gennaio 2007

OBLATIVITA'

(Gv 19, 37)

Sommario

  1. Il testo di Zaccaria 12, 10: "Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto"

  2. I grandi temi giovannei presenti nel v. 37

  1. Verso chi è rivolto lo sguardo?

  2. Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto.

  1. Gv 19, 37 in prospettiva escatologica

  2. La lettura storico-salvifica ed ecclesiale di Gv 19, 37

Il versetto di Gv 19, 37 (Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto), sembra essere, per l’evangelista, di una importanza straordinaria. Insieme col v. 36 (Questo infatti avvenne perché si adempisse la Scrittura: ‘Non gli sarà spezzato alcun osso’ ) forma un binomio di citazioni bibliche che servono, come riflessione conclusiva, non solo dopo l’episodio raccontato nei versetti precedenti (19, 31-34), ma alla fine di tutto il racconto della passione. L’idea è che le due citazioni di Gv 19, 36-37 formano una conclusione solenne per una lunga sezione, cioè servono a indicare il significato teologico di tutta la passione di Gesù.

Il primo dei due testi citati (19, 36) è probabilmente un passo dell'Esodo, dove viene descritto il rituale dell’agnello pasquale, nella celebrazione della prima Pasqua in Egitto: Non ne romperete alcun osso (Es 12, 46; cfr anche 12, 10 LXX, e Nm 9, 12). L’altro è un passo di Zc 12, 10: Guarderanno a colui che hanno trafitto. Nel contesto del IV vangelo questi due testi si riferiscono ai due eventi raccontati poco prima: l’uno negativo (i soldati non spezzarono le gambe di Gesù, perché era già morto), l’altro positivo (dopo il colpo di lancia di uno dei soldati, uscì dal fianco di Gesù sangue e acqua). Nel v. 35 l’evangelista dà una triplice testimonianza sull’evento, per sottolineare l’importanza eccezionale di questi fatti per la fede cristiana. Le due citazioni bibliche (vv. 36-37) ci danno l’interpretazione teologica dei due fatti raccontati. Il v. 37 è un commento del v. 34; vale a dire che la citazione di Zaccaria Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto, viene riferita dall’evangelista al suo testo precedente: gli trafisse il fianco e ne uscì subito sangue e acqua. Lo sguardo del credente, quindi, è orientato concretamente verso il costato trafitto di Gesù, da cui esce sangue e acqua.

1.      I temi impiegati nel versetto di Gv 19, 37

a. Il testo di Zaccaria 12, 10: ‘Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto’.

Il passo citato da Giovanni appartiene a un oracolo profetico che annuncia la salvezza e la restaurazione escatologica di Gerusalemme (cfr Zc 12-14). Nella pericope 12, 10 - 13, 1 viene raccontata la morte di un misterioso Re-Pastore, che rappresenta probabilmente il futuro Messia. Dio stesso si sente personalmente ferito da questa morte. Ma egli prende l’iniziativa della conversione degli abitanti di Gerusalemme, promettendo loro uno spirito buono e una fontana zampillante per il loro peccato. I versetti 12, 10 e 13, 1, all'inizio e   alla fine del brano, sono paralleli:

12, 10: (In quel giorno...) effonderò sopra la casa di David e sopra gli abitanti di Gerusalemme uno spirito di grazia e di  implorazione: volgeranno lo sguardo a me che hanno trafitto.          

13, 1: In quel giorno vi sarà per la casa di David e per gli abitanti di Gerusalemme una sorgente (sempre) aperta per il peccato e per l’impurità.

Al versetto di Zc 13, 1 sulla sorgente aperta per gli abitanti di Gerusalemme, si può aggiungere il testo sull'acqua viva del capitolo seguente: In quel giorno, acque vive usciranno da Gerusalemme: metà verso il mare d’oriente e metà verso il mare d'occidente; sarà così d’estate e d’inverno. Il Signore sarà re su tutta la terra. In quel giorno il Signore sarà unico e unico sarà il suo Nome (14, 8-9).

L’applicazione di questi tre testi a Gesù in croce è ovvia. In Gv 7, 38 Gesù aveva annunciato che fiumi d'acqua viva sarebbero usciti dal suo intimo; e l’evangelista spiega che diceva questo dello Spirito (v. 39). Si comprende allora la connessione dei testi di Zaccaria con la scena di Gesù in croce: la “sorgente aperta” per gli abitanti di Gerusalemme è il costato aperto di Gesù; le acque vive che usciranno da Gerusalemme secondo Zaccaria sono per Giovanni le acque vive che sgorgano dall’intimo di Gesù (cfr Gv 7, 38), che è il nuovo tempio; queste acque portano a oriente e a occidente purificazione e vita. Abbiamo qui il tema dell'universalismo della salvezza. Ora, secondo l’iscrizione della croce voluta da Pilato, Gesù innalzato era re dei Giudei (19, 19-22); ma questo titolo era scritto “in ebraico, in latino, in greco”, il che vuol dire che la sua regalità messianica veniva proclamata al mondo intero; si verificava così anche l’ultima profezia di Zaccaria, dove non si tratta più del Pastore trafitto, ma del Signore e della regalità universale, al tempo escatologico: Sarà re su tutta la terra (14, 9). L'applicazione a Gesù sulla croce di queste due profezie di Zaccaria (12, 10 - 13, 1 e 16, 6-9), hanno permesso di dare alla scena della trafittura e all'acqua del costato aperto un significato storico-salvifico molto ampio.

Vediamo adesso alcuni testi di Giovanni che permettono di percepire nuove risonanze del nostro versetto.

b. I grandi temi giovannei presenti nel v. 37

Ci sono tre temi principali della teologia di Giovanni che riaffiorano qui: l’innalzamento del Figlio dell'uomo, il raduno dei dispersi figli di Dio e il binomio rivelazione/fede.

L’ ‘esaltazione’ del Figlio dell'uomo.

Sono conosciuti i passi di Giovanni che parlano della  “esaltazione” di Cristo: corrispondono questi tre testi ai tre annunci della passione nei sinottici. “Essere innalzato”, nel IV vangelo, significa l’innalzamento sulla croce, o, più precisamente, la morte di Gesù, come lo spiega Giovanni stesso (cfr 12, 33). Questo tema è prezioso per interpretare teologicamente la scena del Calvario, specialmente il versetto finale (cfr 19, 37).

Nel primo passo, che fa parte del dialogo con Nicodemo, c’è un parallelismo tipologico tra l’episodio del serpente di bronzo (cfr Nm 21, 8-9) e quello di Gesù sulla croce: Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così deve essere innalzato il Figlio dell’uomo, affinché chiunque crede abbia in lui la vita eterna (3, 15). Abbiamo tra i due eventi una doppia tipologia e prefigurazione, un doppio rapporto simbolico: l’innalzamento del serpente di bronzo sull’asta è messo in parallelo con l’innalzamento di Gesù sulla croce; e la formula di Nm 21,  8: Chiunque lo guarderà vivrà, è ripresa con un doppio cambiamento in Gv 3, 15: Chiunque crede (cfr v. 16: crede in lui) avrà la vita eterna. Dalla vita fisica si passa alla vita eterna; e dallo sguardo corporale si passa alla fede.

Nel secondo testo, Gesù si rivolge ai Giudei di Gerusalemme, che rimanevano chiusi alla sua grande rivelazione pubblica durante la festa dei Tabernacoli: Quando innazerete il Figlio dell’uomo, allora conoscerete che io sono (8, 28). Queste parole non sono un preannuncio della conversione dei Giudei, ma indicano che la crocifissione fatta da loro sarà in realtà un evento divino, un innalzamento regale, una rivelazione: verrà manifestato il “Io sono” di Gesù, quello della sua presenza salvifica e definitiva tra gli uomini.

Il terzo testo è il più importante: Ora si fa giudizio di questo mondo, ora il principe di questo mondo sarà cacciato fuori. E io, quando sarò innalzato da terra, attrarrò tutti a me (12, 31-32). Convergono qui di nuovo tre temi teologici: Gesù innalzato sulla croce è vincitore del principe di questo mondo; Gesù attira tutti a sé; Gesù realizza così il raduno del popolo messianico attorno a sé. Su questo ultimo tema, quello del raduno dei dispersi, torneremo subito. Quanto alla vittoria di Cristo, essa è un aspetto della sua regalità, la quale è fortemente sottolineata da Giovanni nel racconto della passione. L’espressione “essere attirato” da Gesù in croce, indica la perfetta disponibilità e apertura dell'uomo verso ciò che Gesù rivela sulla sua croce, descrive cioè il movimento della fede verso di lui. Gesù attira a sé rivelando se stesso; e l’uomo si lascia attirare a Gesù accogliendo la sua verità. Da questi tre testi sull'innalzamento di Cristo sulla croce si possono già ricavare indicazioni preziose per l’interpretazione di Gv 19, 37: Gesù in croce, al quale si alzano gli occhi degli uomini, sta, come un re sul suo trono, in posizione di vittoria; egli attira tutti a sé, esercitando così su di loro la sua regalità; lo sguardo che gli uomini volgeranno verso di lui sarà uno sguardo di fede.

Il raduno dei dispersi figli di Dio

In Giovanni il raduno messianico è uno degli effetti principali della morte di Cristo. Il sinedrio aveva condannato Gesù a morte, temendo che sarebbero venuti i romani per distruggere “il luogo e la nazione” (11, 48). Ma Caifa diceva loro: È vantaggioso che un unico uomo muoia per il popolo (11, 50). Questa dichiarazione viene interpretata così dall’evangelista: Essendo sommo sacerdote in quell’anno, profetizzò che Gesù doveva morire per la nazione, e non per la nazione soltanto, ma per i figli di Dio dispersi, per radunarli cioè nell’unità (lett.: in uno) (11, 51-52). Si noti qui il contrasto tra dispersione e unità.

Per Giovanni, questo raduno dei figli di Dio dispersi si realizza alla morte di Gesù, proprio attorno alla croce di Gesù. Il nuovo popolo di Dio è rappresentato qui dalla madre di Gesù e dal discepolo diletto: Maria è la Figlia di Sion messianica, la madre che riceve i suoi figli (cfr Gv 19, 26-27), quindi la Chiesa nascente; il discepolo è la personificazione di tutti i figli di Dio, di tutti i discepoli di Cristo. A differenza di Luca negli Atti, Giovanni vede quindi realizzarsi la nascita del popolo di Dio messianico, cioè della Chiesa, non alla Pentecoste, ma presso la croce di Gesù, al Calvario.

Questo tema del raduno messianico dei figli di Dio, ci fa comprendere meglio il versetto finale del racconto della passione che stiamo esaminando. Il fatto che molti “volgeranno gli occhi a colui che hanno trafitto”, cioè verso Gesù innalzato, creerà anche tra loro una vera unità, non però per motivo di una specie di intesa mutua di tipo sociologico; tutti troveranno il principio della loro unità fuori del loro gruppo: saranno tutti “radunati in uno”, saranno orientati “verso” quell'unico uomo innalzato, col costato aperto; proprio con il loro sguardo verso di lui (espressione che sarà ancora da precisare più avanti), saranno tutti “radunati in uno”; proprio con questo sguardo, questi uomini che erano dispersi, diventeranno il nuovo popolo messianico dei figli di Dio.

Il rapporto tra rivelazione e fede.

E’ il terzo e ultimo tema giovanneo che sembra ancora connesso col nostro versetto. Perciò dobbiamo presentarlo, prima di esaminare accuratamente il versetto stesso.

Senza forzare il senso dei testi, possiamo dire, a quanto pare, che la dialettica tra rivelazione e fede si ritrova nel brano che stiamo esaminando, e più precisamente tra i vv. 34 e 37, che si corrispondono tra loro; il secondo infatti (sullo sguardo verso il costato trafitto) si presenta come una risposta degli uomini a ciò che viene detto nel primo (sulla trafittura di Gesù). Se lo sguardo degli uomini a colui che hanno trafitto è uno sguardo di fede, come risulta già da diverse osservazioni fatte precedentemente, Gesù, da cui esce sangue e acqua, è un segno, un simbolo, con profondo senso rivelatorio. Si vede quindi l’importanza di questo binomio rivelazione-fede per l’interpretazione della scena del Calvario: alla rivelazione dell'interiorità di Gesù, che viene presentata agli uomini col doppio simbolo del sangue e dell’acqua (cfr la seconda parte), i discepoli rispondono con lo sguardo di fede verso il costato aperto di Cristo innalzato sulla croce.

Concludendo, compendiamo i temi teologici riportati.

Con l’applicazione del testo di Zc 12, 10 alla trafittura di Gesù, Giovanni vuol indicare che l’acqua del costato aperto simboleggia l’acqua viva dello Spirito, che porta agli uomini purificazione e vita. Ma se nel testo profetico lo sguardo verso il Trafitto era uno sguardo di pentimento degli uomini per i loro peccati, questo aspetto non appare più nella descrizione giovannea, dove si tratta di uno sguardo di fede. Dai testi paralleli all’interno del IV vangelo si vede che Gesù sulla croce, col costato trafitto, viene presentato non solo come il re dei Giudei, ma come il re di tutti gli uomini; inoltre, secondo Giovanni, Gesù innalzato porta la salvezza, perché è l’antitipo del serpente di bronzo nel deserto, che era un “segno di salvezza” per Israele minacciato di morte. Con la rivelazione del senso della sua croce, Gesù innalzato attira tutti a sé; egli li raduna attorno a sé, e diventa così il centro dell'unità del popolo messianico, cioè del popolo di tutti coloro che stanno diventando i figli di Dio.

2. Interpretazione di Gv 19, 37 nel suo contesto

a.Verso chi è rivolto lo sguardo?

Per l’interpretazione del v. 37 è assolutamente necessario comprendere il senso di quel doppio simbolo del sangue e dell'acqua che escono dal costato di Gesù.

La pericope 19, 31-37, in tutta la tradizione evangelica, si trova solo in Giovanni; racconta due eventi apparentemente insignificanti che si sono svolti dopo la morte di Gesù, ma che acquistano per l’evangelista un valore straordinario: sono per lui due simboli che rivelano il significato della vita e della morte di Gesù. In questo senso si può dire che l’ora della croce, per Giovanni, è il momento culminante della vita di Gesù. Ma qui come sempre nella teologia giovannea, l’aspetto specifico è quello della rivelazione del mistero di Cristo. Il sangue e l’acqua del costato aperto sono simboli significanti di ciò che Gesù viveva e voleva interiormente, prima ancora di morire.

L’acqua del costato trafitto è un simbolo dello Spirito. Ma si deve notare che quello Spirito, che dovrà d’ora in poi animare la Chiesa, è stato dato da Gesù stesso (diede lo Spirito, v. 30), e che egli, già da tempo, trovava un ardente desiderio di darlo ai credenti (Ho sete, v. 28).

Il simbolo del sangue, invece, è integralmente e esclusivamente cristologico. Il significato di questo simbolo è da ricercare nell’ultima parola di Gesù prima della sua morte: Consummatum est (v. 30). Dal commento che ne faceva già l’evangelista al v. 28, si comprende tutta la ricchezza teologica di quella parola. Due aspetti fondamentali diventano chiari: da una parte, il “Consummatum est” di Gesù morente esprime la sua totale obbedienza alla volontà del Padre, perché ha perfettamente portato a compimento tutto il disegno messianico che era indicato nella Scrittura; d'altra parte, il parallelismo con 13, 1 (in finem dilexit illos), mostra che il Consummatum est della croce significa che in quel momento è stata raggiunta la manifestazione suprema dell’amore salvifico di Cristo per i suoi. Si può dire,  in due parole, che il sangue del costato trafitto di Gesù è, per Giovanni, il simbolo della sua obbedienza oblativa al Padre e del suo amore salvifico per noi. Il Consummatum est ci invita, pertanto, non a trovare compassione per Gesù, ma piuttosto a celebrare il vincitore che ha portato a termine l’opera del Padre: la manifestazione efficace dell’amore divino.

b. ‘Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto’.

Siamo arrivati, infine, al nostro argomento. Tutto ciò che è stato detto finora serviva unicamente a facilitare l'interpretazione di quest’ultimo versetto del racconto giovanneo della passione.

Notiamo anzitutto che il testo di Giovanni, che è una citazione di Zaccaria (12, 10), non è del tutto identico a quello del profeta. Qui, secondo il testo ebraico, lo sguardo è volto verso Dio: Volgeranno lo sguardo verso me che hanno trafitto. Nel IV vangelo, invece, il testo è applicato direttamente a Cristo innalzato sulla croce: Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto; e lo stretto rapporto di questo testo col v. 34 mostra che tutta l’attenzione è concentrata qui sul costato trafitto di Gesù, dal quale esce sangue e acqua.

Chi sono coloro che guarderanno così attentamente il Trafitto? Sono diversi i pareri degli esegeti: alcuni pensano ai soldati e alla folla; altri ai giudei; altri ancora ai credenti in genere. Ma solo questa terza interpretazione s’impone, a quanto pare, a ragione del rapporto strettissimo del testo col v. 35 sul testimone; infatti  il parallelismo tra i due testi è innegabile:

- Colui che ha visto, rende testimonianza, ... affinché anche voi crediate (v. 35);

- Guarderanno a colui che hanno trafitto (v. 37).

Abbiamo due volte lo stesso verbo, ma col passaggio significativo dal perfetto al futuro. Bisogna concludere che lo sguardo descritto nel versetto di conclusione deve essere identico a quello del testimone; per lui, senza dubbio, era uno sguardo di fede, un’esperienza unica, era la grande scoperta del mistero di Cristo attraverso il segno del sangue e dell’acqua; il discepolo che testimonia così vuol rendere anche noi partecipi a questa sua esperienza, a questa sua fede, per mezzo precisamente dello stesso sguardo. La formula “anche voi”, qui, è decisiva: con queste parole, l’evangelista si rivolge direttamente a tutti coloro che leggeranno il suo racconto (cfr la formula identica nella conclusione del vangelo: “affinché crediate”, 20, 31). Quelli che volgeranno lo sguardo verso il Trafitto sono quindi tutti i credenti, o, piuttosto, tutti gli uomini che sono invitati a diventare credenti.

Da queste osservazioni risulta un punto importante: nella citazione di Zc 12, 10, la profezia è fortemente reinterpretata da Giovanni; nel testo profetico, il soggetto dei due verbi (‘volgeranno lo sguardo’ e ‘hanno trafitto’) era lo stesso; perciò, in ragione proprio della trafittura, il loro sguardo era uno sguardo di pentimento e di cordoglio. Ma nel versetto giovanneo c’è uno sdoppiamento dei soggetti: il pluralehanno trafitto’, che indica necessariamente un gruppo, non può designare qui soltanto il soldato (cfr il v. 34: colpì, trafisse, al singolare); comprende anche tutti i suoi mandanti; ma sono altre le persone che vengono indicate quando si parla di quelli che “volgeranno lo sguardo verso il Trafitto”: questi vengono accomunati non già con il gruppo precedente, ma con il testimone che per primo “ha visto” l’evento e ne ha reso testimonianza per suscitare la fede (v. 35). Pertanto i due verbi del v. 37b hanno qui due soggetti diversi: quelli che lo hanno trafitto, e quelli che volgeranno lo sguardo verso il Trafitto: questo secondo gruppo designa tutti coloro che d’ora in poi si schiereranno con il testimone e con i credenti.

Ma quale tipo di sguardo viene chiesto dai credenti? Non si tratta più, come nel testo di Zaccaria, di uno sguardo di pentimento, ma è un invito a tutti a volgere lo sguardo verso il costato trafitto di Gesù, per diventare partecipi dell’esperienza e della fede del discepolo che, per primo, “ha visto”; anche per loro questo sguardo deve diventare contemplazione di fede, esperienza interiore, possesso permanente.

L'acqua del costato aperto è il simbolo del dono dello Spirito; è l’acqua viva della salvezza che sgorga dal fianco di Gesù, che diventa il nuovo Tempio, il Tempio escatologico. Fondamentale è qui il tema dell’esaltazione, dell'innalzamento: come Israele, una volta, guardava con speranza il serpente di bronzo, così il credente deve guardare con fede Gesù innalzato sulla croce. Egli diventa così il loro re, il centro della loro unità, l’ “unico uomo” attorno al quale si forma il nuovo popolo di Dio.

Ma dobbiamo fare un passo in più. Il simbolismo del sangue e dell’acqua e le diverse correlazioni di questi due simboli con i  versetti precedenti, cioè con la parola Consummatum est di Gesù e con la sua sete di dare lo Spirito, ci obbligano ad andare al di là dei simboli, a penetrare nelle realtà stesse simboleggiate, cioè nell’interiorità di Gesù, nella sua coscienza: ora, il sangue ci è apparso come il simbolo e la rivelazione dell’adesione di Gesù alla volontà di Dio, della sua obbedienza filiale al Padre e del suo amore salvifico per noi; l’acqua che esce dal suo costato aperto simboleggia il suo Spirito che egli ci comunica e col quale diventa possibile anche per noi partecipare a queste disposizioni profonde di Cristo.

In questo racconto giovanneo non viene usato il termine “cuore”. Ma l’interiorità di Cristo di cui abbiamo parlato è proprio ciò che verrà chiamato più tardi, dalla mistica medievale in poi, il cuore di Cristo.

Lo sguardo penetrante del credente mira, quindi, a scoprire il mistero dell’interiorità di Cristo attraverso i simboli del sangue e dell’acqua, ma anche a partecipare, nello Spirito, a quella vita profonda di Cristo, ai suoi atteggiamenti di oblazione e di amore.

La vita profonda di Cristo, per mezzo dello Spirito di Cristo, diventa così la vita della Chiesa.

3. Prolungamento del tema nella tradizione

a. Gv 19, 37 in prospettiva escatologica

La prima cosa, molto impressionante, da osservare è che il passo di Zaccaria, citato da Giovanni come conclusione del suo racconto della passione, riappare in un altro contesto molto più solenne: nel prologo dell'Apocalisse (1, 7-8):

Ecco, egli viene con le nubi: Tutti gli occhi lo vedranno e anche quelli che lo hanno trafitto; e per lui si batteranno il petto tutte le tribù della terra. Sì, amen. Io sono l’Alfa e l’Omega, dice il Signore Dio, Colui che è, che era e che viene, l’Onnipotente.

L’autore dell’Apocalisse combina qui, per applicarle a Cristo, due famose profezie dell’AT: la visione messianica di Daniele sul Figlio d’uomo che viene sulle nubi del cielo (cfr Dn 7, 13), e l’annuncio di Zaccaria sulla restaurazione escatologica di Gerusalemme (cfr Zc 12, 9-13, 1; 12, 10). Ma bisogna ricordare che, di questo passo di Zaccaria, l’autore del IV vangelo aveva ripreso soltanto poche parole, quelle sullo sguardo verso il trafitto (cfr Gv 19, 37), dandone inoltre un’interpretazione nuova che abbiamo indicato sopra. Nell’Apocalisse, invece, oltre al versetto di Zc 12, 10, si cita anche un versetto seguente della profezia (cfr 12, 14), sui sensi di pentimento di tutte le tribù e sul loro pianto. Del testo di Zaccaria, quindi,  l’Apocalisse coglie il senso penitenziale, e è certamente in questo modo che lo intendeva lo stesso profeta. Ma di questo senso penitenziale, non c’è traccia nella citazione più breve del quarto vangelo.

Abbiamo così una doppia interpretazione: l’una di orientamento cristologico, l’altra di tipo ecclesiale.

Solo la seconda sembra aver colto esattamente il vero senso del testo di Giovanni.

a. Gv 19, 37 in prospettiva escatologica. Questo primo tipo di lettura è senza dubbio il più comune nella storia dell'esegesi. A questo riguardo, si cita spesso Giustino, il quale adopera più volte Ap 1, 7 (e indirettamente Zc 12, 10) per descrivere la seconda venuta di Cristo; ma più immediatamente interessante per noi è un passo del Dialogo con Trifone (32, 2), dove egli distingue le due parusie di Cristo: la prima nell’umiltà, in cui fu trafitto dai Giudei; l’altra, nella gloria, quando riconosceranno colui che hanno trafitto. Si deve notare però che, per l’episodio del Calvario (la “prima parusia”), Giustino cita soltanto le parole sulla trafittura di Gesù, non quelle sullo “sguardo” dei giudei (il quale, alla “seconda parusia”, sarà uno sguardo di pentimento, dice Giustino).

Ma molto più espliciti sono diversi commentatori greci del IV vangelo, per esempio Ammonio di Alessandria (secolo V), che spiega così il nostro versetto: Ma quando verrà per giudicare, allora lo vedranno e piangeranno (In Joan.: PG 85, 1513 B) 1. Così viene interpretato il nostro versetto anche da sant’Agostino, il quale sarà seguito da diversi altri commentatori latini fino al medio evo: Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto: qui c’è la promessa che Cristo tornerà nella stessa carne nella quale è stato crocifisso (Tract. in Ioan., 120, 3: PL 35, 1954)2.

b. La lettura storico-salvifica ed ecclesiale di Gv 19, 37.

Lo sguardo verso il Trafitto descritto nel versetto finale, prolunga lo sguardo dello stesso discepolo (cfr v. 35) e diventa pertanto un invito a condividere la sua fede nel senso salvifico dell’evento, di cui la fuoriuscita di sangue e di acqua dal costato aperto di Gesù era il simbolo e di cui egli era stato il testimone. Si delinea così, per la Chiesa, una specie di tipologizzazione e di simbolizzazione del discepolo, precisamente in ciò che egli aveva sperimentato alla croce: tutto era cominciato col fatto che egli aveva “visto” il sangue e l’acqua del costato aperto e aveva “creduto”; ma questa sua esperienza e questa sua fede iniziale, di cui egli continua a rendere testimonianza nella comunità affinché anche noi crediamo, devono diventare l’esperienza e la fede di tutti nella Chiesa; questo è il senso del futuro volgeranno lo sguardo.... Il discepolo che Gesù amava (cfr 19, 26) diventa così il simbolo, il tipo e il modello di tutti i discepoli.

E’ in questo modo che il nostro versetto è stato compreso giustamente da parecchi autori nella tradizione, specialmente in tempi più recenti.

Nell’esegesi contemporanea troviamo R. Schnackenburg, sulla cui linea si muovono i commentari più direttamente spirituali del IV vangelo, come J. Laplace.

Come ultima testimonianza, citiamo un’omelia di Giovanni Paolo II. Egli fa osservare che, anche se non si trova in Gv 19, 31-34 la parola “cuore”, il testo ci orienta verso l’interiorità di Gesù:

Il cuore non è soltanto un organo (…). Il cuore è un simbolo. Parla di tutto l’uorno interiore. Parla dell’interno spirituale dell’uomo. E la tradizione subito ha riletto questo senso della descrizione giovannea. Del resto, in un certo senso, l’Evangelista stesso ha dato a ciò la spinta, quando, riferendosi all’attestazione del testimone oculare che era lui stesso, si è riferito, nel medesimo tempo, a questa frase della Sacra Scrittura: ‘Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto’ (Gv 19, 37; Zc 12, 10). Così, in realtà, guarda la Chiesa; così guarda l’umanità. Ed ecco, nel Trafitto dalla lancia del soldato tutte le generazioni dei cristiani hanno imparato e imparano a leggere il mistero del Cuore dell'Uomo Crocifisso che era e è il Figlio di Dio 3.

4. Conclusione

Non senza ragione, la tradizione cristiana ha sempre visto nel brano giovanneo sul costato trafitto il testo più importante per dare un fondamento biblico alla teologia e alla spiritualità del Cuore di Gesù. Il presente  studio mostra, pensiamo, che questo modo di vedere era e rimane pienamente giustificato. L’elemento più nuovo in questa nostra esegesi di Gv 19, 34-37 sta forse in questo: affiora più chiaramente adesso che il testo di Giovanni ci chiede non soltanto di contemplare il costato trafitto di Gesù da cui uscì sangue e acqua, ma ci invita anche a penetrare nell’ “interno spirituale” di Gesù, nella sua “stanza segreta”; attraverso il costato trafitto di Gesù, lo sguardo del credente infatti scopre la sua oblazione al Padre e il suo amore salvifico per noi, che sono simboleggiati dal suo sangue; e attraverso il simbolo dell’acqua che esce da questo nuovo Tempio, il cristiano comprende che gli viene dato lo Spirito di Gesù e che egli deve vivere di questo Spirito di Gesù. Così tutti coloro che “volgeranno lo sguardo verso il Trafitto”, potranno d’ora in poi partecipare alla vita profonda dell’Agnello pasquale, quella vita che egli dava per la salvezza del mondo.

Note
1 Nello stesso senso i commenti di Teofilatto e di Eutimio.
2 Nello stesso senso: Beda, Alcuino, la Glossa (interlinearis), san Tommaso; al Rinascimento, Toledo, come Giustino, dice che queste parole profetiche indicano le due venute di Cristo. Tra i moderni, Bengel, Grozio, poi anche Lagrange, Loisy, Wikenhauser, Lenski e diversi altri rimangono in questa prospettiva escatologica.
3 Omelia all’udienza generale del 20 giugno 1979, mercoledì prima della solennità del S. Cuore; cit. in D. Bertetto, Il mistero del Cuore Trafitto, Napoli 1984, 56
Bibliografia - I. de la Potterie: “ ‘Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto’. Sangue di Cristo e oblatività (Gv 19, 37)”, in A.  M. Triacca (a cura), Il mistero del Sangue di Cristo e l’esperienza cristiana, “Sangue e Vita”, 1/I, ed. Pia Unione Prez.mo Sangue, Roma 1987, 17-37. – P.-M. de la Croix, L'Evangile de Jean, et son témoignage spirituel, Desclée De Brouwer, Paris 19592. - J. Heer, Leben hat Sinn. Christliche Existenz nach dem Johannesevangelium, Stoccarda 19803.. – D. Marzotto, L’unità degli uomini nel vangelo di Giovanni, Brescia 1977. - D. MollatL’Evangile et les épîtres de saint Jean, Paris 1973. -  Sul tema della regalità  di Gesù, già preparato dal testo di Zaccaria, cfr V. Pasquetto, Da Gesù al Padre. Introduzione alla lettura esegetico-spirituale del vangelo di Giovanni, Roma 1983, 364. - I. de la Potterie, La vérité dans Saint Jean, I, Roma 1977, 211-240. - Idem,  “Le témoin qui demeure: le disciple que Jésus aimait”, Bib 67 (1986), 343-359. - R. Robert, “Celui qui est de retour dans le sein du Père”, Revue Thomiste 85 (1985), 457-463. - R. Schnackenburg, Il vangelo di Giovanni, III, Brescia 1981, 476-480. - A. Serra, Contributi dell’antica letteratura giudaica per l’esegesi di Giovanni 2, 1-12 e 19, 25-27, Roma 1977. - W. Thüsing, Die Erhöhung und Verherrlichung Jesu im Jobannesevangelium, Münster W. 1960, 19-22. 31. - C. Tracts, Voir Jésus et le Père en lui selon l’évangile de saint Jean, Roma 1967, 156-165.