APRILE - MAGGIO 2010

LA FAMIGLIA

Norma Mancini Badiali

 SOMMARIO:

1. La famiglia nella tradzione

      

2. I documenti recenti

       

3. Riflessione teologica

   

4. Considerazioni innovative

   

Bibliografia

 

1. LA FAMIGLIA NELLA TRADIZIONE
      L’attenzione riservata alla famiglia nella letteratura dei Padri è piuttosto scarsa. L’accento è posto soprattutto sul matrimonio monogamico come fondamento di una vita diversa  da quella condotta dai pagani.

       Paolo in Ef 5, 25-32, dopo aver spiegato le prerogative della unione coniugale dei cristiani, immediatamente si rivolge ai figli, ai padri, agli schiavi, perché la famiglia cristiana sia in tutto rispondente a quel mistero d’amore che unisce il rapporto coniugale e familiare all’amore di Cristo per la Chiesa, che la nutre e la vivifica con la presenza costante sacramentale del suo corpo e del suo sangue (vedi voce Matrimonio).

I Padri del II e III secolo cercano di educare i cristiani, che si sposano nel Signore, a condurre una vita che sia testimonianza vissuta dei principi evangelici.

 Il matrimonio e la famiglia  cristiana sono totalmente diversi da quelli dei pagani, perché nascono da un amore che è partecipazione alla coniugalità di Dio. E’ espressione del “Logos” di Dio che spiritualizza il loro amore e lo sospinge verso una realizzazione sempre più completa della loro unione.

 La famiglia si realizza e vive alla presenza di Dio. Scrive  Clemente Alessandrino: Chi sono i due o tre riuniti in nome di Cristo, in mezzo ai quali sta il Signore? Non sono forse l’uomo, la donna e il figlio dal momento che l’uomo e la donna sono uniti da Dio? (Stromata, 3, 10, 68: SC 30).

       Caratteristica della famiglia cristiana rispetto a quella pagana è l’importanza data ai figli, ragione per cui è proibito l’aborto. Il cristiano è come un coltivatore che collabora con Dio, … perché si prende cura di far perdurare l’universo;   perché Dio ha detto: - moltiplicatevi – e bisogna obbedire (Il Pedagogo, II, 10, 8, 2: SC 70).

Ignazio di Antiochia, nella lettera al vescovo Policarpo, raccomandava, quale padre della comunità, di avere cura degli orfani e di provvedere perché venissero accolti nelle famiglie (cfr A Policarpo, 4, 1). In modo particolare i cristiani devono provvedere ai figli dei martiri (cfr Didascalia, 4, 1. 1; Atti di Perpetua e Felicita, 15, 7). Questo forse è l’unico riferimento, anche se indiretto, al sangue di Cristo, poiché il martirio dei cristiani era intimamente collegato al martirio di Gesù. Il sangue dei martiri, come il sangue di Gesù Cristo, creava un legame vincolante nella comunità per cui i figli dei martiri erano i figli della comunità e non potevano restare orfani.

Per i Padri la famiglia è “chiesa”, luogo di salvezza, continuità dell’assemblea liturgica. Giovanni Crisostomo esorta: Tornando a casa, prepariamo una duplice mensa: una di cibi, l’altra della lettura della parola di Dio, e l’uomo ripeta le cose che sono state dette in chiesa; apprenda la moglie, ascoltino i figli, né i servi siano privati di quella lettura. Fa della tua casa una chiesa poiché devi rendere conto della salvezza dei tuoi figli e dei tuoi servi (Su Genesi, om. 6, 2: PG 54).

 La famiglia, dunque, è tutta compresa, adombrata nel mistero della redenzione che si compie nella Chiesa in virtù del sangue di Cristo, attraverso la sua radice che è il matrimonio.

 

2. I DOCUMENTI RECENTI
      Il Concilio Vaticano II, nella rinnovata visione del rapporto con il mondo alla luce delle esigenze dell’uomo contemporaneo, propone alla famiglia un orizzonte nuovo, che la impegna direttamente nella fedeltà al progetto di Dio: Perciò la famiglia cristiana, poiché nasce dal matrimonio che è l’immagine e la partecipazione del patto d’amore del Cristo e della Chiesa, renderà manifesta a tutti la viva presenza del Salvatore nel mondo e la genuina natura della Chiesa… (GS 48). E’ un passaggio importante, ricco di significato teologico. La famiglia che nasce dal sacramento non è soltanto immagine, ma partecipazione del patto d’amore di Cristo e della Chiesa; perciò partecipazione partecipata di tutti i membri alla “nuova alleanza” realizzata nel sangue di Cristo, impegnata a rendere visibile la natura stessa della Chiesa.

  Alla famiglia è richiesto un apostolato speciale nella società, come prima cellula evangelizzante, chiamata ad essere chiesa in se stessa: … mediante il mutuo affetto dei membri e l’orazione fatta a Dio in comune, si presenta come il santuario domestico della Chiesa (AA 11). Come tale partecipa ed è beneficiata dai meriti del sangue di Cristo-sposo.

      La Lumen Gentium al n. 41 precisa: I coniugi e i genitori cristiani, seguendo la loro propria via… diventano i testimoni e i cooperatori della fecondità della madre Chiesa, in segno e partecipazione di quell’amore col quale Cristo ha amato la sua sposa e si è dato per lei.

      Un documento fondamentale per il nostro tema è la Familiaris Consortio, che applica il riferimento della simbologia del matrimonio-sacramento direttamente alla famiglia e fa esplicita menzione al sangue di Cristo. L’amore è per sua natura fecondo, perciò l’amore coniugale si apre in famiglia e si propone come riferimento indicativo nella Chiesa: Gli sposi sono pertanto il richiamo permanente per la Chiesa di ciò che è accaduto sulla Croce; sono l’uno per l’altra e per i figli, testimoni di salvezza, di cui il sacramento li rende partecipi (n. 13). Tutta la famiglia, perciò, in quanto procede dal sacramento, è partecipe dell’accadimento della Croce. Il n. 57, dedicato alla relazione tra il sacramento del matrimonio e l’eucaristia,  specifica ancora meglio il senso della partecipazione di tutta la famiglia alla alleanza di amore di Cristo con la Chiesa. L’eucaristia è la fonte stessa del matrimonio e sorgente di carità: … nel dono eucaristico della carità la famiglia cristiana trova il fondamento e l’anima della sua comunione e della sua missione:   la partecipazione poi al Corpo dato e al Sangue versato di Cristo diventa inesauribile sorgente del dinamismo missionario e apostolico della famiglia cristiana.

Nell’insegnamento di Giovanni Paolo II i riferimenti al sangue di Cristo in rapporto alla famiglia sono ricorrenti. Né riportiamo due che riteniamo particolarmente interessanti. Il primo pronunciato all’omelia per la conclusione della V assemblea generale dei Vescovi su La famiglia cristiana nel mondo contemporaneo. Esprimendo gratitudine ai partecipanti per il lavoro svolto durante il sinodo, tra l’altro dice: Siamo grati perché nel pieno rispetto della fede abbiamo potuto scrutare l’eterno progetto di Dio sulla  famiglia che è stato manifestato nel mistero della creazione e contrassegnato nel sangue del Redentore.

  Il secondo è inserito nel messaggio inviato dal Papa al Cardinale Opilio Rossi, in occasione del Congresso Eucaristico di Nairobi (15 agosto 1985), su L’Eucaristia e la famiglia cristiana: Il fatto che oggi opportunamente l’eucaristia si celebri nel tempio, ove si raccoglie la più vasta famiglia della comunità cristiana, specialmente a livello parrocchiale, non  deve dunque impedire di vedere il profondissimo legame che intercorre tra il sacrificio del corpo e del sangue del Signore e quella prima vitale cellula della società che è la famiglia.

 Questi due interventi sono importanti perché considerano la famiglia nella sua propria realtà e nel suo valore originale. E’ vero che il collegamento diretto, fondante il rapporto tra la famiglia e il sangue di Cristo, passa attraverso il sacramento del matrimonio e l’amore coniugale, che è la sua radice; ma la famiglia, germoglio della radice, è una realtà diversa  destinata a uno sviluppo autonomo. Le persone che compongono la famiglia non si sono scelte; i figli non scelgono i genitori né i fratelli, eppure sono obbligati a convivere; la loro vita insieme per essere armoniosa ha bisogno di riferimenti adatti a fondare una comunità originale con una spiritualità propria diversa da quella del matrimonio.

 

3. RIFLESSIONE TEOLOGICA
       Ricercare il valore teologico del sangue di Cristo come fondamento della spiritualità della famiglia, ha un significato profondo e attuale.

 Una connotazione importante che fa di un gruppo di persone una famiglia è il vincolo di sangue. La consanguineità è importante sempre: a livello popolare, per cui i fratelli si sentono vincolati reciprocamente; in ambito civile, per cui al figlio naturale vengono attribuiti gli stessi diritti del figlio legittimo. Anche la Chiesa riconosce ed esalta questa priorità.

  Ciò nonostante è necessario precisare che la consanguineità è un “fattore” di comunione e non un “valore” di comunione; come fattore vincolante è importante, ma quando si assume a valore diventa fonte di egoismi per la stessa famiglia e causa di esclusione  degli altri. Atteggiamenti di confusione in questo senso sono purtroppo frequenti anche nelle famiglie cristiane, inclini a sacralizzare il vincolo del sangue. Non è raro che si veda privilegiato il rapporto affettivo dei figli più di quello del coniuge, motivando tale atteggiamento proprio con la diretta consanguineità.

      Su quest’argomento, è proponibile una riflessione teologica di conversione per la famiglia cristiana: il vincolo di consanguineità non va assunto come fattore assoluto di coesione del rapporto interpersonale, ma come un aprirsi al valore trascendente del sangue di Cristo, che è unica garanzia di comunione e vincolo di vero amore.

       La pietà cristiana ha presentato sempre la famiglia di Nazaret come la famiglia ideale: e è vero. All’origine di questa famiglia vi è un’irruzione di Dio nelle usanze e negli schemi tradizionali che mette in seria difficoltà i protagonisti di fronte alle leggi ebraiche (cfr Mt 1, 18-25). Tale irruzione è una rivoluzione del valore dei fattori umani: il sangue di Gesù, umano perché mutuato da Maria, diventa divino perché è il sangue del Figlio di Dio; Giuseppe è il padre di Gesù anche se tra loro non c’è consanguineità: è la piena trascendenza dei fattori umani.

       Dalla croce Gesù, vedendo la madre e lì accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: ‘Donna, ecco il tuo figlio’! Poi disse al discepolo: ‘Ecco la tua madre’! E da quel momento il discepolo la prese nella sua casa (Gv 19, 26-27). Se la famiglia potesse ritrovare in quest’evento la sua trascendenza, ritroverebbe veramente se stessa.

       Giovanni ci presenta un dato di fatto: il discepolo la prese nella sua casa; la verità soprannaturale è compresa se innestata nella realtà umana.  Dove la brutalità umana aveva privato la madre del Figlio, il Figlio crocifisso, grondante sangue, dà alla sua madre una “casa”, una “famiglia”. La nuova famiglia  di Gesù è destinata a diventare grande, fatta di molti fratelli, ma non può prescindere da quella piccola famiglia che si costituisce nel focolare domestico: Maria, presa da Giovanni nella sua casa, è diventata sua madre. Il vincolo che ha saldato questo rapporto è il desiderio di Gesù  esangue sulla croce.

       Ogni famiglia che si lasci vincolare dal sangue di Cristo, nulla perde del legame originale della consanguineità naturale, ma inserisce un fattore umano in un valore che lo esalta e lo trascende: la consanguineità dei figli di Dio.

       In questa ottica possiamo rileggere le affermazioni di Giovanni Paolo II di vedere il profondissimo legame che intercorre tra il sacramento del Corpo e Sangue del Signore e quella prima vitale cellula della società che è la famiglia. I membri della famiglia, che in virtù della loro fede partecipano all’eucaristia, diventano, secondo una espressione cara ai Padri, “con-corporei” e “consanguinei” di Cristo. Vivificando, in tal modo, con l’amore di Cristo i loro rapporti umani e quotidiani. Questo spiega anche perché il Papa dice che il progetto di Dio sulla famiglia è contrassegnato nel sangue del Redentore.

       Ancora una riflessione va fatta sul sentimento diffuso tra i cristiani dei primi secoli, quando la casa dei figli dei martiri era la comunità. Il legame che univa la comunità familiare era allora proprio il sangue di Gesù, a cui si univa il sangue dei martiri; i loro figli, perciò, non potevano restare orfani. Tutto questo ci induce a ritrovarci in quella famiglia che Gesù indica  in Mt 12, 49-50: Ecco mia madre ed ecco i miei fratelli, perché chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, questi è per me fratello, sorella e madre.


4. CONSIDERAZIONI INNOVATIVE

      Il riferimento al sangue di Cristo apre un orizzonte nuovo alla spiritualità della famiglia, che si inserisce nel solco della ricerca per rendere sempre più esplicito, nella vita dei cristiani, il valore e i meriti della redenzione. Nella tradizione cristiana è ricorrente il riconoscimento del valore del sangue versato da Cristo per la formazione e la crescita dei cristiani. Il discorso, però, è sempre rivolto alla ricerca di una perfezione individuale, mai esteso alla famiglia.

      I Padri riservavano una scarsa considerazione alla vita matrimoniale e familiare, in confronto alla vita religiosa e monastica come vie della perfezione. La vita familiare era considerata una via imperfetta anche se non priva di salvezza.

      Per questo alla famiglia è stata sempre riservata un’attenzione di carattere morale. Anche il riferimento alla sacra famiglia  di Nazaret è stato sempre  proposto come modello da imitare a livello di comportamento e non come accadimento teologico.

      Il discorso sulla famiglia, come soggetto teologico, è iniziato a partire dal Concilio Vaticano II, grazie anche ad una rinnovata visione di Chiesa. Una Chiesa che si autodefinisce “Popolo di Dio” (cfr LG 13), scopre che tutte le forme di vita, armoniosamente, accompagnano l’andamento di questo popolo e che il cammino comune è una ascesa verso il monte santo, il Calvario, dove si incontreranno i santi, amanti di Dio, provenienti da versanti diversi.

      E’ importante considerare che la famiglia è una comunità di persone in una situazione umana, convivente, storica, ma non per questo è automaticamente una comunità di salvezza. Per il prevalente contatto con il mondo, soffre al suo interno di tutte le conflittualità ed egoismi che la convivenza umana provoca.

       Perché la famiglia possa rispondere alla sollecitazione di diventare ciò che è ( FC 17) secondo il disegno di Dio, comunità di amore e di salvezza, deve trovare una spinta di forte spiritualità. Ha bisogno di ritrovare un senso profondo rispondente alla propria realtà, che nel contempo le sia di aiuto per essere in sintonia a quel cammino ascendente che caratterizza l’essere della Chiesa.

       Se la spiritualità del sangue di Cristo è stata presente nella Chiesa fin dalle origini con richiami costanti e significativi nelle varie epoche, forse oggi sono maturi i tempi in cui anche la famiglia può essere partecipe di questa ricchezza.

BIBLIOGRAFIA
- Cirillo di Gerusalemme, Catechesi mistagogiche, 4: SC  126. - Clemente Alessandrino, Il  PedagogoSC 70. – Idem, Stromata: SC  30. - Giovanni Crisostomo, Su Genesi: PG 54. – Idem, Sull’educazione dei figli (attribuito). - Giovanni Paolo II, Insegnamenti,  II/2, Roma 1980; VIII/2, Roma 1985. - Ignazio di Antiochia, A Policarpo. - N. Mancini Badiali, “Il Sangue di Cristo nella Catechesi della Famiglia”, in A. M. Triacca (a cura), Il mistero del Sangue di Cristo e la catechesi, “Sangue e Vita”, 9, ed. Pia Unione Prez.mo Sangue, Roma 1991, 551-560. - R. Minnerath, Les Chrètiens et le monde, Paris 1973. - E. Ruffini, La teologia di fronte alle problematiche della famiglia, in La famiglia crocevia della tensione, Milano 1979. - Tertulliano, ApologeticoCCL  1. – Idem, Ad uxorem: CCL