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gennaio 2007
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OBLATIVITA'
(Gv 19, 37)
Sommario
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Il testo di Zaccaria 12, 10: "Volgeranno lo
sguardo a colui che hanno trafitto"
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I grandi temi giovannei presenti nel v. 37
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Verso chi è rivolto lo sguardo?
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Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto.
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Gv 19, 37 in prospettiva escatologica
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La lettura storico-salvifica ed ecclesiale di Gv 19, 37
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Il versetto di Gv 19, 37 (Volgeranno
lo sguardo a colui che hanno trafitto), sembra essere, per
l’evangelista, di una importanza straordinaria. Insieme col v. 36 (Questo
infatti avvenne perché si adempisse la Scrittura: ‘Non gli sarà spezzato
alcun osso’ ) forma un binomio di citazioni bibliche che servono,
come riflessione conclusiva, non solo dopo l’episodio raccontato nei
versetti precedenti (19, 31-34), ma alla fine di tutto il racconto della
passione. L’idea è che le due citazioni di Gv 19, 36-37 formano una
conclusione solenne per una lunga sezione, cioè servono a indicare il
significato teologico di tutta la passione di Gesù.
Il primo dei due
testi citati (19, 36) è probabilmente un passo dell'Esodo, dove viene
descritto il rituale dell’agnello pasquale, nella celebrazione della
prima Pasqua in Egitto: Non ne romperete alcun osso (Es 12, 46;
cfr anche 12, 10 LXX, e Nm 9, 12). L’altro è un passo di Zc 12,
10: Guarderanno a colui che hanno trafitto. Nel contesto del IV
vangelo questi due testi si riferiscono ai due eventi raccontati poco
prima: l’uno negativo (i soldati non spezzarono le gambe di Gesù, perché
era già morto), l’altro positivo (dopo il colpo di lancia di uno dei
soldati, uscì dal fianco di Gesù sangue e acqua). Nel v. 35
l’evangelista dà una triplice testimonianza sull’evento, per
sottolineare l’importanza eccezionale di questi fatti per la fede
cristiana. Le due citazioni bibliche (vv. 36-37) ci danno
l’interpretazione teologica dei due fatti raccontati. Il v. 37 è un
commento del v. 34; vale a dire che la citazione di Zaccaria
Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto,
viene riferita dall’evangelista al suo testo precedente: gli
trafisse il fianco e ne uscì subito sangue e acqua. Lo sguardo
del credente, quindi, è orientato concretamente verso il costato
trafitto di Gesù, da cui esce sangue e acqua. |
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1. I
temi impiegati nel versetto di Gv 19, 37
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a. Il testo di Zaccaria 12, 10: ‘Volgeranno lo sguardo
a colui che hanno trafitto’. |
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Il passo citato da Giovanni
appartiene a un oracolo profetico che annuncia la salvezza e la
restaurazione escatologica di Gerusalemme (cfr Zc 12-14). Nella pericope
12, 10 - 13, 1 viene raccontata la morte di un misterioso Re-Pastore,
che rappresenta probabilmente il futuro Messia. Dio stesso si sente
personalmente ferito da questa morte. Ma egli prende l’iniziativa della
conversione degli abitanti di Gerusalemme, promettendo loro uno spirito
buono e una fontana zampillante per il loro peccato. I versetti 12, 10 e
13, 1, all'inizio e alla fine del brano, sono paralleli:
12, 10: (In quel giorno...)
effonderò sopra la casa di David e sopra gli abitanti di Gerusalemme uno
spirito di grazia e di implorazione: volgeranno lo sguardo a me che
hanno trafitto.
13, 1: In quel giorno vi sarà per
la casa di David e per gli abitanti di Gerusalemme una sorgente
(sempre) aperta per il peccato e per l’impurità.
Al versetto di Zc 13, 1 sulla
sorgente aperta per gli abitanti di Gerusalemme, si può aggiungere il
testo sull'acqua viva del capitolo seguente: In quel giorno, acque
vive usciranno da Gerusalemme: metà verso il mare d’oriente e metà
verso il mare d'occidente; sarà così d’estate e d’inverno. Il Signore
sarà re su tutta la terra. In quel giorno il Signore sarà unico e unico
sarà il suo Nome (14, 8-9).
L’applicazione di questi tre testi a
Gesù in croce è ovvia. In Gv 7, 38 Gesù aveva annunciato che fiumi d'acqua
viva sarebbero usciti dal suo intimo; e l’evangelista spiega che
diceva questo dello Spirito (v. 39). Si comprende allora la
connessione dei testi di Zaccaria con la scena di Gesù in croce: la
“sorgente aperta” per gli abitanti di Gerusalemme è il costato aperto di
Gesù; le acque vive che usciranno da Gerusalemme secondo Zaccaria
sono per Giovanni le acque vive che sgorgano dall’intimo di Gesù (cfr Gv
7, 38), che è il nuovo tempio; queste acque portano a oriente e a
occidente purificazione e vita. Abbiamo qui il tema dell'universalismo
della salvezza. Ora, secondo l’iscrizione della croce voluta da Pilato,
Gesù innalzato era re dei Giudei (19, 19-22); ma questo titolo
era scritto “in ebraico, in latino, in greco”, il che vuol dire che la
sua regalità messianica veniva proclamata al mondo intero; si verificava
così anche l’ultima profezia di Zaccaria, dove non si tratta più del
Pastore trafitto, ma del Signore e della regalità universale, al tempo
escatologico: Sarà re su tutta la terra (14, 9). L'applicazione a
Gesù sulla croce di queste due profezie di Zaccaria (12, 10 - 13, 1 e
16, 6-9), hanno permesso di dare alla scena della trafittura e all'acqua
del costato aperto un significato storico-salvifico molto ampio.
Vediamo adesso
alcuni testi di Giovanni che permettono di percepire nuove risonanze del
nostro versetto. |
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b. I grandi temi giovannei presenti nel v. 37 |
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Ci sono tre temi principali della
teologia di Giovanni che riaffiorano qui: l’innalzamento del Figlio
dell'uomo, il raduno dei dispersi figli di Dio e il binomio
rivelazione/fede.
L’ ‘esaltazione’ del Figlio
dell'uomo.
Sono conosciuti i passi di Giovanni
che parlano della “esaltazione” di Cristo: corrispondono questi tre
testi ai tre annunci della passione nei sinottici. “Essere innalzato”,
nel IV vangelo, significa l’innalzamento sulla croce, o, più
precisamente, la morte di Gesù, come lo spiega Giovanni stesso (cfr 12,
33). Questo tema è prezioso per interpretare teologicamente la scena del
Calvario, specialmente il versetto finale (cfr 19, 37).
Nel primo passo, che fa parte del
dialogo con Nicodemo, c’è un parallelismo tipologico tra l’episodio del
serpente di bronzo (cfr Nm 21, 8-9) e quello di Gesù sulla croce:
Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così deve essere innalzato il
Figlio dell’uomo, affinché chiunque crede abbia in lui la vita eterna
(3, 15). Abbiamo tra i due eventi una doppia tipologia e prefigurazione,
un doppio rapporto simbolico: l’innalzamento del serpente di bronzo
sull’asta è messo in parallelo con l’innalzamento di Gesù sulla croce; e
la formula di Nm 21, 8: Chiunque lo guarderà vivrà,
è ripresa con un doppio cambiamento in Gv 3, 15: Chiunque crede
(cfr v. 16: crede in lui) avrà la vita eterna.
Dalla vita fisica si passa alla vita eterna; e dallo sguardo corporale
si passa alla fede.
Nel secondo testo, Gesù si rivolge ai
Giudei di Gerusalemme, che rimanevano chiusi alla sua grande rivelazione
pubblica durante la festa dei Tabernacoli: Quando innazerete il
Figlio dell’uomo, allora conoscerete che io sono (8, 28). Queste
parole non sono un preannuncio della conversione dei Giudei, ma indicano
che la crocifissione fatta da loro sarà in realtà un evento divino, un
innalzamento regale, una rivelazione: verrà manifestato il “Io sono” di
Gesù, quello della sua presenza salvifica e definitiva tra gli uomini.
Il terzo testo è il più importante:
Ora si fa giudizio di questo mondo, ora il principe di questo mondo
sarà cacciato fuori. E io, quando sarò innalzato da terra, attrarrò
tutti a me (12, 31-32). Convergono qui di nuovo tre temi teologici:
Gesù innalzato sulla croce è vincitore del principe di questo mondo;
Gesù attira tutti a sé; Gesù realizza così il raduno del popolo
messianico attorno a sé. Su questo ultimo tema, quello del raduno dei
dispersi, torneremo subito. Quanto alla vittoria di Cristo, essa è un
aspetto della sua regalità, la quale è fortemente sottolineata da
Giovanni nel racconto della passione. L’espressione “essere attirato” da
Gesù in croce, indica la perfetta disponibilità e apertura dell'uomo
verso ciò che Gesù rivela sulla sua croce, descrive cioè il movimento
della fede verso di lui. Gesù attira a sé rivelando se stesso; e l’uomo
si lascia attirare a Gesù accogliendo la sua verità. Da questi tre testi
sull'innalzamento di Cristo sulla croce si possono già ricavare
indicazioni preziose per l’interpretazione di Gv 19, 37: Gesù in croce,
al quale si alzano gli occhi degli uomini, sta, come un re sul suo
trono, in posizione di vittoria; egli attira tutti a sé, esercitando
così su di loro la sua regalità; lo sguardo che gli uomini volgeranno
verso di lui sarà uno sguardo di fede.
Il raduno dei dispersi figli di
Dio.
In Giovanni il raduno messianico è
uno degli effetti principali della morte di Cristo. Il sinedrio aveva
condannato Gesù a morte, temendo che sarebbero venuti i romani per
distruggere “il luogo e la nazione” (11, 48). Ma Caifa diceva loro: È
vantaggioso che un unico uomo muoia per il popolo (11,
50). Questa dichiarazione viene interpretata così dall’evangelista:
Essendo sommo sacerdote in quell’anno, profetizzò che Gesù doveva morire
per la nazione, e non per la nazione soltanto, ma per i figli di Dio
dispersi, per radunarli cioè nell’unità (lett.: in uno)
(11, 51-52). Si noti qui il contrasto tra dispersione e unità.
Per Giovanni, questo raduno dei figli
di Dio dispersi si realizza alla morte di Gesù, proprio attorno alla
croce di Gesù. Il nuovo popolo di Dio è rappresentato qui dalla madre di
Gesù e dal discepolo diletto: Maria è la Figlia di Sion messianica, la
madre che riceve i suoi figli (cfr Gv 19, 26-27), quindi la Chiesa
nascente; il discepolo è la personificazione di tutti i figli di Dio, di
tutti i discepoli di Cristo. A differenza di Luca negli Atti, Giovanni
vede quindi realizzarsi la nascita del popolo di Dio messianico, cioè
della Chiesa, non alla Pentecoste, ma presso la croce di Gesù, al
Calvario.
Questo tema del raduno messianico dei
figli di Dio, ci fa comprendere meglio il versetto finale del racconto
della passione che stiamo esaminando. Il fatto che molti “volgeranno gli
occhi a colui che hanno trafitto”, cioè verso Gesù innalzato, creerà
anche tra loro una vera unità, non però per motivo di una specie di
intesa mutua di tipo sociologico; tutti troveranno il principio della
loro unità fuori del loro gruppo: saranno tutti “radunati in uno”,
saranno orientati “verso” quell'unico uomo innalzato, col costato
aperto; proprio con il loro sguardo verso di lui (espressione che
sarà ancora da precisare più avanti), saranno tutti “radunati in uno”;
proprio con questo sguardo, questi uomini che erano dispersi,
diventeranno il nuovo popolo messianico dei figli di Dio.
Il rapporto tra rivelazione e fede.
E’ il terzo e ultimo tema giovanneo
che sembra ancora connesso col nostro versetto. Perciò dobbiamo
presentarlo, prima di esaminare accuratamente il versetto stesso.
Senza forzare il senso dei testi,
possiamo dire, a quanto pare, che la dialettica tra rivelazione e fede
si ritrova nel brano che stiamo esaminando, e più precisamente tra i vv.
34 e 37, che si corrispondono tra loro; il secondo infatti (sullo
sguardo verso il costato trafitto) si presenta come una risposta
degli uomini a ciò che viene detto nel primo (sulla trafittura di
Gesù). Se lo sguardo degli uomini a colui che hanno trafitto è uno
sguardo di fede, come risulta già da diverse osservazioni fatte
precedentemente, Gesù, da cui esce sangue e acqua, è un segno, un
simbolo, con profondo senso rivelatorio. Si vede quindi l’importanza di
questo binomio rivelazione-fede per l’interpretazione della scena del
Calvario: alla rivelazione dell'interiorità di Gesù, che viene
presentata agli uomini col doppio simbolo del sangue e dell’acqua (cfr
la seconda parte), i discepoli rispondono con lo sguardo di fede verso
il costato aperto di Cristo innalzato sulla croce.
Concludendo, compendiamo i temi
teologici riportati.
Con
l’applicazione del testo di Zc 12, 10 alla trafittura di Gesù, Giovanni
vuol indicare che l’acqua del costato aperto simboleggia l’acqua viva
dello Spirito, che porta agli uomini purificazione e vita. Ma se nel
testo profetico lo sguardo verso il Trafitto era uno sguardo di
pentimento degli uomini per i loro peccati, questo aspetto non appare
più nella descrizione giovannea, dove si tratta di uno sguardo di fede.
Dai testi paralleli all’interno del IV vangelo si vede che Gesù sulla
croce, col costato trafitto, viene presentato non solo come il re dei
Giudei, ma come il re di tutti gli uomini; inoltre, secondo Giovanni,
Gesù innalzato porta la salvezza, perché è l’antitipo del serpente di
bronzo nel deserto, che era un “segno di salvezza” per Israele
minacciato di morte. Con la rivelazione del senso della sua croce, Gesù
innalzato attira tutti a sé; egli li raduna attorno a sé, e diventa così
il centro dell'unità del popolo messianico, cioè del popolo di tutti
coloro che stanno diventando i figli di Dio. |
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2.
Interpretazione di Gv 19, 37 nel
suo contesto
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a.Verso chi è
rivolto lo sguardo?
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Per l’interpretazione del v. 37 è
assolutamente necessario comprendere il senso di quel doppio simbolo del
sangue e dell'acqua che escono dal costato di Gesù.
La pericope 19, 31-37, in tutta la
tradizione evangelica, si trova solo in Giovanni; racconta due eventi
apparentemente insignificanti che si sono svolti dopo la morte di Gesù,
ma che acquistano per l’evangelista un valore straordinario: sono per
lui due simboli che rivelano il significato della vita e della morte di
Gesù. In questo senso si può dire che l’ora della croce, per Giovanni, è
il momento culminante della vita di Gesù. Ma qui come sempre nella
teologia giovannea, l’aspetto specifico è quello della rivelazione
del mistero di Cristo. Il sangue e l’acqua del costato aperto sono
simboli significanti di ciò che Gesù viveva e voleva interiormente,
prima ancora di morire.
L’acqua del costato trafitto è
un simbolo dello Spirito. Ma si deve notare che quello Spirito, che
dovrà d’ora in poi animare la Chiesa, è stato dato da Gesù stesso
(diede lo Spirito, v. 30), e che egli, già da tempo, trovava un
ardente desiderio di darlo ai credenti (Ho sete, v. 28).
Il simbolo del
sangue, invece, è integralmente e esclusivamente cristologico. Il
significato di questo simbolo è da ricercare nell’ultima parola di Gesù
prima della sua morte: Consummatum est (v. 30). Dal commento che
ne faceva già l’evangelista al v. 28, si comprende tutta la ricchezza
teologica di quella parola. Due aspetti fondamentali diventano chiari:
da una parte, il “Consummatum est” di Gesù morente esprime la sua
totale obbedienza alla volontà del Padre, perché ha perfettamente
portato a compimento tutto il disegno messianico che era indicato nella
Scrittura; d'altra parte, il parallelismo con 13, 1 (in finem
dilexit illos), mostra che il Consummatum est della croce
significa che in quel momento è stata raggiunta la manifestazione
suprema dell’amore salvifico di Cristo per i suoi. Si può dire, in due
parole, che il sangue del costato trafitto di Gesù è, per
Giovanni, il simbolo della sua obbedienza oblativa al Padre e del
suo amore salvifico per noi. Il Consummatum est ci invita,
pertanto, non a trovare compassione per Gesù, ma piuttosto a celebrare
il vincitore che ha portato a termine l’opera del Padre: la
manifestazione efficace dell’amore divino. |
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b. ‘Volgeranno lo
sguardo a colui che hanno trafitto’.
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Siamo arrivati, infine, al nostro
argomento. Tutto ciò che è stato detto finora serviva unicamente a
facilitare l'interpretazione di quest’ultimo versetto del racconto
giovanneo della passione.
Notiamo anzitutto che il testo di
Giovanni, che è una citazione di Zaccaria (12, 10), non è del tutto
identico a quello del profeta. Qui, secondo il testo ebraico, lo sguardo
è volto verso Dio: Volgeranno lo sguardo verso me che hanno
trafitto. Nel IV vangelo, invece, il testo è applicato direttamente
a Cristo innalzato sulla croce: Volgeranno lo sguardo a colui che
hanno trafitto; e lo stretto rapporto di questo testo col v. 34
mostra che tutta l’attenzione è concentrata qui sul costato trafitto di
Gesù, dal quale esce sangue e acqua.
Chi sono coloro che guarderanno così
attentamente il Trafitto? Sono diversi i pareri degli esegeti: alcuni
pensano ai soldati e alla folla; altri ai giudei; altri ancora ai
credenti in genere. Ma solo questa terza interpretazione s’impone, a
quanto pare, a ragione del rapporto strettissimo del testo col v. 35 sul
testimone; infatti il parallelismo tra i due testi è innegabile:
- Colui che ha visto, rende
testimonianza, ... affinché anche voi crediate (v. 35);
- Guarderanno a colui
che hanno trafitto (v. 37).
Abbiamo due volte lo stesso verbo, ma
col passaggio significativo dal perfetto al futuro. Bisogna concludere
che lo sguardo descritto nel versetto di conclusione deve essere
identico a quello del testimone; per lui, senza dubbio, era uno sguardo
di fede, un’esperienza unica, era la grande scoperta del mistero di
Cristo attraverso il segno del sangue e dell’acqua; il discepolo che
testimonia così vuol rendere anche noi partecipi a questa sua
esperienza, a questa sua fede, per mezzo precisamente dello stesso
sguardo. La formula “anche voi”, qui, è decisiva: con queste parole,
l’evangelista si rivolge direttamente a tutti coloro che leggeranno il
suo racconto (cfr la formula identica nella conclusione del vangelo: “affinché
crediate”, 20, 31). Quelli che volgeranno lo sguardo verso il
Trafitto sono quindi tutti i credenti, o, piuttosto, tutti gli uomini
che sono invitati a diventare credenti.
Da queste osservazioni risulta un
punto importante: nella citazione di Zc 12, 10, la profezia è fortemente
reinterpretata da Giovanni; nel testo profetico, il soggetto dei due
verbi (‘volgeranno lo sguardo’ e ‘hanno
trafitto’) era lo stesso; perciò, in ragione proprio della trafittura,
il loro sguardo era uno sguardo di pentimento e di cordoglio. Ma nel
versetto giovanneo c’è uno sdoppiamento dei soggetti: il plurale
‘hanno trafitto’, che indica necessariamente un gruppo, non può
designare qui soltanto il soldato (cfr il v. 34: colpì, trafisse,
al singolare); comprende anche tutti i suoi mandanti; ma sono
altre le persone che vengono indicate quando si parla di quelli che
“volgeranno lo sguardo verso il Trafitto”: questi vengono accomunati non
già con il gruppo precedente, ma con il testimone che per primo “ha
visto” l’evento e ne ha reso testimonianza per suscitare la fede
(v. 35). Pertanto i due verbi del v. 37b hanno qui due soggetti diversi:
quelli che lo hanno trafitto, e quelli che
volgeranno lo sguardo verso il Trafitto: questo secondo gruppo
designa tutti coloro che d’ora in poi si schiereranno con il testimone e
con i credenti.
Ma quale tipo di sguardo viene
chiesto dai credenti? Non si tratta più, come nel testo di Zaccaria, di
uno sguardo di pentimento, ma è un invito a tutti a volgere lo sguardo
verso il costato trafitto di Gesù, per diventare partecipi
dell’esperienza e della fede del discepolo che, per primo, “ha visto”;
anche per loro questo sguardo deve diventare contemplazione di fede,
esperienza interiore, possesso permanente.
L'acqua del costato aperto è il
simbolo del dono dello Spirito; è l’acqua viva della salvezza che sgorga
dal fianco di Gesù, che diventa il nuovo Tempio, il Tempio escatologico.
Fondamentale è qui il tema dell’esaltazione, dell'innalzamento: come
Israele, una volta, guardava con speranza il serpente di bronzo, così il
credente deve guardare con fede Gesù innalzato sulla croce. Egli diventa
così il loro re, il centro della loro unità, l’ “unico uomo” attorno al
quale si forma il nuovo popolo di Dio.
Ma dobbiamo fare un passo in più. Il
simbolismo del sangue e dell’acqua e le diverse correlazioni di questi
due simboli con i versetti precedenti, cioè con la parola
Consummatum est di Gesù e con la sua sete di dare lo Spirito, ci
obbligano ad andare al di là dei simboli, a penetrare nelle realtà
stesse simboleggiate, cioè nell’interiorità di Gesù, nella sua
coscienza: ora, il sangue ci è apparso come il simbolo e la rivelazione
dell’adesione di Gesù alla volontà di Dio, della sua obbedienza filiale
al Padre e del suo amore salvifico per noi; l’acqua che esce dal suo
costato aperto simboleggia il suo Spirito che egli ci comunica e col
quale diventa possibile anche per noi partecipare a queste disposizioni
profonde di Cristo.
In questo racconto giovanneo non
viene usato il termine “cuore”. Ma l’interiorità di Cristo di cui
abbiamo parlato è proprio ciò che verrà chiamato più tardi, dalla
mistica medievale in poi, il cuore di Cristo.
Lo sguardo penetrante del credente
mira, quindi, a scoprire il mistero dell’interiorità di Cristo
attraverso i simboli del sangue e dell’acqua, ma anche a partecipare,
nello Spirito, a quella vita profonda di Cristo, ai suoi atteggiamenti
di oblazione e di amore.
La vita
profonda di Cristo, per mezzo dello Spirito di Cristo, diventa così
la vita della Chiesa. |
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3. Prolungamento del tema nella tradizione |
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a. Gv 19, 37 in prospettiva escatologica |
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La prima cosa, molto impressionante,
da osservare è che il passo di Zaccaria, citato da Giovanni come
conclusione del suo racconto della passione, riappare in un altro
contesto molto più solenne: nel prologo dell'Apocalisse (1, 7-8):
Ecco, egli viene con le nubi:
Tutti gli occhi lo vedranno e anche quelli che lo hanno trafitto;
e per lui si batteranno il petto tutte le tribù della terra. Sì,
amen. Io sono l’Alfa e l’Omega, dice il Signore Dio, Colui che è, che
era e che viene, l’Onnipotente.
L’autore dell’Apocalisse combina qui,
per applicarle a Cristo, due famose profezie dell’AT: la visione
messianica di Daniele sul Figlio d’uomo che viene sulle nubi del cielo (cfr
Dn 7, 13), e l’annuncio di Zaccaria sulla restaurazione escatologica di
Gerusalemme (cfr Zc 12, 9-13, 1; 12, 10). Ma bisogna ricordare che, di
questo passo di Zaccaria, l’autore del IV vangelo aveva ripreso soltanto
poche parole, quelle sullo sguardo verso il trafitto (cfr Gv 19, 37),
dandone inoltre un’interpretazione nuova che abbiamo indicato sopra.
Nell’Apocalisse, invece, oltre al versetto di Zc 12, 10, si cita anche
un versetto seguente della profezia (cfr 12, 14), sui sensi di
pentimento di tutte le tribù e sul loro pianto. Del testo di Zaccaria,
quindi, l’Apocalisse coglie il senso penitenziale, e è certamente in
questo modo che lo intendeva lo stesso profeta. Ma di questo senso
penitenziale, non c’è traccia nella citazione più breve del quarto
vangelo.
Abbiamo così una doppia
interpretazione: l’una di orientamento cristologico, l’altra di tipo
ecclesiale.
Solo la seconda sembra aver colto
esattamente il vero senso del testo di Giovanni.
a. Gv 19, 37 in prospettiva
escatologica. Questo primo tipo di lettura è senza dubbio il più
comune nella storia dell'esegesi. A questo riguardo, si cita spesso
Giustino, il quale adopera più volte Ap 1, 7 (e indirettamente Zc 12,
10) per descrivere la seconda venuta di Cristo; ma più immediatamente
interessante per noi è un passo del Dialogo con Trifone (32, 2),
dove egli distingue le due parusie di Cristo: la prima
nell’umiltà, in cui fu trafitto dai Giudei; l’altra, nella
gloria, quando riconosceranno colui che hanno trafitto. Si deve
notare però che, per l’episodio del Calvario (la “prima parusia”),
Giustino cita soltanto le parole sulla trafittura di Gesù, non
quelle sullo “sguardo” dei giudei (il quale, alla “seconda parusia”,
sarà uno sguardo di pentimento, dice Giustino).
Ma molto più
espliciti sono diversi commentatori greci del IV vangelo, per esempio
Ammonio di Alessandria (secolo V), che spiega così il nostro versetto:
Ma quando verrà per giudicare, allora lo vedranno e
piangeranno (In Joan.: PG 85, 1513 B) 1.
Così viene interpretato il nostro versetto anche da sant’Agostino, il
quale sarà seguito da diversi altri commentatori latini fino al medio
evo: Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto: qui c’è
la promessa che Cristo tornerà nella stessa carne nella quale è stato
crocifisso (Tract. in Ioan., 120, 3: PL 35, 1954)2. |
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b. La lettura storico-salvifica ed ecclesiale di Gv 19, 37.
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Lo sguardo verso il Trafitto
descritto nel versetto finale, prolunga lo sguardo dello stesso
discepolo (cfr v. 35) e diventa pertanto un invito a condividere la sua
fede nel senso salvifico dell’evento, di cui la fuoriuscita di sangue e
di acqua dal costato aperto di Gesù era il simbolo e di cui egli era
stato il testimone. Si delinea così, per la Chiesa, una specie di
tipologizzazione e di simbolizzazione del discepolo, precisamente in ciò
che egli aveva sperimentato alla croce: tutto era cominciato col fatto
che egli aveva “visto” il sangue e l’acqua del costato aperto e aveva
“creduto”; ma questa sua esperienza e questa sua fede iniziale, di cui
egli continua a rendere testimonianza nella comunità affinché
anche noi crediamo, devono diventare l’esperienza e la fede di
tutti nella Chiesa; questo è il senso del futuro volgeranno lo
sguardo.... Il discepolo che Gesù amava (cfr 19, 26) diventa
così il simbolo, il tipo e il modello di tutti i discepoli.
E’ in questo modo che il nostro
versetto è stato compreso giustamente da parecchi autori nella
tradizione, specialmente in tempi più recenti.
Nell’esegesi contemporanea troviamo
R. Schnackenburg, sulla cui linea si muovono i commentari più
direttamente spirituali del IV vangelo, come J. Laplace.
Come ultima testimonianza, citiamo
un’omelia di Giovanni Paolo II. Egli fa osservare che, anche se non si
trova in Gv 19, 31-34 la parola “cuore”, il testo ci orienta verso
l’interiorità di Gesù:
Il cuore non è
soltanto un organo (…). Il cuore è un simbolo. Parla di tutto l’uorno
interiore. Parla dell’interno spirituale dell’uomo. E la tradizione
subito ha riletto questo senso della descrizione giovannea. Del resto,
in un certo senso, l’Evangelista stesso ha dato a ciò la spinta, quando,
riferendosi all’attestazione del testimone oculare che era lui stesso,
si è riferito, nel medesimo tempo, a questa frase della Sacra Scrittura:
‘Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto’ (Gv 19, 37; Zc 12,
10). Così, in realtà, guarda la Chiesa; così guarda l’umanità. Ed ecco,
nel Trafitto dalla lancia del soldato tutte le generazioni dei cristiani
hanno imparato e imparano a leggere il mistero del Cuore dell'Uomo
Crocifisso che era e è il Figlio di Dio
3. |
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4. Conclusione
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Non senza ragione, la tradizione
cristiana ha sempre visto nel brano giovanneo sul costato trafitto il
testo più importante per dare un fondamento biblico alla teologia e alla
spiritualità del Cuore di Gesù. Il presente studio mostra, pensiamo,
che questo modo di vedere era e rimane pienamente giustificato.
L’elemento più nuovo in questa nostra esegesi di Gv 19, 34-37 sta forse
in questo: affiora più chiaramente adesso che il testo di Giovanni ci
chiede non soltanto di contemplare il costato trafitto di Gesù da cui
uscì sangue e acqua, ma ci invita anche a penetrare nell’ “interno
spirituale” di Gesù, nella sua “stanza segreta”; attraverso il costato
trafitto di Gesù, lo sguardo del credente infatti scopre la sua
oblazione al Padre e il suo amore salvifico per noi, che sono
simboleggiati dal suo sangue; e attraverso il simbolo dell’acqua che
esce da questo nuovo Tempio, il cristiano comprende che gli viene dato
lo Spirito di Gesù e che egli deve vivere di questo Spirito di Gesù.
Così tutti coloro che “volgeranno lo sguardo verso il Trafitto”,
potranno d’ora in poi partecipare alla vita profonda dell’Agnello
pasquale, quella vita che egli dava per la salvezza del mondo. |
Note
– 1 Nello stesso senso i commenti di Teofilatto e di Eutimio.
– 2 Nello stesso senso: Beda, Alcuino, la Glossa (interlinearis),
san Tommaso; al Rinascimento, Toledo, come Giustino, dice che queste
parole profetiche indicano le due venute di Cristo. Tra i moderni,
Bengel, Grozio, poi anche Lagrange, Loisy, Wikenhauser, Lenski e diversi
altri rimangono in questa prospettiva escatologica. – 3
Omelia all’udienza generale del 20 giugno 1979, mercoledì prima della
solennità del S. Cuore; cit. in D.
Bertetto, Il mistero del Cuore Trafitto, Napoli 1984, 56 |
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Bibliografia -
I. de la Potterie:
“ ‘Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto’. Sangue di Cristo e
oblatività (Gv 19, 37)”, in A. M.
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l’esperienza cristiana, “Sangue e Vita”, 1/I, ed.
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L’Evangile et les épîtres de saint Jean, Paris 1973. - Sul tema
della regalità di Gesù, già preparato dal testo di Zaccaria, cfr
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Padre. Introduzione alla lettura esegetico-spirituale del vangelo di
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de la Potterie, La vérité dans Saint Jean, I, Roma 1977,
211-240. - Idem, “Le témoin qui demeure: le disciple que Jésus aimait”,
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31. -
C. Tracts, Voir Jésus et
le Père en lui selon l’évangile de saint Jean, Roma 1967,
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