SANGUE E SPIRITO

 

 Sommario

  1. SANGUE DI CRISTO SPIRITO ETERNO

  2. Il SANGUE DELL'ALLEANZA E LO SPIRITO DELLA GRAZIA

  3. SANGUE CHE PARLA

  4. BIBLIOGRAFIA

Il solo scritto del NT in cui si trovi un accostamento tra spirito (pneuma) e sangue (haima) è la Lettera agli Ebrei. In un primo passo, Eb 9, 14, di somma importanza, “sangue di Cristo” e “Spirito eterno” vengono uniti nella stessa frase; l’accenno allo Spirito serve a spiegare il valore del sangue di Cristo. Un secondo testo, in 10, 29, mette in parallelo “il sangue dell’alleanza” e “lo Spirito della grazia”. In altri due testi, non c’è rapporto esplicito, perché lo Spirito non vi è nominato; è possibile però intravedere un rapporto implicito, nel senso che il sangue vi prende il posto abitualmente attribuito allo Spirito. Si tratta di Eb 12, 24, dove l’autore accenna a un “sangue che parla”, e di Eb 13, 20, dove il sangue sta in relazione con la risurrezione di Cristo.

 1. “Sangue di Cristo” e “Spirito eterno”

In Eb 9, 14 l’autore scrive: il sangue del Cristo, che con Spirito eterno offrì se stesso immacolato a Dio, purificherà la nostra coscienza da opere morte per servire il Dio vivente. In questa frase, il sacrificio di Cristo viene definito in modo preciso. La formulazione manifesta due tratti di somiglianza con il culto antico: l’azione di “offrire” e il fatto che la vittima sia “immacolata”, in greco amomos, qualificativo abituale per le vittime sacrificali nell’Antico Testamento (cfr Es 29, 1. 38; Lv  1, 3. 10; 3, 1. 6; 4, 3 ecc.). Altri elementi, però, trasformano completamente la prospettiva. L’offerta, cioè, non è più un’offerta esterna, è un’offerta personale; Cristo non ha offerto animali immolati, ha offerto se stesso. D’altra parte, il mezzo adoperato per innalzare l’offerta verso Dio è del tutto nuovo: l’oblazione di Cristo è stata attuata dia pneumatos aioniou, letteralmente “per  mezzo di Spirito eterno”. Questa espressione, unica in tutta la Bibbia, viene all’inizio della proposizione, il che dimostra la sua importanza decisiva. Indica infatti l’elemento attivo che rende conto del dinamismo interno dell’offerta di Cristo. Animato dalla forza dello Spirito, Cristo ebbe lo slancio interno necessario per attuare l’offerta generosa di se stesso a Dio.

Nella frase della Lettera, questa definizione del sacrificio di Cristo serve a far capire il valore del sangue di Cristo per la purificazione delle coscienze e per l’attuazione di un nuovo rapporto con Dio. La logica implicita dell’affermazione è abbastanza chiara. Tra il sangue di un uomo e la coscienza di un altro non c’è normalmente nessun rapporto. Il sangue è una realtà biologica, la coscienza una realtà spirituale. Di per sé, il sangue di un uomo non può agire sulla coscienza di un altro per purificarla. Ma se il sangue viene a legarsi con lo Spirito, la situazione cambia. E questo è il caso del sangue di Cristo, perché è il sangue di uno che, offrendo se stesso in perfetta docilità allo Spirito, ha ottenuto l’unione dello Spirito con il proprio sangue. A causa di questa unione saldata nell’oblazione, il sangue di Cristo è ormai in grado di agire sulle coscienze, di purificarle, di metterle in relazione con Dio.

Il pensiero dell'autore diventa più evidente se si prende anche la protasi della sua frase, la quale è interessante per il tema, perché esprime un rapporto tra “sangue” e “carne” nel caso del rituale antico, cioè tra il “sangue di capri e di tori” e la “carne” degli Israeliti. Infatti, scrive l’autore, se il sangue di capri e di tori e la cenere di una giovenca, sparsi su quelli che sono contaminati, li santificano per quanto riguarda la purità della carne, quanto più il sangue di Cristo, che con Spirito eterno offrì se stesso immacolato a Dio, purificherà la nostra coscienza da opere morte per rendere un culto al Dio vivente (9, 13-14). In questa frase, abbiamo un ragionamento a fortiori basato su una differenza. Nel caso del rituale antico, non c’è rapporto tra le vittime immacolate e lo Spirito eterno — quale rapporto potrebbe mai esistere tra una bestia, condotta al macello senza capirci niente, e la docilità allo Spirito? — A causa di questa assenza di rapporto, il loro sangue non può avere una efficacia che superi il livello della carne. Tutto rimane nell’ambito di un ritualismo esterno; il sangue procura la purità rituale, non raggiunge la coscienza. È impossibile, dice l’autore poco oltre, che il sangue di tori e di capri tolga via i peccati (10, 4). Invece, nel caso di Cristo, un rapporto è stato stabilito tra il sangue e lo Spirito (cfr 9, 14), e per questa ragione l’efficacia del sangue non è più ristretta al livello della carne, ma raggiunge la coscienza.

Con questa affermazione, l’autore opera un cambiamento radicale nel concetto di sacrificio, cambiamento che costituisce una spiritualizzazione autentica, molto diversa da altri tentativi di spiritualizzazione, e il punto decisivo è proprio il legame tra sangue e Spirito. L’autore ha in mente il concetto veterotestamentario di espiazione per mezzo del sangue. La cosa interessante in questo concetto è il legame affermato tra sangue e anima. Il Levitico spiega che l’anima della carne è nel sangue (Lv 17, 11). Nepheš si deve intendere qui nel senso di “principio di vita”, non nel senso di anima intellettiva e libera. Il testo infatti riguarda anzitutto animali immolati, che non hanno la capacità di ragionare né di decidere. Per questo motivo, molte traduzioni rendono nepheš con “vita”, il che non è del tutto esatto; si dovrebbe dire “principio di vita”. Nel Levitico dunque Dio dice: Il principio di vita che anima la carne è nel sangue. Perciò vi ho concesso di porlo sull’altare in espiazione per le vostre anime; perché il sangue espia per mezzo del principio di vita (Lv 17, 11). Un altro testo insiste ancora di più sul legame tra sangue e anima, immedesimando l’uno con l’altro: Il principio di vita di ogni essere vivente è il suo sangue (Lv 17, 14). L’immedesimare sangue e anima non appartiene in esclusiva alla Bibbia, ma si ritrova spesso nell’antropologia antica. Tra i Greci questa opinione viene attribuita a Crizia. Tra i latini, la stessa opinione viene riferita nell’opera di Lucrezio (Coletti). L’associazione tra sangue e “soffio di vita” era fondata su alcune osservazioni elementari: il sangue versato, quando è ancora caldo, emette una specie di soffio, cioè di vapore, e d’altra parte chi perde il suo sangue perde la vita. Questa concezione antropologica ha ricevuto una specie di conferma dalle scoperte scientifiche riguardo alla funzione ossigenante del sangue. Per vivere, abbiamo bisogno che il nostro respiro, il nostro soffio, entri nel nostro sangue e lo carichi d’ossigeno, che il sangue poi comunica a tutto il corpo. C’è dunque un rapporto tra  “soffio di vita” e sangue, tra “anima” e sangue.

La relazione tra anima e sangue fondava, secondo il Levitico, il valore dei riti antichi di espiazione, i quali si praticavano con il sangue. Il sangue espia per mezzo dell’anima (Lv 17, 11) (Sabourin). La Lettera agli Ebrei trasforma radicalmente la prospettiva. In primo luogo, perché nel sacrificio di Cristo la vittima non è stata passiva, come nelle immolazioni di animali, ma Cristo “offrì se stesso”. Nella concezione antica, era il sangue a fondare automaticamente il valore dell'offerta, perché, avendo in sé il principio di vita, era ritenuto sacro. Nel sacrificio di Cristo, invece, è stato l’atto di offrire a fondare il valore del sangue, perché questo atto ha raggiunto il colmo della generosità personale. Dare volontariamente la propria “anima”: non c’è amore più grande di questo (Gv 15, 13). E’ dunque possibile esprimere il pensiero dell'autore dicendo: il  sangue di Cristo è efficace perché contiene un’anima che è andata sino al dono più completo di se stessa. E con questo si passa da una sacralità elementare, biologica, che attribuiva un’efficacia automatica al sangue, anche a quello delle bestie, a un livello veramente umano, dove l’elemento attivo è la generosità personale estrema.

La frase della Lettera, però, dice ancora di più. Fa passare, cioè, al livello della vera spiritualità, poiché precisa che il dono personale di Cristo fu effettuato “per mezzo di Spirito eterno”. Qualche commentatore dice che l’espressione non designa qui lo Spirito Santo, ma una disposizione interna di Cristo (Bonsirven). Non è possibile ammettere tale interpretazione, perché non va minimamente con il qualificativo dato allo “Spirito”. Quale specie di disposizione d’animo potrebbe mai essere chiamata “spirito eterno”?

Altri esegeti vogliono vedere nell’espressione della Lettera una designazione della natura divina di Cristo, natura spirituale e eterna. Tale interpretazione non è convincente, perché ricorre a concetti teologici posteriori. La distinzione di due nature in Cristo non era ancora stata elaborata quando fu scritta la Lettera.

L’unica interpretazione veramente soddisfacente rimane quella patristica. È sempre stata ammessa e lo è ancora da ottimi esegeti. Consiste nel riconoscere che “Spirito eterno” equivale a “Spirito Santo” e che l’autore afferma dunque la cooperazione dello Spirito Santo al sacrificio di Cristo (McGrath). Contro questa interpretazione non vale l’obiezione presa dall’assenza dell'articolo greco, giacché nella Bibbia greca l’articolo viene spessissimo omesso dopo una preposizione, specialmente quando il nome ha poi un’altra determinazione come qui. Un’espressione esattamente parallela a quella della Lettera, cioè dia pneumatos hagiou, si trova senza articolo in almeno quattro testi del NT (cfr At 1, 2; 4, 25; Rm 5, 5; 2 Tm 1, 14) e non si riscontra mai con l’articolo. In quanto al qualificativo “eterno”, la sua presenza non ostacola per niente l’identificazione con lo Spirito di Dio, anzi la favorisce, poiché per la Bibbia solo Dio è eterno: egli è il solo giusto e onnipotente ed eterno (2 Mac 1, 25). Cioè, di persone nella Bibbia, “eterno” si dice soltanto di Dio (cfr Gen 21, 33; Is 26, 4; 40, 28; Bar 4, 8-35; Dn/Susanna 35/42; 2 Mac 1, 25). Tutto dunque favorisce l’interpretazione antica, la quale considera che l’espressione “Spirito eterno” equivale a “Spirito di Dio”.

Un’altra osservazione ancora lo conferma, cioè il parallelismo suggestivo che esiste tra l’espressione della Lettera e quella adoperata in 1 Esdra: a Gerusalemme si fanno sacrifici per mezzo di fuoco perpetuo (1 Esd 6, 23 LXX = 6, 3 TM). Cristo, dice il nostro autore, “offrì se stesso per mezzo di Spirito eterno”. La corrispondenza è perfetta. Orbene, nei sacrifici antichi, il fuoco rappresentava la potenza divina che s’impossessava delle offerte e le trasformava (cfr Lv 9, 24; 2 Cr 7, 1). A questo “fuoco perpetuo” corrisponde nel sacrificio di Cristo lo “Spirito eterno”. Non si tratta dunque di qualche disposizione di animo e nemmeno della natura divina di Cristo, bensì dello “Spirito di Dio”. Soltanto questa interpretazione corrisponde all’elemento più importante del concetto antico di sacrificio, elemento che certamente non può mancare nell’offerta di Cristo, cioè il fuoco uscito dalla presenza di Jahweh (Lv 9, 24).

C’è però una sostituzione decisiva: non più un fuoco materiale che brucia bestie immolate, ma lo Spirito di Dio, che suscita un’offerta personale perfetta.

Questa è la piena spiritualizzazione del culto, la quale porta molto al di là del concetto ordinario di spiritualizzazione, e ciò a causa del rapporto espresso tra “sangue di Cristo” e “Spirito eterno”. All’epoca di Cristo c’era già una tendenza a spiritualizzare il culto. In particolare, una certa propaganda filosofica lottava contro i riti sacrificali e il loro aspetto di macello. La critica non era priva di fondamento. Che cosa, però, si proponeva per sostituire l’antico culto? Una religione astratta, che mancava di consistenza. In un tale culto non c’è né sangue né Spirito. Tutto è rinchiuso nella mente dell'uomo, il quale si sforza di avvicinarsi a Dio nel pensiero, con buone intenzioni. Le buone intenzioni non sono da disprezzare, ma non possono bastare per liberare l’uomo dal male, per purificarlo dai peccati, per sopprimere realmente gli ostacoli che lo separano dagli altri e da Dio.

La spiritualizzazione autentica del culto attuata da Cristo consiste nell’accogliere lo Spirito di Dio nel proprio sangue! Come noi aspiriamo l’aria per ossigenare il nostro sangue e renderlo capace di vivificare tutto il nostro corpo, Cristo nella sua passione ha aspirato lo Spirito di Dio per mezzo di una preghiera intensa e di una docilità generosa (cfr Eb 5, 7-8), fino a versare il suo sangue, e ha attuato così l’unione dello Spirito di Dio con il proprio sangue, il quale è divenuto in questo modo capace di comunicarci lo Spirito Santo e dunque di purificarci fino in fondo e di unirci a Dio nella carità.

Il collegamento tra sangue e Spirito nella frase della Lettera mostra il superamento del duplice limite del culto mentale. Questo culto non basta, perché è rinchiuso nella mente dell’uomo e quindi, da una parte, non si estende all’uomo intero, e dall’altra parte, non raggiunge veramente Dio. L’oblazione di Cristo, invece, non è stata una semplice offerta mentale, ma si è estesa a tutto il suo essere d’uomo. Questo lo dice chiaramente la parola “sangue”. L’oblazione di Cristo, d’altra parte, non è stata soltanto un atto di generosità umana, “dare la propria anima”, — il che non sarebbe stato sufficiente per cambiare la situazione religiosa degli uomini —, ma, grazie all’azione dello Spirito di Dio, il sacrificio di Cristo è stato allo stesso tempo un atto di generosità umana e di redenzione divina. Questo lo dice l’espressione “per mezzo di Spirito eterno”. Offrendo se stesso sotto l’azione dello “Spirito eterno”, Cristo ha “trovato una redenzione eterna”, come dice l’autore in 9, 12. Questo è il culto “spirituale” nel pieno senso della parola: non spiritualismo astratto, ma spiritualità incarnata, vero incontro tra l’uomo e lo Spirito.

2. “Il sangue dell’alleanza” e “lo Spirito della grazia”.

 Gli altri testi non esprimono in modo diretto il rapporto tra sangue di Cristo e Spirito di Dio. Suggeriscono però qualche legame e danno una luce complementare.

In Eb 10, 29, l’autore contempla il caso ipotetico del cristiano diventato volontariamente infedele, apostata. Per esprimere tutta la gravità di questo peccato, vengono adoperate tre espressioni vigorose: colui che avrà calpestato il Figlio di Dio e ritenuto profano il sangue dell'alleanza nel quale è stato santificato e usato violenza contro lo Spirito della grazia. In ognuna di queste espressioni viene espresso un contrasto forte e scandaloso.

Il legame tra il primo elemento e il secondo di questa triade è strettissimo; infatti “il sangue dell’alleanza” è il sangue di Cristo, Figlio di Dio (cfr 9, 14-15 per “sangue di Cristo” e “alleanza”; 3, 6 e 4, 14 e 5, 5 per Cristo, Figlio di Dio). Tra il secondo elemento, cioè il sangue, e il terzo, cioè lo Spirito, il movimento della frase suggerisce l’esistenza di un legame altrettanto stretto; lo Spirito della grazia viene comunicato ai credenti per mezzo del sangue dell'alleanza, sangue versato da Cristo, Figlio di Dio. La santificazione del cristiano viene qui attribuita al sangue dell’alleanza: “nel quale è stato santificato”. Altri testi del Nuovo Testamento legano la santificazione allo Spirito (cfr Rm 15, 16; 1 Cor 6, 11; 2 Ts 2, 13): la 1 Pt unisce nella stessa frase “l’azione santificante dello Spirito” e “l’aspersione del sangue di Gesù Cristo” (1 Pt 1, 2). Tutto questo conferma il legame intimo tra sangue di Cristo e Spirito di Dio.

La conclusione solenne della Lettera (cfr 13, 20-21) non parla dello Spirito, ma soltanto del sangue. Eppure suggerisce di nuovo un rapporto tra sangue e Spirito nel mistero di Cristo, perché attribuisce al sangue una funzione nella risurrezione. L’espressione è molto originale. L’autore ci rappresenta: il Dio della pace, che ha fatto risalire di tra i morti il pastore grande delle pecore in (virtù del) sangue dell’alleanza eterna (13, 20). Nella teologia paolina, è lo Spirito Santo ad attuare la risurrezione. Paolo lo dice molto chiaro per la nostra risurrezione futura in Rm 8, 11; lo lascia intendere per  Cristo nella stessa frase e nel solenne inizio di Rm 1, 4. L’autore della Lettera invece non attribuisce la risurrezione di Cristo all’azione dello Spirito di Dio, ma a quella del “sangue dell’alleanza eterna”. Non c’è contraddizione tra le due affermazioni, bensì accordo profondo. L’azione del sangue di Cristo nella risurrezione del suo corpo si spiega dal fatto che, durante la passione, questo sangue si è riempito, per così dire, di Spirito Santo, grazie alla docilità completa di Gesù allo Spirito. Siccome lo Spirito è eterno (9, 14), questa unione intima tra sangue e Spirito ottiene un duplice effetto: fa risorgere il corpo di Cristo per la vita eterna e stabilisce un’ “alleanza eterna”.

3. “Sangue che parla  

Un ultimo testo aggiunge ancora un altro aspetto. In Eb 12, 24 l’autore descrive la posizione privilegiata dei cristiani, dicendo che si sono accostati a tutte le realtà celesti. Tra queste realtà, l’ultima menzionata è “un sangue d’aspersione, il quale parla più forte di Abele”. L’espressione e il contesto dimostrano che si tratta del sangue della nuova alleanza, del sangue di Cristo. Lo Spirito non viene menzionato. È possibile, però, intravedere anche qui un certo rapporto tra sangue di Cristo e Spirito Santo. Infatti l’accenno ad Abele ci suggerisce l’idea antica di un rapporto tra sangue e anima. Se il sangue di Abele sparso sul suolo grida verso Dio, è perché nel sangue c’è l’anima. Per quale ragione l’autore della Lettera si sente in grado di affermare che il sangue di Cristo “parla più forte di Abele”? La risposta più soddisfacente potrebbe essere questa: a causa della presenza dello Spirito Santo nel sangue di Cristo. La voce del sangue di Abele (Gen 4, 10) era la voce di un’anima umana. La voce del sangue di Cristo è anche voce di un’anima umana, ma allo stesso tempo è voce dello Spirito Santo, il quale è ormai indissolubilmente unito al sangue di Gesù in virtù della docilità di Gesù allo Spirito fino alla morte.

L’accenno dunque al “sangue che parla” suggerisce un rapporto stretto tra il sangue di Cristo e lo Spirito Santo. Dopo la passione e la risurrezione di Cristo, la voce dello Spirito Santo è unita alla voce del sangue di Cristo. Chi vuole sentire la voce dello Spirito deve ascoltare la voce del sangue di Cristo.

I testi della Lettera agli Ebrei che mettono il sangue di Cristo in rapporto con lo Spirito appaiono molto suggestivi e pieni di sostanza dottrinale. Fanno passare da un culto strettamente rituale a un culto autenticamente spirituale, ma preservano allo stesso tempo da uno spiritualismo filosofico astratto nonché da un incontrollabile entusiasmo “pneumatico”, perché presentano una spiritualità fortemente legata non soltanto all’incarnazione di Cristo, ma alla sua oblazione, sorgente di vita e di santità.

 Bibliografia - J. Bonsirven, Saint Paul. Epître aux Hébreux, VS, Parigi 1943, 390-391. - M. L. Coletti, “Il problema del rapporto anima/sangue nella letteratura latina pagana”, in F. Vattioni (a cura), Sangue e Antropologia Biblica, 1/I, ed. Pia Unione Prez.mo Sangue, Roma 1981,  331-347. - J. Mcgrath, “Through the Eternal Spirit”, Historical Study of the Exegesis of Hebrews 9:13-14, Roma 1961. - L. Sabourin, “Nefesh, sang et expiation (Lev 17, 11. 14)”, Sciences Ecclésiastiques 18 (1966), 25-45. - A. Vanhoye, “Sangue e Spirito nell’Epistola agli Ebrei”, in F. Vattioni (a cura), Sangue e antropologia nella letteratura cristiana, 3/II, ed. Pia Unione Prez.mo Sangue, Roma 1983, 829-841.

 

Albert Vanhoye, sj