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Una relazione tra il sangue di Cristo e il sacerdozio dei
fedeli appare in 3 scritti del NT: Eb, 1 Pt e Ap. Questa relazione è più
direttamente visibile nei due passi di Ap, perché contengono le parole
“sangue” (riferito a Cristo) e “sacerdoti” (cfr Ap 1, 5-6 e 5, 9-10). Il
passo di 1 Pt, che spiega più dettagliatamente in che cosa consista il
sacerdozio dei battezzati (cfr 1 Pt 2, 5-10), si trova in relazione con
altri due passi in cui il sangue di Cristo è menzionato (cfr 1 Pt 1, 2.
18-19). Infine, secondo Eb 10, 19, “il sangue di Gesù” condiziona
l’esercizio dei privilegi sacerdotali di cui godono i cristiani.
1. Il sangue di Cristo e il sacerdozio dei cristiani
nell’Apocalisse.
In Ap 1, 5-6 l’accenno al “sangue” di Cristo e al
sacerdozio dei cristiani si trova in una dossologia che segue la frase
d’indirizzo dello scritto (cfr 1, 4). Questa dossologia recita: A
Colui che ci ama e ci sciolse dai nostri peccati col suo sangue —
ed egli fece di noi un regno, sacerdoti per il suo Dio e Padre — a lui la
gloria e la potenza per i secoli dei secoli. Amen. È chiaro che il
personaggio presentato con tanta solennità è “Gesù Cristo”, nominato alla
fine della frase precedente. Tre motivi di lode vengono espressi. Il
primo, espresso con un participio presente, descrive un atteggiamento
continuo di Cristo, il suo amore: Cristo è Colui che ci ama.
Coordinato al participio presente, un participio aoristo descrive un
intervento passato di Cristo: ci sciolse dai nostri peccati (una
variante dice: ci lavò). La frase viene allora interrotta da un
anacoluto: invece di un terzo participio, si ha un indicativo aoristo,
che mette in più forte rilievo un terzo motivo di lode: Cristo fece di
noi un regno, sacerdoti per il suo Dio e Padre.
I tre motivi di lode sono in stretta connessione tra di
loro, anche se grammaticalmente nessuna subordinazione viene espressa. La
liberazione dai peccati ha manifestato l’amore misericordioso di Cristo.
Il suo sangue è stato lo strumento di questa liberazione e quindi
l’espressione di questo amore. Versato per amore, il sangue di Cristo ha
effettuato la purificazione. Questa opera dell’amore misericordioso ha
aperto la via a un dono più positivo, quello della dignità regale e
sacerdotale, di cui il sangue è stato ugualmente lo strumento. Infatti,
secondo l’AT il sangue non soltanto purifica, ma anche santifica e
consacra. Il sangue degli animali immolati venne adoperato per la
consacrazione sacerdotale di Aronne (cfr Es 29, 21; Lv 8, 30).
Questo passo di Ap afferma l’adempimento, per i credenti,
della promessa divina di Es 19, 6: Voi sarete per me un regno di
sacerdoti e una nazione santa, promessa fatta agli Israeliti nel
contesto della fondazione della prima alleanza. Precede il racconto della
grande teofania del Sinai e ha come parallelo, al di là del codice
dell’alleanza, l’episodio della conclusione dell’alleanza per mezzo del
sangue delle vittime immolate (cfr Es 24, 8). Nel testo ebraico di Es 19,
5-6 Dio incarica Mosè di promettere da parte sua agli Israeliti che, se
gli obbediranno e rispetteranno la sua alleanza, gli apparterranno in
modo privilegiato, saranno la sua segullà, la sua proprietà
particolare, un regno di sacerdoti e una nazione santa.
Per “regno di sacerdoti” l’espressione ebraica non è del
tutto chiara e quindi suscita discussioni. Secondo alcuni esegeti, essa
non si applica al popolo nella sua totalità, ma solo ai governanti; il
senso sarebbe “potere regale esercitato da sacerdoti” (Moran). Questa
interpretazione, però, non appare nella tradizione giudaica. I targum
applicano l’espressione a tutto il popolo e traducono: “voi sarete re e
sacerdoti”; anzi il targum di Gerusalemme insiste maggiormente dicendo:
“sarete re coronati e sacerdoti celebranti”. Questo senso corrisponde
meglio al movimento del testo, che si rivolge a tutti i figli d’Israele
senza distinzione.
Una esegeta ritiene che il testo dell'Esodo esprima un
ideale di teocrazia democratica in opposizione alla monarchia e al
sacerdozio istituzionale (Schüssler). Questa opinione, però, non
corrisponde bene al contesto del passo, che non contiene la minima
traccia di polemica contro le istituzioni mediatrici. Ciò che viene
sottolineato non è l’uguaglianza di tutti gli Israeliti tra di loro, ma
la posizione privilegiata di Israele nei confronti di altri popoli. Il
problema dell’organizzazione interna del popolo non viene posto.
In Ap 1, 6 Giovanni traduce in greco il testo ebraico
mamleket kohanim con due parole giustapposte: “regno, sacerdoti”, e
non con una espressione unitaria: “regno di sacerdoti”. La stessa
interpretazione si riscontra nei targum e nelle versioni di Simmaco e di
Teodozione. Numerose differenze cambiano la prospettiva. Invece di essere
una promessa, il testo afferma un adempimento effettuato. Invece di
applicarsi ai “figli d’Israele”, l’espressione viene applicata ai
cristiani. Le condizioni stipulate in Es 19, 5 di docilità alla voce di
Dio e di fedeltà alla sua alleanza, condizioni che i figli d’Israele
debbono adempire, non sono menzionate. Al loro posto viene affermata
l’attuazione da parte di Cristo della purificazione necessaria:
l’ostacolo del peccato è stato rimosso. Altra differenza considerevole:
invece del futuro del verbo “essere” (“sarete un regno,
sacerdoti”), il testo ha il passato del verbo “fare” e il soggetto è
Cristo (egli fece di noi un regno, sacerdoti). Cristo ha avuto il
diritto e la capacità di esercitare la prerogativa divina di “fare
sacerdoti”.
La trasformazione di coloro che credono in Cristo,
effettuata da lui “nel suo sangue”, ha compreso sia l’aspetto negativo
della distruzione dei peccati che l’aspetto positivo di mettere in
relazione sacerdotale con Dio. L’opera di Cristo, che ha stabilito una
relazione fra gli uomini e suo Dio e Padre, è stata un’opera di
mediazione, e se egli l’ha potuta realizzare con tale efficacia, la
ragione è che egli è Figlio di Dio (Ap 2, 18). Soltanto il Figlio
di Dio fatto uomo era capace di dare agli uomini un sacerdozio autentico,
rendendoli partecipi della sua relazione con “il suo Dio e Padre”.
Ciò che egli ha fatto “nel suo sangue”, l’ha fatto nel contempo
per Dio e per gli uomini. Ha compiuto per gli uomini la promessa di Dio.
Con i plurali “noi” e “sacerdoti” la dignità sacerdotale
viene attribuita a tutti i credenti, cioè a ciascuno di essi in quanto
fanno parte della comunità cristiana. Si tratta quindi di un sacerdozio
personale e comunitario allo stesso tempo.
In Ap 5, 10 un secondo testo regale e sacerdotale riprende
fedelmente i termini del primo, ma li illumina in modo diverso,
situandoli nella grande visione celeste dei cap. 4 e 5, che introduce
tutto il resto del libro. I 4 Viventi e i 24 Vegliardi proclamano in un “canto
nuovo” il diritto dell'Agnello a dirigere la storia, in virtù della
sua opera redentrice. Dicono: Tu sei degno di prendere il libro e di
aprirne i sigilli, perché fosti sgozzato e comprasti per Dio con il tuo
sangue da ogni tribù e lingua e popolo e nazione e facesti di loro per il
nostro Dio un regno e dei sacerdoti e regneranno sulla terra (Ap 5,
9-10).
In questo canto come nella dossologia iniziale, Cristo
viene glorificato, questa volta con l’attribuzione di un potere
universale sullo svolgimento della storia, e il motivo della sua
glorificazione è la sua morte redentrice, nonché il conseguimento della
dignità regale e sacerdotale per gli uomini riscattati.
La passione di Cristo viene ricordata con un termine
realistico in corrispondenza alla metafora dell’ “Agnello”:
“sei
stato sgozzato”. Questo sgozzamento produce un sangue che ha valore
illimitato: è servito a “comprare” — altro termine realistico — uomini di
ogni origine etnica, ai quali l’Agnello ha conferito la dignità regale e
sacerdotale. Qui si ritrova l’accenno al testo ebraico di Es 19, 6 con
una piccola variazione, l’aggiunta di una congiunzione coordinativa.
Questo canto insiste quindi maggiormente sull’efficacia universale del
sangue di Cristo e precisa, d’altra parte, che l’essere fatti per Dio “regno”
non va inteso semplicemente in un senso passivo, “essere governati da
Dio”, ma significa una partecipazione attiva, “regnare in nome di Dio”.
Va dunque notata la stretta unione, nell’Apocalisse, del tema della
regalità con quello del sacerdozio. Giovanni non accetta l’idea di una
storia del mondo che si svolgerebbe indipendentemente dalla relazione dei
cristiani con Dio. Egli afferma intrepidamente, in un tempo di
persecuzioni, che il regno di Dio si attuerà sulla terra grazie ai
cristiani, fatti da Cristo sacerdoti di Dio.
2. Il sacerdozio dei battezzati e il sangue di Cristo
nella Prima Petri.
L’Apocalisse non spiega in che cosa consista l’esercizio
del sacerdozio dei cristiani. La 1 Pt è più esplicita su questo punto.
Anch’essa si riferisce alla promessa divina di Es 19, 6, ma secondo la
traduzione della Settanta, che, invece del plurale “sacerdoti”
adopera un nome collettivo, hierateuma, che significa “organismo
sacerdotale”. L’esclusione di una interpretazione individualistica ne
diventa più chiara. Anziché un accenno al sangue di Cristo, il testo
contiene un riferimento al mistero pasquale, nei suoi due aspetti,
passione e glorificazione; l’apostolo dice ai battezzati: Stringendovi
a lui, cioè a Cristo, pietra viva, rigettata dagli uomini, ma
scelta e preziosa davanti a Dio, anche voi, come pietre vive, venite
costruiti come casa spirituale, in organismo sacerdotale santo, per
offrire sacrifici spirituali graditi a Dio mediante Gesù Cristo (1 Pt
2, 4-5). In seguito, la relazione con Es 19, 6 diventa più evidente,
perché l’apostolo ne cita due espressioni: regale sacerdozio, nazione
santa (1 Pt 2, 9), applicandole ai cristiani. Il sacerdozio dei
battezzati consiste quindi nell’offrire a Dio la propria vita, nella
docilità allo Spirito Santo.
Due passi
possono servire a illuminare il concetto di “sacrifici spirituali”: in 1,
15 i battezzati vengono invitati a “diventare santi in tutta la
condotta” e 1, 2 parla della “santificazione dello Spirito”.
Questi passi contengono due accenni al sangue di Cristo, che illuminano
la precisazione data sull’offerta dei sacrifici spirituali, cioè che
debbono essere offerti mediante Gesù Cristo (2, 5). In
1 Pt
1, 2 la “santificazione dello Spirito” è connessa con
“l’aspersione del sangue di Gesù Cristo”. In 1 Pt 1, 18-19 l’esortazione
a “diventare santi in tutta la condotta” ha come fondamento che i
battezzati sono stati liberati dalla vana condotta (…)
con il sangue prezioso di Cristo, come di agnello senza difetti e senza
macchia. In questa frase Cristo viene presentato come vittima
sacrificale (cfr Lv 14, 10; 23, 18; ecc.). Essendo sangue sacrificale, il
sangue di Cristo effettua la purificazione e la santificazione, la quale
viene intesa in 2, 4-5 come consacrazione sacerdotale.
3. Il sangue di Cristo e il culto dei cristiani nella
Lettera agli Ebrei.
La Lettera agli Ebrei non dice esplicitamente che i
cristiani sono sacerdoti, ma lo dice implicitamente, perché afferma che
godono di privilegi sacerdotali e dichiara che questi privilegi si
esercitano nel sangue di Gesù (10, 19). D’altra parte, la
dichiarazione di Eb 10, 14 è un modo indiretto di affermare il sacerdozio
dei cristiani. Dichiarare che Cristo con una unica oblazione ha
reso perfetti per sempre quelli che vengono santificati (10, 14),
equivale a dire che Cristo li ha fatti partecipi del suo sacerdozio, col
quale egli stesso è stato reso perfetto (5, 9). Nel Pentateuco
greco, infatti, il verbo teleioun, “rendere perfetto”, designa
sempre la consacrazione sacerdotale. Reso perfetto attraverso la
sua passione, Cristo è stato proclamato da Dio sommo sacerdote (5,
9. 10). “Resi perfetti”, i cristiani sono sacerdoti in Cristo e
sono in grado di rendere a Dio un culto sacerdotale.
Per lo svolgimento del culto divino, l’autore insiste
molto sulla funzione del sangue. In 9, 7 egli ricorda che, nel culto
antico, l’ingresso annuale del sommo sacerdote nel Santo dei Santi era
condizionato da una utilizzazione di sangue sacrificale. Nella seconda
tenda il sommo sacerdote entra non senza sangue, che egli
offre per se stesso e per i peccati d’ignoranza del popolo (9, 7).
Questa osservazione corrisponde alle prescrizioni del Levitico per il
giorno di Kippur (Lv 16, 14-15). Il sangue adoperato era quello di un
vitello e di un capro.
In corrispondenza antitetica a questo culto, viene
descritta l’entrata di Cristo nel vero santuario, cioè nel cielo
(Eb
9, 24). Cristo non per mezzo di sangue di capri e vitelli, ma per
mezzo del proprio sangue entrò una volta per sempre nel santuario, avendo
trovato una redenzione eterna (9, 12). La frase successiva mette di
nuovo in grande rilievo il sangue di Cristo, spiegando il motivo del suo
valore e la sua efficacia sui cristiani. Il valore del sangue di Cristo
proviene dal fatto che Cristo mediante lo Spirito eterno offrì se
stesso immacolato a Dio (9, 14); corrisponde quindi a una offerta
personale, effettuata in perfetta integrità e in piena docilità
all’impulso dato dallo Spirito Santo. Ne segue una duplice efficacia:
negativa, per togliere l’ostacolo dei peccati; positiva, per abilitare a
rendere culto a Dio: il sangue di Cristo (…) purificherà la
nostra coscienza da opere morte in vista del culto al Dio vivo
(9, 14).
La capacità di rendere culto a Dio comprende diversi
livelli; non è necessariamente sacerdotale; anche i semplici fedeli
rendono culto a Dio. Ma un passo successivo dimostra che la capacità
conferita dal sangue di Cristo ai cristiani è veramente sacerdotale,
giacché dà “piena libertà per l’ingresso al santuario”. Lo dice
l’autore all’inizio dell’esortazione che conclude la grande esposizione
di cristologia sacerdotale: Avendo dunque, fratelli, piena libertà per
l’ingresso al santuario nel sangue di Gesù (…) accostiamoci…
(10, 19. 22). La congiunzione “dunque” esprime un forte nesso
logico con l’esposizione precedente. La situazione cristiana privilegiata
è fondata sull’opera redentrice di Cristo, descritta in Eb 7, 1–10. 18.
Per entrare nel santuario, i cristiani hanno a disposizione il mezzo di
cui Cristo stesso si è servito per il proprio ingresso: il suo sangue (cfr
9, 12). “Il sangue di Gesù” assicura loro la “parresia
per l’ingresso del santuario”, privilegio sacerdotale. Il termine
parresia viene talvolta tradotto “fiducia”, designava
però, nelle città greche, non un semplice sentimento, ma un diritto, una
franchigia, il diritto di prendere liberamente la parola nelle assemblee
democratiche o davanti alle autorità. In Eb 10, 19, la “piena libertà”
viene specificata nel senso di un diritto di passaggio. Ef 3, 12 precisa
il senso di parresia in modo analogo.
Viene così attribuito a tutti i cristiani un privilegio
che non era concesso prima a nessun fedele e nemmeno ai sacerdoti, ma era
riservato al solo sommo sacerdote. Per poter entrare nel santuario e
accostarsi a Dio senza incorrere in pericoli mortali, occorreva nell’AT
aver ricevuto la consacrazione sacerdotale lungamente descritta nel
Levitico (cfr Lv 8–9). Il popolo dell’antica alleanza non era mai
autorizzato a entrare nel santuario e nemmeno nel suo vestibolo. I
cristiani, invece, grazie al sangue di Gesù, godono del privilegio del
sommo sacerdote, anzi, di un privilegio superiore, giacché quello del
sommo sacerdote era limitato a un solo giorno dell'anno, mentre i
cristiani sono continuamente invitati ad accostarsi a Dio in pienezza
di fede, con una speranza incrollabile e un parossismo di
carità e di belle opere (10, 22-24). Tutto questo, perché il sangue
di Gesù è divenuto veramente un sangue di alleanza (10, 29; 13,
20) che abolisce le barriere e mette dappertutto la comunicazione. È
stato versato, infatti, nella più perfetta obbedienza filiale a Dio Padre
(cfr 5, 8; 10, 9-10) e nella più completa solidarietà fraterna con gli
uomini (cfr 2, 11-18; 4, 15), saldando così l’alleanza dai due lati.
Gli insegnamenti di Eb, 1 Pt e Ap sulla relazione tra il
sangue di Cristo e il sacerdozio dei fedeli si accordano dunque
pienamente, anche se vengono espressi in termini diversi. Dimostrano
tutta l’importanza di questa relazione, che condiziona il corretto
esercizio del sacerdozio comune.
Bibliografia –
J. H. Elliott,
The Elect and the Holy.
An Exegetical
Examination of I Peter 2:4-10, Leiden 1966. - A. Feuillet,
“Les chrétiens prêtres et rois d’après l’Apocalypse”, RThom 75
(1975), 40-66. - W. L.
Moran,
“A Kingdom of Priests” in The Bible in Current Catholic Thought
(ed. J. L. McKenzie), New
York 1962, 7-20. -
E. Schlüssler,
Priester für Gott, Münster 1972.
- A. Vanhoye,
Sacerdoti antichi e Nuovo sacerdote secondo il NT, Leumann 1985,
187-237. – Idem, “Sangue di
Cristo e sacerdozio dei fedeli nel NT”,
in F. Vattioni
(a cura), Sangue e antropologia nella teologia, 6/II, ed. Pia
Unione Prez.mo Sangue, Roma 1989,
771-785. -
U. Vanni,
L’Apocalisse, ermeneutica, esegesi, teologia, Bologna 1988, 349-368.
Albert Vanhoye,
sj
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