SACERDOZIO DEI FEDELI

 Sommario

  1. Il sangue di Cristo e il sacerdozio dei cristiani nell’Apocalisse. 

  2. Il sacerdozio dei battezzati e il sangue di Cristo nella Prima Petri. 

  3. Il sangue di Cristo e il culto dei cristiani nella Lettera agli Ebrei.

  4. Bibliografia.

Una relazione tra il sangue di Cristo e il sacerdozio dei fedeli appare in 3 scritti del NT: Eb, 1 Pt e Ap. Questa relazione è  più direttamente visibile nei due passi di Ap, perché contengono le parole “sangue” (riferito a Cristo) e “sacerdoti” (cfr Ap 1, 5-6 e 5, 9-10). Il passo di 1 Pt, che spiega più dettagliatamente in che cosa consista il sacerdozio dei battezzati (cfr 1 Pt 2, 5-10), si trova in relazione con altri due passi in cui il sangue di Cristo è menzionato (cfr 1 Pt 1, 2. 18-19). Infine, secondo Eb 10, 19, “il sangue di Gesù” condiziona l’esercizio dei privilegi sacerdotali di cui godono i cristiani.

 

1. Il sangue di Cristo e il sacerdozio dei cristiani nell’Apocalisse.

In Ap 1, 5-6 l’accenno al “sangue” di Cristo e al sacerdozio dei cristiani si trova in una dossologia che segue la frase d’indirizzo dello scritto (cfr 1, 4). Questa dossologia recita: A Colui che ci ama e ci sciolse dai nostri peccati col suo sangue — ed egli fece di noi un regno, sacerdoti per il suo Dio e Padre — a lui la gloria e la potenza per i secoli dei secoli. Amen. È chiaro che il personaggio presentato con tanta solennità è “Gesù Cristo”, nominato alla fine della frase precedente. Tre motivi di lode vengono espressi. Il primo, espresso con un participio presente, descrive un atteggiamento continuo di Cristo, il suo amore: Cristo è Colui che ci ama. Coordinato al participio presente, un participio aoristo descrive un intervento passato di Cristo: ci sciolse dai nostri peccati (una variante dice: ci lavò). La frase viene allora interrotta da un anacoluto: invece di un terzo participio, si ha un indicativo aoristo, che mette in più forte rilievo un terzo motivo di lode: Cristo fece di noi un regno, sacerdoti per il suo Dio e Padre.

I tre motivi di lode sono in stretta connessione tra di loro, anche se grammaticalmente nessuna subordinazione viene espressa. La liberazione dai peccati ha manifestato l’amore misericordioso di Cristo. Il suo sangue è stato lo strumento di questa liberazione e quindi l’espressione di questo amore. Versato per amore, il sangue di Cristo ha effettuato la purificazione. Questa opera dell’amore misericordioso ha aperto la via a un dono più positivo, quello della dignità regale e sacerdotale, di cui il sangue è stato ugualmente lo strumento. Infatti, secondo l’AT il sangue non soltanto purifica, ma anche santifica e consacra. Il sangue degli animali immolati venne adoperato per la consacrazione sacerdotale di Aronne (cfr Es 29, 21; Lv 8, 30).

Questo passo di Ap afferma l’adempimento, per i credenti, della promessa divina di Es 19, 6: Voi sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa, promessa fatta agli Israeliti nel contesto della fondazione della prima alleanza. Precede il racconto della grande teofania del Sinai e ha come parallelo, al di là del codice dell’alleanza, l’episodio della conclusione dell’alleanza per mezzo del sangue delle vittime immolate (cfr Es 24, 8). Nel testo ebraico di Es 19, 5-6 Dio incarica Mosè di promettere da parte sua agli Israeliti che, se gli obbediranno e rispetteranno la sua alleanza, gli apparterranno in modo privilegiato, saranno la sua segullà, la sua proprietà particolare, un regno di sacerdoti e una nazione santa.

Per “regno di sacerdoti” l’espressione ebraica non è del tutto chiara e quindi suscita discussioni. Secondo alcuni esegeti, essa non si applica al popolo nella sua totalità, ma solo ai governanti; il senso sarebbe “potere regale esercitato da sacerdoti” (Moran). Questa interpretazione, però, non appare nella tradizione giudaica. I targum applicano l’espressione a tutto il popolo e traducono: “voi sarete re e sacerdoti”; anzi il targum di Gerusalemme insiste maggiormente dicendo: “sarete re coronati e sacerdoti celebranti”. Questo senso corrisponde meglio al movimento del testo, che si rivolge a tutti i figli d’Israele senza distinzione.

Una esegeta ritiene che il testo dell'Esodo esprima un ideale di teocrazia democratica in opposizione alla monarchia e al sacerdozio istituzionale (Schüssler). Questa opinione, però, non corrisponde bene al contesto del passo, che non contiene la minima traccia di polemica contro le istituzioni mediatrici. Ciò che viene sottolineato non è l’uguaglianza di tutti gli Israeliti tra di loro, ma la posizione privilegiata di Israele nei confronti di altri popoli. Il problema dell’organizzazione interna del popolo non viene posto.

In Ap 1, 6 Giovanni traduce in greco il testo ebraico mamleket kohanim con due parole giustapposte: “regno, sacerdoti”, e non con una espressione unitaria: “regno di sacerdoti”. La stessa interpretazione si riscontra nei targum e nelle versioni di Simmaco e di Teodozione. Numerose differenze cambiano la prospettiva. Invece di essere una promessa, il testo afferma un adempimento effettuato. Invece di applicarsi ai “figli d’Israele”, l’espressione viene applicata ai cristiani. Le condizioni stipulate in Es 19, 5 di docilità alla voce di Dio e di fedeltà alla sua alleanza, condizioni che i figli d’Israele debbono adempire, non sono menzionate. Al loro posto viene affermata l’attuazione da parte di Cristo della purificazione necessaria: l’ostacolo del peccato è stato rimosso. Altra differenza considerevole: invece del futuro del verbo “essere” (“sarete un regno, sacerdoti”), il testo ha il passato del verbo “fare” e il soggetto è Cristo (egli fece di noi un regno, sacerdoti). Cristo ha avuto il diritto e la capacità di esercitare la prerogativa divina di “fare sacerdoti”.

La trasformazione di coloro che credono in Cristo, effettuata da lui “nel suo sangue”, ha compreso sia l’aspetto negativo della distruzione dei peccati che l’aspetto positivo di mettere in relazione sacerdotale con Dio. L’opera di Cristo, che ha stabilito una relazione fra gli uomini e suo Dio e Padre, è stata un’opera di mediazione, e se egli l’ha potuta realizzare con tale efficacia, la ragione è che egli è Figlio di Dio (Ap 2, 18). Soltanto il Figlio di Dio fatto uomo era capace di dare agli uomini un sacerdozio autentico, rendendoli partecipi della sua relazione con “il suo Dio e Padre”. Ciò che egli ha fatto “nel suo sangue”, l’ha fatto nel contempo per Dio e per gli uomini. Ha compiuto per gli uomini la promessa di Dio.

Con i plurali “noi” e “sacerdoti” la dignità sacerdotale viene attribuita a tutti i credenti, cioè a ciascuno di essi in quanto fanno parte della comunità cristiana. Si tratta quindi di un sacerdozio personale e comunitario allo stesso tempo.

In Ap 5, 10 un secondo testo regale e sacerdotale riprende fedelmente i termini del primo, ma li illumina in modo diverso, situandoli nella grande visione celeste dei cap. 4 e 5, che introduce tutto il resto del libro. I 4 Viventi e i 24 Vegliardi proclamano in un “canto nuovo” il diritto dell'Agnello a dirigere la storia, in virtù della sua opera redentrice. Dicono: Tu sei degno di prendere il libro e di aprirne i sigilli, perché fosti sgozzato e comprasti per Dio con il tuo sangue da ogni tribù e lingua e popolo e nazione e facesti di loro per il nostro Dio un regno e dei sacerdoti e regneranno sulla terra (Ap 5, 9-10).

In questo canto come nella dossologia iniziale, Cristo viene glorificato, questa volta con l’attribuzione di un potere universale sullo svolgimento della storia, e il motivo della sua glorificazione è la sua morte redentrice, nonché il conseguimento della dignità regale e sacerdotale per gli uomini riscattati.

La passione di Cristo viene ricordata con un termine realistico in corrispondenza alla metafora dell’ “Agnello”:  “sei stato sgozzato”. Questo sgozzamento produce un sangue che ha valore illimitato: è servito a “comprare” — altro termine realistico — uomini di ogni origine etnica, ai quali l’Agnello ha conferito la dignità regale e sacerdotale. Qui si ritrova l’accenno al testo ebraico di Es 19, 6 con una piccola variazione, l’aggiunta di una congiunzione coordinativa. Questo canto insiste quindi maggiormente sull’efficacia universale del sangue di Cristo e precisa, d’altra parte, che l’essere fatti per Dio “regno” non va inteso semplicemente in un senso passivo, “essere governati da Dio”, ma significa una partecipazione attiva, “regnare in nome di Dio”. Va dunque notata la stretta unione, nell’Apocalisse, del tema della regalità con quello del sacerdozio. Giovanni non accetta l’idea di una storia del mondo che si svolgerebbe indipendentemente dalla relazione dei cristiani con Dio. Egli afferma intrepidamente, in un tempo di persecuzioni, che il regno di Dio si attuerà sulla terra grazie ai cristiani, fatti da Cristo sacerdoti di Dio.

 

2. Il sacerdozio dei battezzati e il sangue di Cristo nella Prima Petri.

L’Apocalisse non spiega in che cosa consista l’esercizio del sacerdozio dei cristiani. La 1 Pt è più esplicita su questo punto. Anch’essa si riferisce alla promessa divina di Es 19, 6, ma secondo la traduzione della Settanta, che, invece del plurale “sacerdoti” adopera un nome collettivo, hierateuma, che significa “organismo sacerdotale”. L’esclusione di una interpretazione individualistica ne diventa più chiara. Anziché un accenno al sangue di Cristo, il testo contiene un riferimento al mistero pasquale, nei suoi due aspetti, passione e glorificazione; l’apostolo dice ai battezzati: Stringendovi a lui, cioè a Cristo, pietra viva, rigettata dagli uomini, ma scelta e preziosa davanti a Dio, anche voi, come pietre vive, venite costruiti come casa spirituale, in organismo sacerdotale santo, per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio mediante Gesù Cristo (1 Pt 2, 4-5). In seguito, la relazione con Es 19, 6 diventa più evidente, perché l’apostolo ne cita due espressioni: regale sacerdozio, nazione santa (1 Pt 2, 9), applicandole ai cristiani. Il sacerdozio dei battezzati consiste quindi nell’offrire a Dio la propria vita, nella docilità allo Spirito Santo.

Due passi possono servire a illuminare il concetto di “sacrifici spirituali”: in 1, 15 i battezzati vengono invitati a “diventare santi in tutta la condotta” e 1, 2 parla della “santificazione dello Spirito”. Questi passi contengono due accenni al sangue di Cristo, che illuminano la precisazione data sull’offerta dei sacrifici spirituali, cioè che debbono essere offerti mediante Gesù Cristo (2, 5). In 1 Pt 1, 2 la “santificazione dello Spirito” è connessa con “l’aspersione del sangue di Gesù Cristo”. In 1 Pt 1, 18-19 l’esortazione a “diventare santi in tutta la condotta” ha come fondamento che i battezzati sono stati liberati dalla vana condotta () con il sangue prezioso di Cristo, come di agnello senza difetti e senza macchia. In questa frase Cristo viene presentato come vittima sacrificale (cfr Lv 14, 10; 23, 18; ecc.). Essendo sangue sacrificale, il sangue di Cristo effettua la purificazione e la santificazione, la quale viene intesa in 2, 4-5 come consacrazione sacerdotale.

 

3. Il sangue di Cristo e il culto dei cristiani nella Lettera agli Ebrei.

La Lettera agli Ebrei non dice esplicitamente che i cristiani sono sacerdoti, ma lo dice implicitamente, perché afferma che godono di privilegi sacerdotali e dichiara che questi privilegi si esercitano nel sangue di Gesù (10, 19). D’altra parte, la dichiarazione di Eb 10, 14 è un modo indiretto di affermare il sacerdozio dei cristiani. Dichiarare che Cristo con una unica oblazione ha reso perfetti per sempre quelli che vengono santificati (10, 14), equivale a dire che Cristo li ha fatti partecipi del suo sacerdozio, col quale egli stesso è stato reso perfetto (5, 9). Nel Pentateuco greco, infatti, il verbo teleioun, “rendere perfetto”, designa sempre la consacrazione sacerdotale. Reso perfetto attraverso la sua passione, Cristo è stato proclamato da Dio sommo sacerdote (5, 9. 10). “Resi perfetti”, i cristiani sono sacerdoti in Cristo e sono in grado di rendere a Dio un culto sacerdotale.

Per lo svolgimento del culto divino, l’autore insiste molto sulla funzione del sangue. In 9, 7 egli ricorda che, nel culto antico, l’ingresso annuale del sommo sacerdote nel Santo dei Santi era condizionato da una utilizzazione di sangue sacrificale. Nella seconda tenda il sommo sacerdote entra non senza sangue, che egli offre per se stesso e per i peccati d’ignoranza del popolo (9, 7). Questa osservazione corrisponde alle prescrizioni del Levitico per il giorno di Kippur (Lv 16, 14-15). Il sangue adoperato era quello di un vitello e di un capro.

In corrispondenza antitetica a questo culto, viene descritta l’entrata di Cristo nel vero santuario, cioè nel cielo (Eb 9, 24). Cristo non per mezzo di sangue di capri e vitelli, ma per mezzo del proprio sangue entrò una volta per sempre nel santuario, avendo trovato una redenzione eterna (9, 12). La frase successiva mette di nuovo in grande rilievo il sangue di Cristo, spiegando il motivo del suo valore e la sua efficacia sui cristiani. Il valore del sangue di Cristo proviene dal fatto che Cristo mediante lo Spirito eterno offrì se stesso immacolato a Dio (9, 14); corrisponde quindi a una offerta personale, effettuata in perfetta integrità e in piena docilità all’impulso dato dallo Spirito Santo. Ne segue una duplice efficacia: negativa, per togliere l’ostacolo dei peccati; positiva, per abilitare a rendere culto a Dio: il sangue di Cristo (…) purificherà la nostra coscienza da opere morte in vista del culto al Dio vivo (9, 14).

La capacità di rendere culto a Dio comprende diversi livelli; non è necessariamente sacerdotale; anche i semplici fedeli rendono culto a Dio. Ma un passo successivo dimostra che la capacità conferita dal sangue di Cristo ai cristiani è veramente sacerdotale, giacché dà “piena libertà per l’ingresso al santuario”. Lo dice l’autore all’inizio dell’esortazione che conclude la grande esposizione di cristologia sacerdotale: Avendo dunque, fratelli, piena libertà per l’ingresso al santuario nel sangue di Gesù (…) accostiamoci… (10, 19. 22). La congiunzione “dunque” esprime un forte nesso logico con l’esposizione precedente. La situazione cristiana privilegiata è fondata sull’opera redentrice di Cristo, descritta in Eb 7, 1–10. 18. Per entrare nel santuario, i cristiani hanno a disposizione il mezzo di cui Cristo stesso si è servito per il proprio ingresso: il suo sangue (cfr 9, 12). “Il sangue di Gesù” assicura loro la “parresia per l’ingresso del santuario”, privilegio sacerdotale. Il termine parresia viene talvolta tradotto “fiducia”, designava però, nelle città greche, non un semplice sentimento, ma un diritto, una franchigia, il diritto di prendere liberamente la parola nelle assemblee democratiche o davanti alle autorità. In Eb 10, 19, la “piena libertà” viene specificata nel senso di un diritto di passaggio. Ef  3, 12 precisa il senso di parresia in modo analogo.

Viene così attribuito a tutti i cristiani un privilegio che non era concesso prima a nessun fedele e nemmeno ai sacerdoti, ma era riservato al solo sommo sacerdote. Per poter entrare nel santuario e accostarsi a Dio senza incorrere in pericoli mortali, occorreva nell’AT aver ricevuto la consacrazione sacerdotale lungamente descritta nel Levitico (cfr Lv 8­–9). Il popolo dell’antica alleanza non era mai autorizzato a entrare nel santuario e nemmeno nel suo vestibolo. I cristiani, invece, grazie al sangue di Gesù, godono del privilegio del sommo sacerdote, anzi, di un privilegio superiore, giacché quello del sommo sacerdote era limitato a un solo giorno dell'anno, mentre i cristiani sono continuamente invitati ad accostarsi a Dio in pienezza di fede, con una speranza incrollabile e un parossismo di carità e di belle opere (10, 22-24). Tutto questo, perché il sangue di Gesù è divenuto veramente un sangue di alleanza (10, 29; 13, 20) che abolisce le barriere e mette dappertutto la comunicazione. È stato versato, infatti, nella più perfetta obbedienza filiale a Dio Padre (cfr 5, 8; 10, 9-10) e nella più completa solidarietà fraterna con gli uomini (cfr 2, 11-18; 4, 15), saldando così l’alleanza dai due lati.

Gli insegnamenti di Eb, 1 Pt e Ap sulla relazione tra il sangue di Cristo e il sacerdozio dei fedeli si accordano dunque pienamente, anche se vengono espressi in termini diversi. Dimostrano tutta l’importanza di questa relazione, che condiziona il corretto esercizio del sacerdozio comune.

 

Bibliografia – J. H.  Elliott, The Elect and the Holy. An Exegetical Examination of I Peter 2:4-10, Leiden 1966. - A. Feuillet, “Les chrétiens prêtres et rois d’après l’Apocalypse”, RThom 75 (1975), 40-66. - W. L.  Moran, “A Kingdom of Priests” in The Bible in Current Catholic Thought (ed. J. L. McKenzie), New York 1962, 7-20. - E. SchlüsslerPriester für Gott, Münster 1972. - A. VanhoyeSacerdoti  antichi e Nuovo sacerdote secondo il NT, Leumann 1985, 187-237. – Idem, “Sangue di Cristo e sacerdozio dei fedeli nel NT”, in F. Vattioni (a cura), Sangue e antropologia nella teologia, 6/II, ed. Pia Unione Prez.mo Sangue, Roma 1989, 771-785. - U. Vanni L’Apocalisse, ermeneutica, esegesi, teologia, Bologna 1988, 349-368.

 

Albert Vanhoye, sj