Catechesi biblica

Sommario

 

I. Preparazione nell’Antico Testamento:

1. Rispetto per il sangue;

2. Sacralità del sangue degli animali: a., b., c., d.;

3. Valore del sangue umano: a, b.

 

II. Rivelazione del sangue di Cristo:

1. Nei vangeli: a., b., c., d., e., f., g.;

2. Negli altri scritti del NT: a., b., c., d

il primo fatto che merita considerazione in materia di catechesi biblica sul sangue di Cristo è la frequenza elevata di questo tema negli scritti del NT. Su un totale di 97 ricorrenze della parola greca hàima, “sangue”, non meno di 42 si riferiscono al sangue di Cristo. Invece, per la parola correlativa “carne” (sàrx in greco), le ricorrenze che riguardano Cristo sono soltanto 20 su un totale di 147; per la parola “corpo” (sòma in greco), la cifra è 32 su un totale di 142. Il confronto rivela quindi una insistenza nettamente maggiore sul “sangue di Cristo”. Ci possiamo domandare se la nostra catechesi rispecchia fedelmente tale insistenza.

I. Preparazione nell’Antico Testamento

Per capire ciò che il NT dice del sangue di Gesù, è necessario leggerne i testi sullo sfondo dell'AT. Questa esigenza è una legge generale di ogni catechesi biblica. Il mistero del sangue di Cristo si trova accennato sin dal cap. 4 della Genesi, nel passo cioè in cui la parola “sangue” fa la sua prima comparsa nella Bibbia. Si tratta del sangue di Abele (cfr Gen 4, 10-11). La Lettera agli Ebrei mette esplicitamente un rapporto tra il sangue di Gesù e quello di Abele (cfr Eb 12, 24). Il mistero del sangue di Cristo si estende quindi in tutto l’arco della rivelazione biblica, dal libro della Genesi al libro dell'Apocalisse (cfr Ap 1, 5; 5, 9; 7, 14; 12, 11).

  1. Rispetto per il sangue.

L’AT insegna anzitutto un profondo rispetto per il sangue, per ogni sangue, anche quello delle bestie; un rispetto propriamente religioso, perché fondato su una relazione speciale tra il sangue e Dio. Il sangue viene considerato sacro. L’AT ritiene che questa convinzione debba essere condivisa da tutti gli uomini e non soltanto dai figli d’Israele. Perciò la esprime in un discorso di Dio rivolto, subito dopo il diluvio, a Noè, antenato di tutta l’umanità postdiluviana. Il Creatore vi rinnova la sua benedizione del tempo della creazione (cfr Gen 9, 1; 1, 28), si dimostra ancora più generoso per gli uomini, perché non prescrive più loro una dieta vegetariana come in 1, 29, ma dice: Quanto si muove e ha vita vi servirà da cibo; vi do tutto questo, come già le verdi erbe (Gen 9, 3). In quel momento Dio prescrive di rispettare il sangue, cioè non permette di adoperarlo nell’alimentazione. Il modo stesso di esprimere questo divieto ne indica la ragione. Dio dice: Non mangerete la carne con la sua anima, (cioè) il suo sangue (Gen 9, 4). Il sangue è sacro, perché è “l’anima” dell’essere vivente, cioè il principio vitale, in ebraico la néfesh. Gli antichi avevano evidentemente osservato che chi perde il suo sangue perde la vita e ne avevano concluso che nel corpo degli esseri viventi il sangue è il principio vitale che permette alla carne di vivere. La scienza moderna non ha smentito questa intuizione, anzi ha scoperto il modo in cui il sangue, carico di ossigeno grazie alla respirazione, fornisce questo ossigeno a tutte le cellule del corpo per mantenerle in vita e in attività.

Essendo il sangue principio vitale, esso ha una relazione speciale con Dio, perché è Dio sorgente della vita e Signore di tutti i viventi. La sacralità riconosciuta al sangue proviene da questa relazione.

2. Sacralità del sangue degli animali

Per quanto riguarda il sangue degli animali, la sacralità ha due conseguenze: una negativa, il divieto di usare il loro sangue nell’alimentazione; l’altra positiva, il comando di usare il loro sangue nel culto divino.

a. Il divieto fatto a Noè e ai suoi figli nella Genesi viene ripreso nella legge di Mosè per il popolo ebreo, con la stessa motivazione e con maggiore insistenza; minacce severissime sono proferite contro i trasgressori (cfr Lv 17, 10-14; Dt 12, 23-25). Ogni uso utilitario del sangue era quindi severamente vietato.

b. Invece l’uso rituale del sangue viene ammesso, anzi prescritto. Il primo rito di sangue menzionato nella Bibbia è quello compiuto con il sangue dell’agnello pasquale. La prescrizione fu allora di prendere del sangue dell'agnello sgozzato e di metterne sui due stipiti e sull’architrave delle case (cfr Es 12, 7. 22), per essere preservati dall’ultima piaga (cfr 12, 23). Il sangue ha valore apotropaico: rappresenta una forza di vita che si oppone vittoriosamente alle forze di morte. Dopo l’uscita dall’Egitto, l’uso principale del sangue presso gli Israeliti fu l’uso cultuale nei sacrifici. Il sangue serve per la relazione con Dio. Non si può concepire un uso di un valore più alto.

 c. L’uso cultuale del sangue non viene presentato come una manifestazione di generosità degli uomini verso Dio, ma, al contrario, come un dono di Dio all’uomo. Dio dice: Il principio vitale della carne è nel sangue e io l’ho dato a voi sull’altare per fare l’espiazione per le vostre vite; perché il sangue espia, in quanto è il principio di vita (Lv 17, 11).

d. Alla capacità di purificare, attribuita al sangue, si aggiunge quella di unire a Dio e di consacrare. Per la conclusione del patto del Sinai, il libro dell'Esodo riferisce che Mosè compì un rito di sangue, che simboleggiava, a quanto pare, l’unione tra Dio e il popolo: una metà del sangue fu versata sull’altare di Dio e con l’altra metà Mosè asperse il popolo, dicendo: Ecco il sangue del patto che il Signore ha concluso con voi, sulla base di tutte queste stipulazioni (Es 24, 8).

D’altra parte, la consacrazione sacerdotale di Aronne e dei suoi figli comprese applicazioni di sangue sul loro corpo (cfr Lv 8, 23-24), nonché un’aspersione fatta sulle loro persone e le loro vesti con l’olio dell’unzione e il sangue per consacrarle (8, 30).

Tutto questo manifesta l’immenso valore attribuito al sangue per le relazioni con Dio, anche se si trattava di sangue di animali.

3. Valore del sangue umano

Il valore del sangue umano viene considerato ancora superiore, poiché l’uomo e la donna sono stati creati a immagine di Dio (Gen 1, 26-27). L’AT richiede quindi per il sangue umano un rispetto più grande, il quale, però, ha come conseguenza l’esclusione dell'uso cultuale. L’AT non ammette nessun uso cultuale del sangue umano, ne vieta qualsiasi uso.

a. A Noè dopo il diluvio Dio dice: Del sangue vostro, ossia della vostra vita (néfesh), io domanderò conto (Gen 9, 5). Dio stesso quindi si fa protettore del sangue umano.

b. Spargere il sangue di un uomo è un  crimine orrendo. Secondo l’AT il castigo per questo crimine non può essere altro che la morte: Chi sparge il sangue dell'uomo, dall’uomo il suo sangue sarà sparso, perché a immagine di Dio egli ha fatto l’uomo (Gen 9, 6). Molti passi della Tora ribadiscono questo principio: cfr Es 21, 12.

I profeti accusano spesso gli Israeliti di spargimento di sangue innocente e minacciano, per questa ragione, tremendi castighi divini (cfr Is 1, 15; 59, 3; Ger 19, 4; Ez 22).

Da questa rapida indagine risulta che, per quanto riguarda  il sangue umano, l’AT distingue due specie di spargimento di sangue: da una parte, lo spargimento del sangue innocente, il quale è criminale; dall’altra parte, lo spargimento penale del sangue, cioè la pena di morte, necessaria per purificare la terra dai crimini.

c. A quanto pare, l’AT non parla mai della possibilità per una persona umana di versare il proprio sangue, per salvarne altre. Tuttavia, in 2 Mac 7, 37 uno dei sette figli martiri esprime un’idea molto vicina; l’esprime però con altri termini, cioè “fare dono del corpo e dell’anima” (noi diremmo “e della vita”). Del sangue parla il IV Mac, libro che non è stato ammesso nel canone. In questo libro viene riferito che pregando Dio, un altro martire, Eleazaro, diceva: Fai del mio sangue un mezzo di purificazione per la mia gente (2 Mac 6, 29), e l’autore, quando conclude la sua opera, dichiara: Per mezzo del sangue di questi uomini pii e per il valore espiatorio della loro morte la divina Provvidenza salvò Israele che si trovava nelle pene (17, 22). Qui si può vedere quanti progressi spirituali sono stati suscitati dalla persecuzione dei tempi dei Maccabei.

 

II. Rivelazione del sangue di cristo

1. Nei vangeli

Nei sinottici, il primo accenno al sangue di Gesù si riscontra nel racconto dell’Ultima Cena. Preso il calice, Gesù pronunziò la preghiera di ringraziamento, poi diede il calice ai Dodici, dicendo: Bevetene tutti; questo è il mio sangue dell’alleanza, versato per molti… (Mt 27, 27-28). Le parole di Gesù non vengono riferite in modo identico nei tre racconti, ma in tutti troviamo l’espressione “il mio sangue”, precisata dal participio “effuso”, “sparso”, e messa in relazione con una “alleanza” (diathéke). Il gesto di Gesù e le sue parole rinnovano radicalmente tutta la catechesi biblica sul sangue.

a. Gesù presenta il suo sangue come effuso, sparso. Sangue sparso significa morte violenta. Nei versetti precedenti, Gesù ha annunziato che uno dei Dodici stava per tradirlo (cfr Mt 26, 21-25 e par.); adesso egli rivela il risultato del tradimento: il suo sangue sarà sparso.

b. Di che specie sarà questo spargimento di sangue, il racconto della Passione ce lo spiega. Gesù sarà arrestato, comparirà davanti alle autorità del suo popolo, poi davanti all’autorità romana sarà accusato, dichiarato reo di morte (cfr Mt 26, 65; Mc 14, 63), condannato (cfr Mc 14, 63), giustiziato. Si tratta quindi della specie penale di spargimento di sangue. Questo però è solo apparenza.

c. Infatti, il sangue di Gesù viene esplicitamente dichiarato “sangue innocente”. Il traditore confessa: Ho peccato perché ho tradito sangue innocente (Mt 27, 4). In Lc 23, Pilato afferma a quattro riprese l’innocenza di Gesù, che non ha fatto nulla che meriti la morte (Lc 23, 15; cfr 23, 4. 14. 22). In Mt 27, 24 il governatore manifesta in altro modo la stessa convinzione, quando si lava le mani davanti alla folla e dice: Sono innocente riguardo a questo sangue; vedetevela voi. Così viene dimostrato che lo spargimento del sangue di Gesù, benché avesse l’apparenza di una pena legale, fu in realtà uno spargimento criminale di sangue. Esso va situato nella lunga serie delle uccisioni di giusti e di profeti, richiamata da Gesù stesso quando disse: Sarà chiesto conto a questa generazione del sangue di tutti i profeti, sparso fin dall’inizio del mondo. Alla dichiarazione di Pilato, che rifuggiva dalla propria responsabilità, tutto il popolo replicò: Il suo sangue ricada sopra di noi e sopra i nostri figli (Mt 27, 25). Gerusalemme, che uccide (i) i profeti (Lc 13, 34; Mt 23, 37), porterà la pena di questo spargimento criminale di sangue: i suoi nemici la schiacceranno, lei e i suoi figli (cfr Lc 19, 44; 23, 28-30). Questo, però, è solo un aspetto degli eventi; l’aspetto più importante è positivo, per gli Israeliti e per tutti.

d. Nell’Ultima Cena, infatti, le parole di Gesù sul suo sangue esprimono invece una prospettiva estremamente positiva, in due modi: da una parte, lo spargimento di sangue riceve un orientamento a favore di altre persone: è “sparso per molti”; dall’altra parte, viene definito “sangue dell'alleanza”.

Si costata qui una trasformazione straordinaria dell'evento. Nella catechesi, di solito, si insiste molto sulla trasformazione sacramentale chiamata “transustanziazione”; il pane diventa il corpo di Cristo; il vino diventa il suo sangue. Tale trasformazione ha effettivamente un’importanza fondamentale. Gesù, però, ha effettuato allo stesso tempo un’altra trasformazione, di importanza ancora maggiore, perché da essa dipende tutto il valore della sua morte e quindi tutta la nostra salvezza. La si può esprimere nei termini seguenti: Di uno spargimento di sangue che in apparenza era una pena legale, ma, in realtà, era criminale, Gesù ha fatto uno spargimento di sangue generoso, che ha fondato la nuova alleanza.

La catechesi dovrebbe mettere in grande rilievo questa trasformazione, mostrare quanto era difficile realizzarla, quale forza di amore ci voleva per questo, e spiegare poi che quando riceviamo il sangue di Gesù, riceviamo in noi lo stesso dinamismo di amore, che ci spinge a realizzare, nella nostra esistenza, trasformazioni simili, e ce ne dà la possibilità.

Prendendo il calice del suo sangue, Gesù prendeva in anticipo la propria morte, una morte violenta, inflittagli con la peggiore delle ingiustizie e delle crudeltà. Ed egli la trasformava in mezzo per fondare l’alleanza, in mezzo di comunione. Era un capovolgimento completo della situazione.

e. Alle parole di Gesù sul calice viene aggiunto, in Mt 26, 28, che il sangue di Gesù viene sparso “in remissione dei peccati”. Questa precisazione accentua ancora l’aspetto di generosità dell’iniziativa di Gesù e completa il capovolgimento del senso degli eventi. Cioè Gesù spinse la generosità fino al punto di far servire al perdono dei peccatori la morte violenta che essi gli infliggevano con i loro peccati. In Rm 5, 7-8 Paolo esprime il suo stupore pieno di ammirazione davanti a tale generosità.

Occorre ricordarsi, d’altra parte, che la promessa della nuova alleanza comprendeva come elemento basilare il perdono dei peccati (cfr Ger 31, 34). Infatti, siccome l’antica alleanza era stata violata da gravissime trasgressioni (31, 32), la prima condizione da compiere per fondare una nuova alleanza era di trovare un rimedio a questa situazione. L’efficacia purificatrice attribuita da Matteo al sangue di Gesù non costituisce quindi un elemento estraneo alla prospettiva dell'alleanza, ma al contrario rinforza realisticamente questa prospettiva, e manifesta meglio tutta la generosità del Salvatore.

f. All’aspetto di generosità sconfinata si accompagna un aspetto di audacia sorprendente. Gesù dice: Bevetene tutti: questo è il mio sangue (Mt 26, 27-28), cioè fa bere del sangue, il che era severissimamente vietato nell’AT. Malgrado questa proibizione, Gesù  presenta il suo sangue perché sia bevuto. Lo presenta, è vero, sotto forma sacramentale e questo basta perché i discepoli lo possano accettare. È chiaro, infatti, che l’intenzione di Gesù non era minimamente di proporre del sangue umano come alimento per la vita del corpo.

Il quarto vangelo rivela il senso di questa audacia. Gesù vi dice: Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui (6, 6). Il sangue di Gesù deve essere bevuto, perché la sua funzione è di stabilire una alleanza di tipo nuovo, un’alleanza interna. L’alleanza del Sinai era stata stabilita per mezzo di un’aspersione di sangue fatta da Mosè (cfr Es 24, 8). Il sangue aveva toccato le persone, ma solo all’esterno. L’alleanza era esterna, e quindi molto imperfetta. È stata rotta. L’alleanza nuova, promessa in Ger 31, 31-34, doveva raggiungere il cuore di ciascuno. Per questa ragione Gesù invitò i discepoli a bere il sangue dell'alleanza.

g. Dopo la morte di Gesù sulla croce, un soldato gli colpì il costato con la lancia e subito ne uscì sangue e acqua (Gv 19, 34). L’insistenza con la quale l’evangelista sottolinea questo fatto manifesta che gli riconosceva un valore di rivelazione. L’interpretazione che sembra più consona alle prospettive del IV vangelo è quella che considera l’acqua simbolo dello Spirito Santo (cfr Gv 7, 37-39). Con questo episodio, Dio Padre glorificava il suo Figlio (cfr Gv 17, 1-3), manifestando con un segno visibile la fecondità della Passione. Questa ha prodotto una stretta unione tra il sangue di Gesù e lo Spirito Santo, dando al suo sangue la capacità di comunicare lo Spirito a tutti i credenti. La glorificazione di Gesù consiste proprio in questo: la sua umanità, e più particolarmente il suo sangue, si è talmente imbevuta di Spirito Santo durante la Passione che lo può comunicare adesso a tutti.

2. Negli altri scritti del NT

a. In un passo della Lettera ai Romani, il sangue di Cristo viene presentato come una forza di vita che preserverà i credenti dalla “collera” escatologica (cfr Rm 5, 9), così come il sangue dell’agnello pasquale aveva preservato gli Israeliti dal “flagello di sterminio” al momento dell'Esodo (cfr Es 12, 13. 23). L’Apocalisse spinge più avanti la stessa linea, quando proclama la vittoria dei martiri su satana, dicendo: Essi lo hanno vinto a causa del sangue dell'Agnello (Ap 12, 11). A dare la forza di affrontare il martirio è il sangue dell'Agnello sgozzato.

b. Numerosi testi mettono il sangue di Cristo in rapporto con una liberazione dalla schiavitù, accennando alla liberazione dall’Egitto.

Pietro sottolinea che la liberazione dei cristiani non è stata ottenuta con il pagamento di una somma di denaro, bensì per mezzo di un sangue prezioso, il sangue di Cristo (1 Pt 1, 19). L’espressione dell’apostolo riecheggia la parola di Gesù sul Figlio dell’uomo venuto per dare la propria vita in riscatto per molti (Mc 10, 45; Mt 20, 28).

In modo analogo, la Lettera agli Efesini benedice Dio perché in Cristo abbiamo la liberazione (apolytrosin) per mezzo del suo sangue (Ef 1, 7) e l’Apocalisse inneggia a Cristo perché ci ha liberati (lysanti) nel suo sangue (Ap 1, 5). All’Agnello viene rivolta questa lode: Sei stato sgozzato e hai comprato per Dio con il tuo sangue uomini di ogni tribù, lingua, popolo e nazione (Ap 5, 9). Il nuovo esodo, ottenuto grazie al sangue di Cristo, non ha le dimensioni ristrette del primo, che era stato limitato alla liberazione di un solo popolo; la sua estensione è universale.

Un’altra differenza è che non si tratta di una liberazione politica, bensì di una liberazione molto più radicale e importante, quella che sbarazza dalla schiavitù del male (cfr Ef 1, 7; 1 Pt 1, 19; Ap 1, 5).

c. All’idea di “liberazione”,  Paolo aggiunge, in Rm 3, 24-25, quella di  “propiziazione”; egli dice che Dio ha esposto Cristo quale propiziatorio, per mezzo della fede, nel suo sangue (3, 25). Nell’AT “il propiziatorio” era il nome del prezioso coperchio dell’arca dell’alleanza (cfr Es 25, 17-22), sul quale il sommo sacerdote faceva aspersioni di sangue, una volta all’anno, il giorno del Grande Perdono (cfr Lv 16, 14-15). Ormai Cristo ha preso il posto di questo “strumento di perdono”.

Con un verbo diverso, la Prima Lettera di Giovanni esprime la stessa idea, quando dice che il sangue di Gesù… ci purifica da ogni peccato (1 Gv 1, 7). Similmente Eb 9, 14 e Ap 7, 14.

Paolo adopera, invece, la sua categoria teologica preferita, quella di “giustificazione”, e proclama che siamo stati “giustificati nel suo sangue” (Rm 5, 9), cioè: da peccatori che eravamo, il sangue di Cristo ci ha resi giusti davanti a Dio.

La Lettera agli Ebrei riconosce al sangue di Gesù una capacità ancora più alta, quella della “santificazione (cfr 10, 29; 13, 12).

Secondo l’Apocalisse, questa santificazione non è niente di meno di una consacrazione sacerdotale: Cristo ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue e ha fatto di noi un regno, dei sacerdoti per il suo Dio e Padre (Ap 1, 5; 5, 9; cfr Es 19, 6). Tre testi (Rm 5, 9-10, Ef 2, 13-16 e Col 1, 19-20) esprimono una relazione tra l’efficacia del sangue di Gesù e la riconciliazione con Dio.

d. Nell’ultima cena Gesù, quando designò il proprio sangue come “sangue di alleanza”, suggerì implicitamente un rapporto con il sangue della prima alleanza (cfr Es 24, 8) e quindi una interpretazione sacrificale della sua morte. Tale interpretazione, accennata in diversi passi di  Paolo (cfr 1 Cor 5, 7; 10, 14-22; Rm 3, 25; Ef 5, 2) e di Pietro (cfr 1 Pt 1, 9: “agnello immacolato”), è stata approfondita magistralmente dall’autore della Lettera agli Ebrei, il quale ha condotto metodicamente un confronto tra il sangue di Cristo e il sangue delle vittime del culto antico.

Tale confronto manifesta in primo luogo certi rapporti di somiglianza: il sangue di Cristo è “sangue di alleanza” (Eb 10, 29; 13, 20), come era stato il sangue delle vittime fatte immolare da Mosè nel Sinai (cfr Es 24, 8; Eb 9, 20); sangue anche versato “per santificare il popolo” (Eb 13, 12), come il sangue portato dal sommo sacerdote nel santuario per il perdono delle colpe (cfr Lv 16, 14-15; Eb 13, 11; 9, 13). E’ quindi possibile riconoscere in Cristo il vero sommo sacerdote che è entrato nel Santo dei Santi celeste grazie al sangue sacrificale (cfr 9, 7.  11-12).

Tuttavia un confronto più preciso mette in evidenza enormi differenze e rivela la superiorità del sacrificio di Cristo. Mentre, infatti, il sommo sacerdote antico usava il sangue di animali incoscienti, Cristo si è servito del proprio sangue (9, 12), cioè Cristo ha offerto se stesso  (9, 14). La sua oblazione non è stata esterna, bensì personale; è consistita in un atto di docilità filiale estrema verso Dio e, nel contempo, di solidarietà fraterna completa con i più miserabili degli uomini. Per questo motivo, il sangue di Cristo è divenuto veramente sangue di alleanza (10, 29; 13, 20) tra Dio e noi tutti; grazie al suo sangue Cristo è ormai mediatore di una nuova alleanza (9, 15; 12, 24). Perché l’oblazione di Cristo è stato un atto di apertura completa all’azione dello Spirito Santo (cfr 9, 14), il sangue di Cristo, imbevuto di questo Spirito, è stato lo strumento della sua risurrezione (cfr 13, 20) e raggiunge l’essere più intimo delle persone, purifica le coscienze (cfr 9, 14), santifica i credenti (cfr 10, 29), procura loro l’accesso presso Dio (cfr 10,19) e realizza così la nuova alleanza.

La meditazione sul sangue di Cristo ha portato l’autore a elaborare un nuovo concetto del valore del sangue per il culto divino. Nella mentalità antica, il valore cultuale del sangue veniva fondato sull’idea di una sacralità elementare, fisiologica, che era quindi attribuita anche al sangue delle bestie. Invece, secondo la frase di Eb 9, 14, il valore del sangue di Cristo per il culto proviene dal fatto dell’oblazione personale di Cristo nella docilità allo Spirito Santo. Passiamo così dalla sacralità elementare, automatica, a una autentica spiritualità, cioè a una spiritualità che prende tutto l’essere dell’uomo e si immette nel suo sangue, una spiritualità che si attua nell’esistenza concreta, fino al sacrificio della propria vita per il bene degli altri. Il sangue di Cristo prende il suo valore dal suo rapporto con lo Spirito di Dio, un rapporto stabilito nel modo di affrontare la sofferenza e la morte nell’amore generoso.

Il NT esige il massimo rispetto per il sangue di Cristo, per mezzo del quale sono venuti il perdono, la purificazione, la santificazione, l’alleanza nuova. Paolo dichiara che chiunque in modo indegno mangia il pane o beve il calice del Signore, sarà reo del corpo e del sangue del Signore (1 Cor 11, 27); anzi, questi mangia e beve la propria condanna (11, 29). La Lettera agli Ebrei predice castighi tremendi per chi avrà considerato profano il sangue dell’alleanza, nel quale è stato  santificato (Eb 10, 29; cfr 12, 24-25; 1 Pt 1, 17-19).

La parola finale di una catechesi sul sangue di Cristo non può certamente essere di paura — non dobbiamo confondere rispetto e paura! —, bensì deve essere di profonda fiducia verso Colui che ci ama e ci ha liberati con il suo sangue (Ap 1, 5), di ammirazione davanti al mistero, umano e divino, del sangue del Figlio di Dio diventato fratello nostro, e d’immensa riconoscenza per la generosità di Dio che si comunica a noi per mezzo di questa realtà viva, tanto espressiva, perché fa parte della nostra natura e è diventata, grazie all’amore di Cristo, sorgente di purezza, di coraggio, di libertà e di comunione universale nella carità.

 

Bibliografia - A. Vanhoye, “Catechesi biblica sul sangue di Cristo”, in A. M. Triacca (a cura), Il Mistero del sangue di Cristo e la catechesi, “Sangue e Vita”, 9, ed. Pia Unione Prez.mo Sangue, Roma 1991,  17-35.

 Albert Vanhoye, sj