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Benché
non sia di uso frequente nella Bibbia, l’espressione sangue di alleanza vi riveste un’importanza eccezionale, perché
viene adoperata in due passi fondamentali, cioè la conclusione
dell'alleanza del Sinai (cfr Es 24, 8) e l’istituzione dell'eucaristia
(cfr Mt 26, 28; Mc 14, 24). Al Sinai Mosè
prese il sangue delle bestie immolate e
ne asperse il popolo, dicendo: Ecco il sangue dell’alleanza, che
il Signore ha concluso con voi sulla base di tutte queste parole (Es
24, 8). Nell’ultima cena, Gesù prese
il calice e, dopo aver reso grazie, lo diede ai Dodici, dicendo:
Bevetene tutti, questo infatti è il mio sangue dell’alleanza,
versato per molti in remissione dei peccati (Mt 26, 28). Le parole di
Gesù stanno in rapporto evidente con quelle di Mosè. Non si tratta, però,
di un semplice rapporto di somiglianza, bensì di una relazione
complessa, che comprende aspetti di somiglianza, di differenza e di
superamento. Altri testi del NT riprendono questo tema e contribuiscono a
precisarne i diversi aspetti.
Per
tradurre le parole ebraiche e greche dam
habberit e haima
diathêkês si adopera regolarmente la formula “sangue
di alleanza”. Ma “alleanza”
non è una traduzione esatta né dell’ebraico berit,
né del greco diathêkê. Il
senso preciso di berit
è oggetto di molte discussioni (Buis, Lohfink). I testi mostrano che
questo vocabolo ha il senso generale di impegno
formale, e può venire applicato a diverse specie di impegni,
unilaterali o bilaterali, presi spontaneamente o imposti da un’altra
persona. Andrebbe tradotto piuttosto impegno
o patto a seconda dei casi. Diathêkê,
dal canto suo, significa disposizione
(da dia-tithemai, dis-porre);
il suo senso corrente era testamento,
ultima disposizione; onde la traduzione della Volgata: Hic
est…sanguis meus novi testamenti (Mt 26, 28; Mc 14, 24); Hic
calix novum testamentum est in meo sanguine (1 Cor 11, 25; Lc
22, 20). Il sangue di Gesù viene qualificato sangue
di testamento invece di sangue
di alleanza.
Pur
materialmente più esatta, questa traduzione non è soddisfacente, perché
oscura il rapporto dell'espressione con i testi dell’AT, che non
parlano di testamento, ma di impegno
(berit), e fanno
capire che tra Dio e il popolo eletto si tratta di un impegno di fedeltà
reciproca, cioè di alleanza. Sarò vostro Dio e voi sarete il mio popolo (Lv 26, 12; Dt 26,
17-19; ecc.). Per esprimere la natura intima di questa relazione, i
profeti ricorrono spesso al vocabolario dell’alleanza coniugale (cfr Is
54, 5-8; Ger 2, 2; Ez 16, 8; Os 2, 4. 21). Quindi non c’è dubbio che
il disegno di Dio espresso spesso con la parola berit
sia un progetto di alleanza.
1.
IL
SANGUE DELL'ALLEANZA NELL'ULTIMA CENA
Tutti
i racconti dell’ultima cena riferiscono che Gesù vi ha presentato il
proprio sangue versato come fondamento della diathêkê
e questa diathêkê è concretamente un’alleanza, giacché le parole di Gesù
sono in relazione con quelle di Mosè per l’alleanza del Sinai. La
relazione è stretta nella formulazione di Marco e Matteo, indiretta nel
caso di Luca e della 1 Cor, perché passa attraverso l’espressione di
Ger 31, 31: nuova alleanza. È
chiaro quindi che Gesù voleva parlare del disegno di Dio chiamato berit
nell’AT ebraico e diathêkê
nella Settanta, il disegno di stabilire un rapporto stretto di
amore e di fedeltà, un rapporto di alleanza.
Il
contesto dell’evento e le azioni di Gesù confermano tale significato.
Il contesto è quello di un pasto preso in comune. Ogni commensalità ha un senso di
comunicazione tra le persone. Nell’AT, un pasto preso insieme è più
volte un modo di contrarre un’alleanza o di confermarla (cfr Gen 26,
30; 31, 54; Es 24, 11).
Nel
cenacolo le azioni di Gesù rafforzarono i rapporti interpersonali
stabiliti dalle circostanze, perché consistettero nel dare
e Gesù non si accontentò di offrire doni materiali, ma diede se
stesso in cibo e in bevanda: non si può immaginare un modo di attuare
una comunione più profonda, un’alleanza più stretta. Mentre le
alleanze ordinarie consistono nel mettersi l’uno con
l’altro, l’alleanza stabilita dall’eucaristia consiste nel mettersi
l’uno nell’altro; essa crea
una misteriosa “interiorità reciproca” (Gv 6, 56: lui
in me e io in lui), forma insuperabile di unione.
2.
una
trasformazione degli eventi
Quest’alleanza
viene stabilita in una maniera simile al sacrificio di alleanza del
Sinai, ma tuttavia profondamente diversa; simile, perché il mezzo
adoperato è il sangue versato; diversa, perché non si tratta del sangue
di animali ritualmente sacrificati, ma del sangue di un uomo, che non sarà
sacrificato ritualmente, bensì condannato ingiustamente a morte. Invece
di essere fondata su un sacrificio rituale, l’alleanza di Gesù è
stata fondata su un evento tragico dell’esistenza reale. Nell’ultima
Cena Gesù operò una trasformazione esistenziale
straordinaria, la trasformazione di un evento di rottura in fondazione di
alleanza. Egli rese presente in anticipo il suo sangue versato, la sua
morte violenta. L’aspetto di rottura presentato dalla morte era
percepito fortemente nell’AT e riguardava i due lati delle relazioni
personali, cioè non soltanto le relazioni con gli altri uomini, ma anche
le relazioni con Dio. L’AT vedeva una incompatibilità assoluta tra la
corruzione della morte, conseguenza del peccato, e la santità del Dio
vivente. Numerosi testi esprimono questa convinzione (Sal 6, 6; 88, 6.
11-13; 115, 17; Sir 17, 22; Bar 2, 17; Is 38, 11. 18).
Tale
aspetto tremendo di rottura si attuava in modo ancora molto più radicale
nel caso di una condanna a morte e questo doveva proprio essere il caso
di Gesù. Lungi allora dal rinunciare alla sua generosa dedizione a Dio e
ai fratelli, Gesù la spinse all’estremo e costrinse così gli eventi a
una completa inversione di senso: invece di produrre la rottura,
diventarono mezzi per fondare l’alleanza. Accettata con perfetta
docilità filiale verso Dio, la morte di Gesù rafforzò la sua unione a
Dio. Accettata in una completa solidarietà con i suoi fratelli umani, la
sua morte rafforzò ugualmente la sua unione con loro. Così il suo
sangue diventò sangue di alleanza.
L’alleanza
ha due dimensioni, che corrispondono alle due dimensioni della croce: una
orizzontale di unione con gli uomini, l’altra verticale di unione con
Dio. Nell’ultima cena, la dimensione più appariscente — l’abbiamo
visto — è quella orizzontale. Quella verticale viene espressa più
discretamente, ma per prima, — perché è fondamentale, — in una
duplice preghiera di rendimento di grazie. Gesù, evidentemente, non rese
soltanto grazie per il pane e il vino di cui disponeva, ma anche e
soprattutto per la forza di amore che il Padre gli metteva nel cuore e
che gli consentiva di trionfare completamente del male e della morte e di
fondare la nuova alleanza.
L’aggettivo
nuova non si trova in tutti i
racconti; è presente in 1 Cor 11, 25 e Lc 22, 20, ma non in Mt e Mc. Però
anche senza l’aggettivo, la novità dell’alleanza fondata da Gesù è
evidente, perché nessuna alleanza antica era stata fondata su un simile
atto di generosità personale e una tale vittoria sul male e la morte.
3.
il
sANGUe dell'alleanza nella lettEra agli ebrei
La
Lettera agli Ebrei esprime chiaramente la relazione tra il
sangue di Cristo (9, 14) e la nuova
alleanza (9, 15), e usa poi tre volte l’espressione sangue
dell’alleanza (9, 20; 10, 29; 13, 20). Il sangue di Cristo è
divenuto sangue dell'alleanza, perché la sua efficacia ha fatto di
Cristo il mediatore di una nuova alleanza (9, 15). Questo sangue, infatti,
toglie l’ostacolo che si oppone all’unione con Dio: il sangue di Cristo (…)
purificherà la nostra coscienza
dalle opere morte in vista del culto al Dio vivente (9, 14).
L’efficacia del sangue di Cristo proviene dal valore della sua offerta
personale, effettuata sotto l’impulso dello Spirito Santo: Cristo
per mezzo dello Spirito
eterno offrì se stesso immacolato a Dio (9, 14). Il contesto
specifica che questa offerta non è stata rituale, ma esistenziale: si è
attuata con la morte (9, 15;
cfr 2, 9-14), una morte violenta, poiché il sangue è stato versato.
Parlare
della morte fa uscire il discorso dall’ambito rituale. Le leggi rituali
del Levitico non parlano mai di morte. L’autore spiega con insistenza
che i riti esterni erano privi di valore profondo (9, 9-10; 10, 1. 4.
11). Egli li chiama riti di carne
(dikaiômata sarkos: 9,10) e
osserva che la loro utilità si limitava all’aspetto convenzionale di purità
della carne (9, 13), cioè di purità rituale. Non trasformavano
l’uomo interiormente, nella sua coscienza (9, 9; 10, 1), e quindi non gli davano la
possibilità di una relazione autentica con Dio; non lo facevano entrare
in una vera alleanza. Invece il sangue di Cristo ha stabilito
l’alleanza, perché corrisponde a una trasformazione esistenziale della
natura umana, trasformazione ottenuta per
mezzo di sofferenze (2, 10) e per
mezzo della morte (2, 9. 14). Nella Passione le sofferenze e la morte
sono servite a conferire a Cristo una duplice perfezione: perfezione di
unione a Dio nella docilità più completa (Cristo imparò
dalle sue sofferenze l’obbedienza e fu così reso perfetto 5, 8-9),
perfezione di unione a noi, uomini, nella solidarietà estrema (Cristo è
stato provato in tutto come noi:
4, 14; 2, 17-18).
Tutto
questo grazie all’impulso interiore comunicatogli dallo Spirito Santo.
Agli antichi riti di carne
(9, 10) Cristo ha sostituito la sua oblazione personale adempiuta nella
docilità allo Spirito. Ne
risulta che il suo sangue, imbevuto di Spirito Santo, è sangue
di alleanza (cfr 10, 29; 13, 20), in modo effettivo e definitivo,
mentre il sangue dei sacrifici rituali del Sinai non meritava pienamente
questa qualifica; non aveva potuto istituire nient’altro che una
disposizione imperfetta (cfr 8, 7) e provvisoria (cfr 8, 13).
Il
fatto che il sacrificio di Cristo sia consistito nella sua morte,
trasformata in offerta perfetta, porta l’autore a sfruttare il senso
usuale di diathêkê in greco,
cioè testamento, e a osservare
che un testamento non assume valore definitivo senza la morte del
testatore (cfr 9, 16-17). Implicitamente, l’autore fa intendere che la
“disposizione” di alleanza fondata da Cristo secondo la promessa di
Dio (cfr Ger 31, 31) non poteva avere un valore minore di una disposizione
umana di testamento e quindi non poteva nemmeno avere minore esigenza.
Richiedeva il passaggio attraverso la morte, unico evento umano che
produca conseguenze assolutamente definitive.
Questa
è la prospettiva in cui l’autore considera il rito di sangue compiuto
da Mosè per fondare la prima
disposizione di alleanza. Questo rito non viene presentato come dotato di
valore supremo, secondo la prospettiva antica spontanea, basata
sull’indole sacra del sangue (cfr Dt 12, 23; Lv 17, 10-14). Il valore
attribuito al rito è solo figurativo, simbolico: simboleggiava la
necessità esistenziale di una morte per fondare un’alleanza pienamente
valida. Perché la morte era necessaria, perciò,
dice l’autore, neanche la prima (disposizione di alleanza)
fu inaugurata senza sangue (Eb 9, 18). Egli ricorda allora il rito
del Sinai (cfr Es 9, 19-21), con le parole di Mosè: Questo, il sangue dell’alleanza (Eb 9, 20; Es 24, 8).
Applicata
al sangue di Cristo, l’espressione sangue
di alleanza mette anzitutto in rilievo l’immensa generosità di
Cristo, perché indica che egli ha trasformato la sua morte, inflittagli
con la più odiosa delle ingiustizie, in mezzo per stabilire una
comunione di amore fra tutti. L’accenno all’aspetto di testamento,
che va riconosciuto a questa disposizione
(diatêkê) perché è stata
resa definitiva con una morte, sottolinea ancor maggiormente la gratuità
del dono, poiché un testamento, per definizione, è una elargizione di
doni (cfr Filone Al.
Mut 51, Somn
II, 222).
4.
sANGUE
DI ALLEANZA ED ESIGENZA DI FEDELTA'
In
molti testi, il concetto biblico di berit
comprende anche l’aspetto di una esigenza di fedeltà reciproca. Chi
accetta il grande dono dell’alleanza divina s’impegna per ciò stesso
a condurre una vita conforme a questo dono. La Lettera agli Ebrei non
dimentica questo aspetto della situazione. In una vigorosa esortazione
l’autore mette ogni cristiano in guardia contro la tentazione di
violare l’alleanza e di considerare
privo di valore il sangue dell'alleanza, nel quale è stato santificato
(10, 29). Come in Eb 9, 15-21 un raffronto viene suggerito tra alleanza
nuova e alleanza del Sinai: Quando
qualcuno ha violato la legge di Mosè, viene messo a morte, senza pietà,
sulla parola di due o tre testimoni: di quanto peggiore castigo, ditemi,
sarà ritenuto meritevole colui che avrà calpestato il Figlio di Dio e
considerato privo di valore il sangue dell'alleanza, nel quale è stato
santificato, e avrà oltraggiato lo Spirito della grazia? (10,
28-29). Esprimendosi in questi termini, l’autore visibilmente non
intende descrivere in modo concreto un certo genere di peccato, ma vuole
far capire l’estrema gravità dell’ostinazione nel peccato da parte
dei cristiani. In tutto questo passo, l’attenzione viene concentrata
sui legami di alleanza e sulle persone. L’autore non misura la gravità
del peccato in base a qualche norma astratta, ma al danno recato ai
legami personali stabiliti con Dio grazie al Figlio
di Dio, al sangue
dell’alleanza e allo Spirito
della grazia. Il punto centrale è l’atteggiamento preso verso lo
strumento vivo dell'alleanza, cioè il sangue di Cristo, versato per
togliere le separazioni (cfr 10, 19) e comunicare la santità divina (cfr
10, 29).
La
frase esprime un contrasto forte tra la presa di posizione del peccatore
e il dono da lui ricevuto per mezzo del sangue dell’alleanza.
Letteralmente, egli ha ritenuto
‘comune’ (koinon)
questo sangue, nel quale era stato
santificato. Come in diversi altri testi biblici, l’aggettivo koinon, comune,
s’intende qui in contrapposizione con il concetto di sacro. Nell’AT
il sangue veniva considerato sacro, anche quello delle bestie, perché
nel sangue c’è la vita che viene da Dio e appartiene sempre a Dio (cfr
Lv 17, 3-14; Dt 12, 23-27).
Ancora più sacro era il sangue dei sacrifici, sangue di vittime offerte
in sacrificio e quindi messo ritualmente a contatto con Dio (cfr Es 24,
6). Al sangue della nuova alleanza va riconosciuta una santità di
tutt’altro ordine, infinitamente superore, perché non si tratta più
di sangue di tori o di capri,
ma del sangue di Cristo stesso,
santificato da una offerta personale perfetta, adempiuta sotto
l’impulso dello Spirito Santo (cfr 9, 14). Per tale motivo questo
sangue non è solo santo, ma anche santificante. Un cristiano è un uomo
che è stato santificato nel sangue di Cristo (cfr 10, 29) e possiede
ormai il privilegio sacerdotale di entrare nel santuario di Dio in virtù
del sangue di Cristo (cfr 10, 19).
Così
viene rivelata la scandalosa incoerenza del peccatore: dopo aver
approfittato personalmente dell'azione santificatrice del sangue
dell'alleanza, egli nega il valore religioso di questo sangue, si
comporta come se l’alleanza non esistesse, come se la morte di Cristo e
le sue sofferenze non meritassero da parte sua il minimo riconoscimento.
Risulta evidente che tale atteggiamento è molto più colpevole — e
quindi meritevole di più severo castigo — di quello dei trasgressori
dell’antica alleanza, fondata soltanto sul sangue di animali.5.
sANGUE
DI ALLEANZA E RISUREZIONE
L’affermazione
più nuova sul sangue di alleanza si trova nella conclusione solenne della Lettera,
nella quale l’autore esprime una connessione tra il sangue
dell’alleanza e la risurrezione di Gesù dicendo che Dio ha
fatto risalire dai morti il grande pastore delle pecore in un sangue di
alleanza eterna (13, 20). Non è del tutto chiaro se in un sangue sia da connettere con ha fatto salire o con il
grande pastore, ma in ogni caso il testo mette la risurrezione in
relazione con il sangue, il che corrisponde alla frase di 9, 12: per mezzo del proprio sangue (Cristo) entrò nel santuario (celeste).
Perché Cristo offrì se stesso nella perfetta docilità allo Spirito
Santo, il suo sangue si è imbevuto di Spirito Santo e è così diventato
il mezzo adoperato da Dio per far risorgere il suo corpo. Come il nostro
respiro immette l’ossigeno dell'aria nel nostro sangue per vivificare
il nostro corpo, così l’azione dello Spirito Santo, soffio di Dio, è
passata attraverso il sangue di Gesù per dare al suo corpo una nuova
vita.
Nel
NT l’espressione sangue di
alleanza si è caricata di una pienezza di senso nuova e
straordinaria. Nell’ultima cena, con il suo gesto di dono e con le sue
parole, Gesù ha dato a questa espressione un contenuto densissimo, che
egli ha poi realizzato con la sua passione e la sua risurrezione.
Nell’AT il sangue dell’alleanza era sangue di animali ritualmente
immolati. Non poteva avere valore reale di mediazione tra Dio e gli
uomini. Aveva soltanto un significato simbolico. Invece, nel caso di
Cristo, il sangue ha un valore esistenziale fortissimo, perché è
diventato sangue dell’alleanza
in un evento reale, anzi, tragico, grazie a un atto di amore estremo, che
è riuscito a invertire completamente il senso dell'evento.
Bibliografia
- P. Buis, La
notion d’alliance dans l’Ancien Testament, Paris 1976. - J. Jeremias,
Le parole dell’Ultima Cena,
Brescia 1973. - N. Lohfink,
“Il concetto di ‘alleanza’ nella teologia biblica”, Civ.
Catt. (1991), III, 358. - S. Lyonnet,
“Il sangue nei testi eucaristici del NT”,
in F. Vattioni (a cura), Sangue e Antropologia Biblica nella
Patristica, 2/II, ed. Pia Unione Prez.mo Sangue, Roma 1982, 715-720. - F. Vattioni,
“Il sangue dell'alleanza (Es 24, 8)”, ib.,
497-513. - A. Vanhoye, “Il
sangue dell’alleanza nel NT”, in
F. Vattioni (a cura), Sangue e
Antropologia nel Medioevo, 8/I, ed.
Pia Unione Prez.mo Sangue, Roma 1993, 327-347.
Albert
Vanhoye, sj
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