 13, 20), in modo effettivo e definitivo, mentre il sangue dei sacrifici rituali del Sinai non meritava pienamente questa qualifica; non aveva potuto istituire nient’altro che una disposizione imperfetta (cfr 8, 7) e provvisoria (cfr 8, 13).

Il fatto che il sacrificio di Cristo sia consistito nella sua morte, trasformata in offerta perfetta, porta l’autore a sfruttare il senso usuale di diathêkê in greco, cioè testamento, e a osservare che un testamento non assume valore definitivo senza la morte del testatore (cfr 9, 16-17). Implicitamente, l’autore fa intendere che la “disposizione” di alleanza fondata da Cristo secondo la promessa di Dio (cfr Ger 31, 31) non poteva avere un valore minore di una disposizione umana di testamento e quindi non poteva nemmeno avere minore esigenza. Richiedeva il passaggio attraverso la morte, unico evento umano che produca conseguenze assolutamente definitive.

Questa è la prospettiva in cui l’autore considera il rito di sangue compiuto da Mosè per fondare la prima disposizione di alleanza. Questo rito non viene presentato come dotato di valore supremo, secondo la prospettiva antica spontanea, basata sull’indole sacra del sangue (cfr Dt 12, 23; Lv 17, 10-14). Il valore attribuito al rito è solo figurativo, simbolico: simboleggiava la necessità esistenziale di una morte per fondare un’alleanza pienamente valida. Perché la morte era necessaria, perciò, dice l’autore, neanche la prima (disposizione di alleanza) fu inaugurata senza sangue (Eb 9, 18). Egli ricorda allora il rito del Sinai (cfr Es 9, 19-21), con le parole di Mosè: Questo, il sangue dell’alleanza (Eb 9, 20; Es 24, 8).

Applicata al sangue di Cristo, l’espressione sangue di alleanza mette anzitutto in rilievo l’immensa generosità di Cristo, perché indica che egli ha trasformato la sua morte, inflittagli con la più odiosa delle ingiustizie, in mezzo per stabilire una comunione di amore fra tutti. L’accenno all’aspetto di testamento, che va riconosciuto a questa disposizione (diatêkê) perché è stata resa definitiva con una morte, sottolinea ancor maggiormente la gratuità del dono, poiché un testamento, per definizione, è una elargizione di doni (cfr Filone Al.  Mut 51, Somn II, 222).

4.   sANGUE DI ALLEANZA ED ESIGENZA DI FEDELTA'

In molti testi, il concetto biblico di berit comprende anche l’aspetto di una esigenza di fedeltà reciproca. Chi accetta il grande dono dell’alleanza divina s’impegna per ciò stesso a condurre una vita conforme a questo dono. La Lettera agli Ebrei non dimentica questo aspetto della situazione. In una vigorosa esortazione l’autore mette ogni cristiano in guardia contro la tentazione di violare l’alleanza e di considerare privo di valore il sangue dell'alleanza, nel quale è stato santificato (10, 29). Come in Eb 9, 15-21 un raffronto viene suggerito tra alleanza nuova e alleanza del Sinai: Quando qualcuno ha violato la legge di Mosè, viene messo a morte, senza pietà, sulla parola di due o tre testimoni: di quanto peggiore castigo, ditemi, sarà ritenuto meritevole colui che avrà calpestato il Figlio di Dio e considerato privo di valore il sangue dell'alleanza, nel quale è stato santificato, e avrà oltraggiato lo Spirito della grazia? (10, 28-29). Esprimendosi in questi termini, l’autore visibilmente non intende descrivere in modo concreto un certo genere di peccato, ma vuole far capire l’estrema gravità dell’ostinazione nel peccato da parte dei cristiani. In tutto questo passo, l’attenzione viene concentrata sui legami di alleanza e sulle persone. L’autore non misura la gravità del peccato in base a qualche norma astratta, ma al danno recato ai legami personali stabiliti con Dio grazie al Figlio di Dio, al sangue dell’alleanza e allo Spirito della grazia. Il punto centrale è l’atteggiamento preso verso lo strumento vivo dell'alleanza, cioè il sangue di Cristo, versato per togliere le separazioni (cfr 10, 19) e comunicare la santità divina (cfr 10, 29).

La frase esprime un contrasto forte tra la presa di posizione del peccatore e il dono da lui ricevuto per mezzo del sangue dell’alleanza. Letteralmente, egli ha ritenuto ‘comune’ (koinon) questo sangue, nel quale era stato santificato. Come in diversi altri testi biblici, l’aggettivo koinon, comune, s’intende qui in contrapposizione con il concetto di sacro. Nell’AT il sangue veniva considerato sacro, anche quello delle bestie, perché nel sangue c’è la vita che viene da Dio e appartiene sempre a Dio (cfr  Lv 17, 3-14; Dt 12, 23-27). Ancora più sacro era il sangue dei sacrifici, sangue di vittime offerte in sacrificio e quindi messo ritualmente a contatto con Dio (cfr Es 24, 6). Al sangue della nuova alleanza va riconosciuta una santità di tutt’altro ordine, infinitamente superore, perché non si tratta più di sangue di tori o di capri, ma del sangue di Cristo stesso, santificato da una offerta personale perfetta, adempiuta sotto l’impulso dello Spirito Santo (cfr 9, 14). Per tale motivo questo sangue non è solo santo, ma anche santificante. Un cristiano è un uomo che è stato santificato nel sangue di Cristo (cfr 10, 29) e possiede ormai il privilegio sacerdotale di entrare nel santuario di Dio in virtù del sangue di Cristo (cfr 10, 19).

Così viene rivelata la scandalosa incoerenza del peccatore: dopo aver approfittato personalmente dell'azione santificatrice del sangue dell'alleanza, egli nega il valore religioso di questo sangue, si comporta come se l’alleanza non esistesse, come se la morte di Cristo e le sue sofferenze non meritassero da parte sua il minimo riconoscimento. Risulta evidente che tale atteggiamento è molto più colpevole — e quindi meritevole di più severo castigo — di quello dei trasgressori dell’antica alleanza, fondata soltanto sul sangue di animali.

5.   sANGUE DI ALLEANZA E RISUREZIONE

L’affermazione più nuova sul sangue di alleanza si trova nella conclusione solenne della Lettera, nella quale l’autore esprime una connessione tra il sangue dell’alleanza e la risurrezione di Gesù dicendo che Dio ha fatto risalire dai morti il grande pastore delle pecore in un sangue di alleanza eterna (13, 20). Non è del tutto chiaro se in un sangue sia da connettere con ha fatto salire o con il grande pastore, ma in ogni caso il testo mette la risurrezione in relazione con il sangue, il che corrisponde alla frase di 9, 12: per mezzo del proprio sangue (Cristo) entrò nel santuario (celeste). Perché Cristo offrì se stesso nella perfetta docilità allo Spirito Santo, il suo sangue si è imbevuto di Spirito Santo e è così diventato il mezzo adoperato da Dio per far risorgere il suo corpo. Come il nostro respiro immette l’ossigeno dell'aria nel nostro sangue per vivificare il nostro corpo, così l’azione dello Spirito Santo, soffio di Dio, è passata attraverso il sangue di Gesù per dare al suo corpo una nuova vita.

Nel NT l’espressione sangue di alleanza si è caricata di una pienezza di senso nuova e straordinaria. Nell’ultima cena, con il suo gesto di dono e con le sue parole, Gesù ha dato a questa espressione un contenuto densissimo, che egli ha poi realizzato con la sua passione e la sua risurrezione. Nell’AT il sangue dell’alleanza era sangue di animali ritualmente immolati. Non poteva avere valore reale di mediazione tra Dio e gli uomini. Aveva soltanto un significato simbolico. Invece, nel caso di Cristo, il sangue ha un valore esistenziale fortissimo, perché è diventato sangue dell’alleanza in un evento reale, anzi, tragico, grazie a un atto di amore estremo, che è riuscito a invertire completamente il senso dell'evento.

 

Bibliografia - P. Buis, La notion d’alliance dans l’Ancien Testament, Paris 1976. - J. Jeremias, Le parole dell’Ultima Cena, Brescia 1973. - N. Lohfink, “Il concetto di ‘alleanza’ nella teologia biblica”, Civ. Catt. (1991), III, 358. - S. Lyonnet, “Il sangue nei testi eucaristici del NT”,  in F. Vattioni (a cura), Sangue e Antropologia Biblica nella Patristica, 2/II, ed. Pia Unione Prez.mo Sangue, Roma 1982, 715-720. - F. Vattioni, “Il sangue dell'alleanza (Es 24, 8)”, ib., 497-513. - A. Vanhoye, “Il sangue dell’alleanza nel NT”, in F. Vattioni (a cura), Sangue e Antropologia nel Medioevo, 8/I, ed. Pia Unione Prez.mo Sangue, Roma 1993, 327-347.

 

Albert Vanhoye, sj