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Catechesi biblica Sommario
I. Preparazione nell’Antico Testamento: 2. Sacralità del sangue degli animali: a., b., c., d.; 3. Valore del sangue umano: a, b.
II. Rivelazione del sangue di Cristo: 1. Nei vangeli: a., b., c., d., e., f., g.; 2. Negli altri scritti del NT: a., b., c., d |
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il primo fatto che merita considerazione in materia di catechesi biblica sul sangue di Cristo è la frequenza elevata di questo tema negli scritti del NT. Su un totale di 97 ricorrenze della parola greca hàima, “sangue”, non meno di 42 si riferiscono al sangue di Cristo. Invece, per la parola correlativa “carne” (sàrx in greco), le ricorrenze che riguardano Cristo sono soltanto 20 su un totale di 147; per la parola “corpo” (sòma in greco), la cifra è 32 su un totale di 142. Il confronto rivela quindi una insistenza nettamente maggiore sul “sangue di Cristo”. Ci possiamo domandare se la nostra catechesi rispecchia fedelmente tale insistenza. |
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I.
Preparazione nell’Antico
Testamento Per
capire ciò che il NT dice del sangue di Gesù, è necessario leggerne i
testi sullo sfondo dell'AT. Questa esigenza è una legge generale di
ogni catechesi biblica. Il mistero del sangue di Cristo si trova
accennato sin dal cap. 4 della Genesi, nel passo cioè in cui la parola
“sangue” fa la sua prima comparsa nella Bibbia. Si tratta del sangue
di Abele (cfr Gen 4, 10-11). La Lettera agli Ebrei mette esplicitamente
un rapporto tra il sangue di Gesù e quello di Abele (cfr Eb 12, 24). Il
mistero del sangue di Cristo si estende quindi in tutto l’arco della
rivelazione biblica, dal libro della Genesi al libro dell'Apocalisse (cfr
Ap 1, 5; 5, 9; 7, 14; 12, 11). L’AT
insegna anzitutto un profondo rispetto
per il sangue, per ogni sangue, anche quello delle bestie; un
rispetto propriamente religioso, perché fondato su una relazione
speciale tra il sangue e Dio. Il sangue viene considerato sacro. L’AT
ritiene che questa convinzione debba essere condivisa da tutti gli
uomini e non soltanto dai figli d’Israele. Perciò la esprime in un
discorso di Dio rivolto, subito dopo il diluvio, a Noè, antenato di
tutta l’umanità postdiluviana. Il Creatore vi rinnova la sua
benedizione del tempo della creazione (cfr Gen 9, 1; 1, 28), si dimostra
ancora più generoso per gli uomini, perché non prescrive più loro una
dieta vegetariana come in 1, 29, ma dice: Quanto
si muove e ha vita vi servirà da cibo; vi do tutto questo, come già le
verdi erbe (Gen 9, 3). In quel momento Dio prescrive di rispettare
il sangue, cioè non permette di adoperarlo nell’alimentazione. Il
modo stesso di esprimere questo divieto ne indica la ragione. Dio dice: Non
mangerete la carne con la sua anima, (cioè) il suo sangue (Gen 9,
4). Il sangue è sacro, perché è “l’anima” dell’essere
vivente, cioè il principio vitale, in ebraico la néfesh.
Gli antichi avevano evidentemente osservato che chi perde il suo sangue
perde la vita e ne avevano concluso che nel corpo degli esseri viventi
il sangue è il principio vitale che permette alla carne di vivere. La
scienza moderna non ha smentito questa intuizione, anzi ha scoperto il
modo in cui il sangue, carico di ossigeno grazie alla respirazione,
fornisce questo ossigeno a tutte le cellule del corpo per mantenerle in
vita e in attività. Essendo
il sangue principio vitale, esso ha una relazione speciale con Dio,
perché è Dio sorgente della vita e Signore di tutti i viventi. La
sacralità riconosciuta al sangue proviene da questa relazione. 2.
Sacralità del sangue degli
animali Per
quanto riguarda il sangue degli animali, la sacralità ha due conseguenze: una
negativa, il divieto di usare il loro sangue nell’alimentazione;
l’altra positiva, il comando di usare il loro sangue nel culto divino. a.
Il divieto fatto a Noè e ai
suoi figli nella Genesi viene ripreso nella legge di Mosè per il popolo
ebreo, con la stessa motivazione e con maggiore insistenza; minacce
severissime sono proferite contro i trasgressori (cfr Lv 17, 10-14; Dt
12, 23-25). Ogni uso utilitario del sangue era quindi severamente
vietato. b.
Invece l’uso rituale del
sangue viene ammesso, anzi prescritto. Il primo rito di sangue
menzionato nella Bibbia è quello compiuto con il sangue dell’agnello pasquale. La prescrizione fu allora di
prendere del sangue dell'agnello sgozzato e di metterne sui due stipiti
e sull’architrave delle case (cfr Es 12, 7. 22), per essere preservati
dall’ultima piaga (cfr 12, 23). Il sangue ha valore apotropaico:
rappresenta una forza di vita che si oppone vittoriosamente alle forze
di morte. Dopo l’uscita dall’Egitto, l’uso principale del sangue
presso gli Israeliti fu l’uso cultuale nei sacrifici. Il sangue serve per la relazione con
Dio. Non si può concepire un uso di un valore più alto. c.
L’uso cultuale del sangue non viene presentato come una manifestazione
di generosità degli uomini verso Dio, ma, al contrario, come un dono di Dio all’uomo. Dio dice: Il
principio vitale della carne è nel sangue e io l’ho dato a voi
sull’altare per fare l’espiazione per le vostre vite; perché il
sangue espia, in quanto è il principio di vita (Lv 17, 11). d.
Alla capacità di purificare, attribuita al sangue, si aggiunge quella
di unire a Dio e di consacrare.
Per la conclusione del patto del Sinai, il libro dell'Esodo riferisce
che Mosè compì un rito di sangue, che simboleggiava, a quanto pare,
l’unione tra Dio e il popolo: una metà del sangue fu versata
sull’altare di Dio e con l’altra metà Mosè asperse il popolo,
dicendo: Ecco il sangue del patto
che il Signore ha concluso con voi, sulla base di tutte queste
stipulazioni (Es 24, 8). D’altra
parte, la consacrazione sacerdotale di Aronne e dei suoi figli comprese
applicazioni di sangue sul loro corpo (cfr Lv 8, 23-24), nonché
un’aspersione fatta sulle loro persone e le loro vesti con
l’olio dell’unzione e il sangue per consacrarle
(8, 30). Tutto
questo manifesta l’immenso valore attribuito al sangue per le
relazioni con Dio, anche se si trattava di sangue di animali. Il
valore del sangue umano viene considerato ancora superiore, poiché
l’uomo e la donna sono stati creati a
immagine di Dio (Gen 1, 26-27). L’AT richiede quindi per il sangue
umano un rispetto più grande, il quale, però, ha come conseguenza
l’esclusione dell'uso cultuale. L’AT non ammette nessun uso cultuale
del sangue umano, ne vieta qualsiasi uso. a.
A Noè dopo il diluvio Dio dice: Del
sangue vostro, ossia della vostra vita (néfesh),
io domanderò conto (Gen 9, 5). Dio stesso quindi si fa protettore
del sangue umano. b.
Spargere il sangue di un uomo è un
crimine orrendo.
Secondo l’AT il castigo per questo crimine non può essere altro che
la morte: Chi sparge il sangue
dell'uomo, dall’uomo il suo sangue sarà sparso, perché a immagine di
Dio egli ha fatto l’uomo (Gen 9, 6). Molti passi della Tora
ribadiscono questo principio: cfr Es 21, 12. I
profeti accusano spesso gli Israeliti di spargimento di sangue innocente
e minacciano, per questa ragione, tremendi castighi divini (cfr Is 1,
15; 59, 3; Ger 19, 4; Ez 22). Da
questa rapida indagine risulta che, per quanto riguarda
il sangue umano, l’AT distingue due specie di spargimento di
sangue: da una parte, lo spargimento del sangue innocente, il quale è
criminale; dall’altra parte, lo spargimento penale del sangue, cioè
la pena di morte, necessaria per purificare la terra dai crimini. c.
A quanto pare, l’AT non parla mai della possibilità per una persona
umana di versare il proprio sangue,
per salvarne altre. Tuttavia, in 2 Mac 7, 37 uno dei sette figli martiri
esprime un’idea molto vicina; l’esprime però con altri termini, cioè
“fare dono del corpo e
dell’anima” (noi diremmo
“e della vita”). Del sangue parla il IV Mac, libro che non è stato
ammesso nel canone. In questo libro viene riferito che pregando Dio, un
altro martire, Eleazaro, diceva: Fai
del mio sangue un mezzo di purificazione per la mia gente
(2 Mac 6, 29), e l’autore, quando conclude la sua opera, dichiara: Per
mezzo del sangue di questi uomini pii e per il valore espiatorio
della loro morte la divina Provvidenza salvò Israele che si trovava
nelle pene (17, 22). Qui si può vedere quanti progressi spirituali
sono stati suscitati dalla persecuzione dei tempi dei Maccabei. II.
Rivelazione del sangue di cristo Nei
sinottici,
il primo accenno al sangue di Gesù si riscontra nel racconto
dell’Ultima Cena. Preso il calice, Gesù pronunziò la preghiera di
ringraziamento, poi diede il calice ai Dodici, dicendo: Bevetene tutti; questo è il
mio sangue dell’alleanza, versato per molti… (Mt 27, 27-28).
Le parole di Gesù non vengono riferite in modo identico nei tre
racconti, ma in tutti troviamo l’espressione “il
mio sangue”, precisata dal participio “effuso”,
“sparso”, e messa in
relazione con una “alleanza”
(diathéke). Il gesto di Gesù e le sue parole rinnovano radicalmente
tutta la catechesi biblica sul sangue. a.
Gesù presenta il suo sangue come effuso, sparso. Sangue
sparso significa morte violenta. Nei versetti precedenti, Gesù ha
annunziato che uno dei Dodici stava per tradirlo (cfr Mt 26, 21-25 e
par.); adesso egli rivela il risultato del tradimento: il suo sangue sarà
sparso. b.
Di che specie sarà questo spargimento di sangue, il racconto della
Passione ce lo spiega. Gesù sarà arrestato, comparirà davanti alle
autorità del suo popolo, poi davanti all’autorità romana sarà
accusato, dichiarato reo di morte
(cfr Mt 26, 65; Mc 14, 63), condannato (cfr Mc 14, 63), giustiziato. Si
tratta quindi della specie penale
di spargimento di sangue. Questo però è solo apparenza. c.
Infatti, il sangue di Gesù viene esplicitamente dichiarato “sangue
innocente”. Il traditore confessa: Ho
peccato perché ho tradito sangue innocente (Mt 27, 4). In Lc
23, Pilato afferma a quattro riprese l’innocenza di Gesù, che non
ha fatto nulla che meriti la morte (Lc 23, 15; cfr 23, 4. 14. 22).
In Mt 27, 24 il governatore manifesta in altro modo la stessa
convinzione, quando si lava le mani davanti alla folla e dice: Sono
innocente riguardo a questo sangue; vedetevela voi. Così
viene dimostrato che lo spargimento del sangue di Gesù, benché avesse
l’apparenza di una pena legale, fu in realtà uno spargimento
criminale di sangue. Esso va situato nella lunga serie delle
uccisioni di giusti e di profeti, richiamata da Gesù stesso quando
disse: Sarà chiesto conto a
questa generazione del sangue di tutti i profeti, sparso fin
dall’inizio del mondo. Alla dichiarazione di Pilato, che rifuggiva
dalla propria responsabilità, tutto
il popolo replicò: Il suo sangue ricada sopra di noi e sopra i
nostri figli (Mt 27, 25). Gerusalemme,
che uccide (i) i profeti (Lc 13, 34; Mt 23, 37), porterà la pena di questo
spargimento criminale di sangue: i suoi nemici la schiacceranno, lei e i
suoi figli (cfr Lc 19, 44; 23, 28-30). Questo, però, è solo un aspetto
degli eventi; l’aspetto più importante è positivo, per gli Israeliti
e per tutti. d.
Nell’Ultima Cena, infatti, le parole di Gesù sul suo sangue esprimono
invece una prospettiva
estremamente positiva, in due modi: da una parte, lo spargimento di
sangue riceve un orientamento a favore di altre persone: è “sparso per molti”; dall’altra parte, viene definito “sangue
dell'alleanza”. Si
costata qui una trasformazione straordinaria dell'evento. Nella catechesi, di
solito, si insiste molto sulla trasformazione sacramentale chiamata
“transustanziazione”; il pane diventa il corpo di Cristo; il vino
diventa il suo sangue. Tale trasformazione ha effettivamente
un’importanza fondamentale. Gesù, però, ha effettuato allo stesso
tempo un’altra trasformazione, di importanza ancora maggiore, perché
da essa dipende tutto il valore della sua morte e quindi tutta la nostra
salvezza. La si può esprimere nei termini seguenti: Di
uno spargimento di sangue che in apparenza era una pena legale, ma, in
realtà, era criminale, Gesù ha fatto uno spargimento di sangue
generoso, che ha fondato la nuova alleanza. La
catechesi dovrebbe mettere in grande rilievo questa trasformazione,
mostrare quanto era difficile realizzarla, quale forza di amore ci
voleva per questo, e spiegare poi che quando riceviamo il sangue di Gesù,
riceviamo in noi lo stesso dinamismo di amore, che ci spinge a
realizzare, nella nostra esistenza, trasformazioni simili, e ce ne dà
la possibilità. Prendendo
il calice del suo sangue, Gesù prendeva in anticipo la propria morte,
una morte violenta, inflittagli con la peggiore delle ingiustizie e
delle crudeltà. Ed egli la trasformava in mezzo per fondare
l’alleanza, in mezzo di comunione. Era un capovolgimento completo
della situazione. e.
Alle parole di Gesù sul calice viene aggiunto, in Mt 26, 28, che il
sangue di Gesù viene sparso “in remissione dei peccati”. Questa precisazione accentua ancora
l’aspetto di generosità dell’iniziativa di Gesù e completa il
capovolgimento del senso degli eventi. Cioè Gesù spinse la generosità
fino al punto di far servire al perdono dei peccatori la morte violenta
che essi gli infliggevano con i loro peccati. In Rm 5, 7-8 Paolo esprime
il suo stupore pieno di ammirazione davanti a tale generosità. Occorre
ricordarsi, d’altra parte, che la promessa della nuova alleanza
comprendeva come elemento basilare il perdono dei peccati (cfr Ger 31,
34). Infatti, siccome l’antica alleanza era stata violata da
gravissime trasgressioni (31, 32), la prima condizione da compiere per
fondare una nuova alleanza era di trovare un rimedio a questa
situazione. L’efficacia purificatrice attribuita da Matteo al sangue
di Gesù non costituisce quindi un elemento estraneo alla prospettiva
dell'alleanza, ma al contrario rinforza realisticamente questa
prospettiva, e manifesta meglio tutta la generosità del Salvatore. f.
All’aspetto di generosità sconfinata si accompagna un aspetto di
audacia sorprendente. Gesù dice: Bevetene tutti: questo è il mio sangue (Mt 26, 27-28), cioè fa
bere del sangue, il che era severissimamente vietato nell’AT.
Malgrado questa proibizione, Gesù presenta il suo sangue perché sia bevuto. Lo presenta, è
vero, sotto forma sacramentale e questo basta perché i discepoli lo
possano accettare. È chiaro, infatti, che l’intenzione di Gesù non
era minimamente di proporre del sangue umano come alimento per la vita
del corpo. Il
quarto vangelo rivela il senso
di questa audacia. Gesù vi dice: Chi
mangia la mia carne e beve il
mio sangue dimora in me e io in
lui (6, 6). Il sangue di Gesù deve essere bevuto, perché la sua
funzione è di stabilire una alleanza di tipo nuovo, un’alleanza
interna. L’alleanza del Sinai era stata stabilita per mezzo di
un’aspersione di sangue fatta da Mosè (cfr Es 24, 8). Il sangue aveva
toccato le persone, ma solo all’esterno. L’alleanza era esterna, e
quindi molto imperfetta. È stata rotta. L’alleanza nuova, promessa in
Ger 31, 31-34, doveva raggiungere il cuore di ciascuno. Per questa
ragione Gesù invitò i discepoli a bere il sangue dell'alleanza. g.
Dopo la morte di Gesù sulla croce, un soldato gli
colpì il costato con la lancia e subito ne uscì sangue
e acqua (Gv 19, 34). L’insistenza con la quale l’evangelista
sottolinea questo fatto manifesta che gli riconosceva un valore di
rivelazione. L’interpretazione che sembra più consona alle
prospettive del IV vangelo è quella che considera l’acqua simbolo
dello Spirito Santo (cfr Gv 7, 37-39). Con questo episodio, Dio Padre
glorificava il suo Figlio (cfr Gv 17, 1-3), manifestando con un segno
visibile la fecondità della Passione. Questa ha prodotto una stretta
unione tra il sangue di Gesù e lo Spirito Santo, dando al suo sangue la
capacità di comunicare lo Spirito a tutti i credenti. La glorificazione
di Gesù consiste proprio in questo: la sua umanità, e più
particolarmente il suo sangue, si è talmente imbevuta di Spirito Santo
durante la Passione che lo può comunicare adesso a tutti. a.
In un passo della Lettera ai Romani, il sangue di Cristo viene
presentato come una forza di vita
che preserverà i credenti dalla “collera” escatologica (cfr Rm 5, 9), così come il sangue dell’agnello
pasquale aveva preservato gli Israeliti dal “flagello
di sterminio” al momento dell'Esodo (cfr Es 12, 13. 23).
L’Apocalisse spinge più avanti la stessa linea, quando proclama la
vittoria dei martiri su satana, dicendo: Essi
lo hanno vinto a causa del sangue dell'Agnello (Ap 12, 11). A dare
la forza di affrontare il martirio è il sangue dell'Agnello sgozzato. b.
Numerosi testi mettono il sangue di Cristo in rapporto con una liberazione
dalla schiavitù, accennando alla liberazione dall’Egitto. Pietro
sottolinea che la liberazione dei cristiani non è stata ottenuta con il
pagamento di una somma di denaro, bensì per
mezzo di un sangue prezioso, il sangue di Cristo (1 Pt 1, 19). L’espressione dell’apostolo riecheggia
la parola di Gesù sul Figlio dell’uomo venuto per dare la propria vita in riscatto per molti (Mc 10, 45; Mt 20, 28). In
modo analogo, la Lettera agli Efesini benedice Dio perché in Cristo abbiamo
la liberazione (apolytrosin)
per mezzo del suo sangue (Ef 1, 7) e l’Apocalisse inneggia a Cristo
perché ci ha liberati (lysanti)
nel suo sangue (Ap 1, 5). All’Agnello viene rivolta questa lode: Sei
stato sgozzato e hai comprato per Dio con il tuo sangue uomini di
ogni tribù, lingua, popolo e nazione (Ap 5, 9). Il nuovo esodo,
ottenuto grazie al sangue di Cristo, non ha le dimensioni ristrette del
primo, che era stato limitato alla liberazione di un solo popolo; la sua
estensione è universale. Un’altra
differenza è che non si tratta di una liberazione politica, bensì di
una liberazione molto più radicale e importante, quella che sbarazza
dalla schiavitù del male (cfr Ef 1, 7; 1 Pt 1, 19; Ap 1, 5). c.
All’idea di “liberazione”, Paolo
aggiunge, in Rm 3, 24-25, quella di
“propiziazione”; egli dice che Dio ha
esposto Cristo quale propiziatorio, per mezzo della fede, nel suo sangue (3, 25).
Nell’AT “il propiziatorio” era il nome del prezioso coperchio
dell’arca dell’alleanza (cfr Es 25, 17-22), sul quale il sommo
sacerdote faceva aspersioni di sangue, una volta all’anno, il giorno
del Grande Perdono (cfr Lv 16, 14-15). Ormai Cristo ha preso il posto di
questo “strumento di perdono”. Con
un verbo diverso, la Prima Lettera di Giovanni esprime la stessa idea,
quando dice che il sangue di Gesù…
ci purifica da ogni peccato (1 Gv 1, 7). Similmente Eb 9, 14
e Ap 7, 14. Paolo
adopera, invece, la sua categoria teologica preferita, quella di “giustificazione”,
e proclama che siamo stati “giustificati nel suo sangue” (Rm 5, 9),
cioè: da peccatori che eravamo, il sangue di Cristo ci ha resi giusti
davanti a Dio. La
Lettera agli Ebrei riconosce al sangue di Gesù una capacità ancora più
alta, quella della “santificazione”
(cfr 10, 29; 13, 12). Secondo
l’Apocalisse, questa santificazione non è niente di meno di una consacrazione
sacerdotale: Cristo ci ha
liberati dai nostri peccati con il suo sangue e ha fatto di noi un
regno, dei sacerdoti per il suo Dio e Padre (Ap 1, 5; 5, 9;
cfr Es 19, 6). Tre testi (Rm 5, 9-10, Ef 2, 13-16 e Col 1, 19-20)
esprimono una relazione tra l’efficacia del sangue di Gesù e la
riconciliazione con Dio. d.
Nell’ultima cena Gesù, quando designò il proprio sangue come “sangue
di alleanza”, suggerì implicitamente un rapporto con il sangue
della prima alleanza (cfr Es 24, 8) e quindi una interpretazione
sacrificale della sua morte. Tale interpretazione, accennata in
diversi passi di Paolo (cfr
1 Cor 5, 7; 10, 14-22; Rm 3, 25; Ef 5, 2) e di Pietro (cfr 1 Pt 1, 9:
“agnello immacolato”), è stata approfondita magistralmente
dall’autore della Lettera agli Ebrei, il quale ha condotto
metodicamente un confronto tra il sangue di Cristo e il sangue delle
vittime del culto antico. Tale
confronto manifesta in primo luogo certi rapporti di somiglianza: il
sangue di Cristo è “sangue di alleanza” (Eb 10, 29; 13, 20), come era stato il sangue
delle vittime fatte immolare da Mosè nel Sinai (cfr Es 24, 8; Eb 9,
20); sangue anche versato “per
santificare il popolo” (Eb 13, 12), come il sangue portato dal
sommo sacerdote nel santuario per il perdono delle colpe (cfr Lv 16,
14-15; Eb 13, 11; 9, 13). E’ quindi possibile riconoscere in Cristo il vero
sommo sacerdote che è entrato nel Santo dei Santi celeste grazie al
sangue sacrificale (cfr 9, 7. 11-12). Tuttavia
un confronto più preciso mette in evidenza enormi differenze e rivela
la superiorità del sacrificio di Cristo. Mentre, infatti, il sommo
sacerdote antico usava il sangue di animali incoscienti, Cristo si è
servito del proprio
sangue (9, 12), cioè Cristo ha
offerto se stesso (9,
14). La sua oblazione non è stata esterna, bensì personale; è
consistita in un atto di docilità filiale estrema verso Dio e, nel
contempo, di solidarietà fraterna completa con i più miserabili degli
uomini. Per questo motivo, il sangue di Cristo è divenuto veramente sangue
di alleanza (10, 29; 13, 20) tra Dio e noi tutti; grazie al suo
sangue Cristo è ormai mediatore di una nuova alleanza (9, 15; 12, 24). Perché
l’oblazione di Cristo è stato un atto di apertura completa
all’azione dello Spirito Santo (cfr 9, 14), il sangue di Cristo,
imbevuto di questo Spirito, è stato lo strumento della sua risurrezione
(cfr 13, 20) e raggiunge l’essere più intimo delle persone, purifica
le coscienze (cfr 9, 14), santifica i credenti (cfr 10, 29), procura
loro l’accesso presso Dio (cfr 10,19) e realizza così la nuova
alleanza. La
meditazione sul sangue di Cristo ha portato l’autore a elaborare un
nuovo concetto del valore del sangue per il culto divino. Nella mentalità
antica, il valore cultuale del sangue veniva fondato sull’idea di una
sacralità elementare, fisiologica, che era quindi attribuita anche al
sangue delle bestie. Invece, secondo la frase di Eb 9, 14, il valore del
sangue di Cristo per il culto proviene dal fatto dell’oblazione
personale di Cristo nella docilità allo Spirito Santo. Passiamo così
dalla sacralità elementare, automatica, a una autentica spiritualità,
cioè a una spiritualità che prende tutto l’essere dell’uomo e si
immette nel suo sangue, una spiritualità che si attua nell’esistenza
concreta, fino al sacrificio della propria vita per il bene degli altri.
Il sangue di Cristo prende il suo valore dal suo rapporto con lo Spirito
di Dio, un rapporto stabilito nel modo di affrontare la sofferenza e la
morte nell’amore generoso. Il
NT esige il massimo rispetto per il sangue di Cristo, per mezzo del
quale sono venuti il perdono, la purificazione, la santificazione,
l’alleanza nuova. Paolo dichiara che chiunque
in modo indegno mangia il pane o beve il calice del Signore, sarà reo
del corpo e del sangue del Signore (1 Cor 11, 27); anzi, questi mangia
e beve la propria condanna (11, 29). La Lettera agli Ebrei predice
castighi tremendi per chi avrà
considerato profano il sangue dell’alleanza, nel quale è stato
santificato (Eb 10, 29; cfr 12, 24-25; 1 Pt 1, 17-19). La
parola finale di una catechesi sul sangue di Cristo non può certamente
essere di paura — non dobbiamo confondere rispetto e paura! —, bensì
deve essere di profonda fiducia verso Colui
che ci ama e ci ha liberati con
il suo sangue (Ap 1, 5), di ammirazione davanti al mistero, umano e
divino, del sangue del Figlio di Dio diventato fratello nostro, e
d’immensa riconoscenza per la generosità di Dio che si comunica a noi
per mezzo di questa realtà viva, tanto espressiva, perché fa parte
della nostra natura e è diventata, grazie all’amore di Cristo,
sorgente di purezza, di coraggio, di libertà e di comunione universale
nella carità. Bibliografia
- A. Vanhoye, “Catechesi
biblica sul sangue di Cristo”, in
A. M. Triacca (a cura), Il Mistero del sangue di Cristo e la
catechesi, “Sangue e Vita”, 9, ed. Pia Unione Prez.mo Sangue,
Roma 1991, 17-35. Albert Vanhoye, sj |
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