4ª DOMENICA DI PASQUA
5ª DOMENICA DI PASQUA
6ª DOMENICA DI PASQUA
ASCENSIONE DEL SIGNORE
7ª DOMENICA DI PASQUA
DOMENICA DI PENTECOSTE
SANTISSIMA TRINITA'
SS. CORPO E SANGUE DI CRISTO
SACRATISSIMO CUORE DI GESU'

 

4ª DOMENICA DI PASQUA

 Prima lettura

At 2, 14a. 36-41 

 Dal trattato Sui Salmi di Didimo il Cieco

(n. 313 ca., + 398 ca.) (Sal. 117, v. 14: PG 39, 1560)

Il Signore si è fatto salvezza (Sal 118, 14), non  riceve l’inizio della sustanziazione, poiché è perpetuo ed eterno. Si fa salvezza quando, in riferimento alla condizione da prendere per coloro che salverà, vengono spiegate con la ragione tutte le cose che si dicono essere avvenute su Cristo. Infatti il Verbo non è divenuto Dio, né verità, né sapienza, né figlio, ma è diventato per noi giustizia, santificazione e redenzione (cfr 1 Cor 1, 30). Essendo infatti semplice ed eterno, si dice che è diventato questo in rapporto a noi. Così Dio lo ha fatto e Cristo e Signore (cfr At 2, 36): Cristo appunto, cioè re e sacerdote per gli uomini sottomessi all’autorità e per quelli in favore dei quali offre i sacrifici; Signore poi per coloro che non dubitano di servire. E assolutamente non sbaglierai spiegando così le cose dette su di lui in modo relativo.

Dal trattato Esposizioni sui Salmi di Agostino di Ippona

(n. 354, + 430) (Sal. 93, 8: CCL 39, 1310)

 Chi sono i superbi? Coloro per i quali è poca cosa fare il male, e pretendono di scusare le loro malefatte. E infatti, riguardo a coloro che avevano crocifisso il Cristo, furono fatti più tardi dei miracoli, allorché credettero dallo stesso numero dei giudei e ottennero il perdono d’avere sparso il sangue di Cristo. Avevano mani sacrileghe e bagnate del sangue di Cristo: le lavò colui del quale essi avevano versato il sangue. Coloro che s’erano accaniti contro il suo corpo mortale, che vedevano, furono aggregati al suo corpo che è la Chiesa. Versarono il proprio prezzo, per bere il proprio prezzo: e infatti dopo molti si convertirono (cfr At 4, 4).

      Questo tra gli stessi crocifissori del Signore! Infatti, vedendo compiersi dei miracoli nel nome di quel Cristo che essi pensavano di avere eliminato per sempre, impressionati per i miracoli, udirono da Pietro in nome di chi venissero compiuti. I servi infatti non vollero arrogarsi la potenza del loro Signore, per non ascrivere a se stessi ciò che egli compiva per loro mezzo. Diedero quindi, questi servi, onore al loro Signore e dissero che le cose di cui si meravigliavano erano compiute nel nome di quel Gesù che essi avevano crocifisso. E divennero umili, si pentirono e si turbarono confessando il loro peccato. Chiesero poi consiglio, dicendo: Cosa dobbiamo fare? Non disperano della salute, ma ricercano la medicina. E Pietro rispose loro: Fate penitenza e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome del Signore nostro Gesù Cristo (At 2, 37-38). Coloro che fecero penitenza furono umili, e per questo non fu loro inflitto il castigo dovuto.

Seconda lettura

            1 Pt 2, 20b-25

  Dai Carmi  di Paolino di Nola

(n. 353 ca., + 431) (Car. 27: CSEL 302, 275)

 Cristo nella croce è dolce, poiché il nostro Dio, che è la vita, dall’albero trasse la vita; la mia vita fu sospesa al legno affinché la mia vita rimanesse per Dio. O Cristo, che sei la vita, che cosa ti offrirò in cambio della mia vita se non prendere il calice della salvezza (cfr Sal 116, 13) in cui la tua destra mi invita a bere perché sia purificato nel santo lavacro della morte preziosa? Ma che potrò fare? Neppure se consegnassi il mio corpo al fuoco (cfr 1 Cor 13, 3) e mi umiliassi innanzi a me stesso, neppure se spargessi il mio sangue, potrei pagare il mio giusto debito a te, perché ti offrirei me per il mio riscatto e qualunque cosa farò a mia volta rimarrò sempre inferiore a te, o Cristo, poiché tu, soffrendo per le iniquità dei tuoi servi, hai pagato i miei, non  i tuoi debiti (cfr 1 Pt 2, 21-24). Quale amore potrebbe mai ricompensarti? Ecco, a quanto più caro prezzo Dio mi ha comprato con la morte in croce? Soffrì e fu abbattuto a immagine di uno schiavo per riscattare col sangue prezioso noi vilissimi servi (cfr 1 Pt 1, 19).

Dal trattato Sui Salmi di Didimo il Cieco

(n. 313 ca., + 398 ca.) (Sal. 48, v. 6: PG 39, 1385)

 Dunque, come prezzo di redenzione della nostra anima è stato dato il sacro e preziosissimo sangue del nostro Signore Gesù Cristo. Pertanto siamo stati comprati a caro prezzo.

Se poi l’uomo non redime, non è il solo uomo che ci redime, né ebbe bisogno di dare a Dio l’espiazione per se stesso. Perciò non fece peccato né fu trovato inganno sulla sua bocca (cfr 1 Pt 2, 22). Egli ci redime né con un prezzo né con doni, secondo Isaia (cfr 52, 3), ma nel proprio sangue, non noi fratelli, ma diventati a lui nemici con i peccati. E dopo la libertà che si degnò di darci, ci chiama anche suoi fratelli. Dice infatti: Annunzierò il tuo nome ai fratelli (Sal 22, 23; Eb 2, 12), non secondo la natura della divinità con la quale siamo stati redenti, ma secondo l’indulgenza della grazia, non avendo bisogno di espiazione, dato che lui stesso era lo strumento di propiziazione. Era infatti conveniente per noi un tale sommo sacerdote, santo, innocente, senza macchia, e con le realtà in aggiunta a ciò (cfr Eb 7, 26). Questi, essendo egli stesso la via e la natura indefessa, sostenne i travagli in questo mondo.

Vangelo

Gv 10, 1-10

 Dai Commentari sull’Esodo di Procopio di Gaza

(n. 465, + poco dopo il 530) (PG 87/1, 576)

Mosè convocò tutti gli anziani dei figli d’Israele, eccetera (Es 12, 21). Da una parte per primo il Signore rivelò a Mosè e ad Aronne la regola sulla Pasqua, dall’altra per secondo Mosè diede istruzioni mediante lo spirito in lui non a tutti i figli d’Israele, ma soltanto agli anziani, trasmettendo similmente nella maggior parte delle cose se non il fatto che  esorta a preparare un fascicolo d’issopo, affinché tutte le sporcizie vengano gettate via. Comanda di ungere l’architrave e i due stipiti con questo sangue contaminato. Gli stipiti indicano invero l’ira e la cupidigia, l’architrave preannunzia la ragione. Inoltre ammonisce coloro che celebrano il convito pasquale a non metter fuori le teste negli ingressi. Se qualcuno cerca qui il senso allegorico, ricorderà che gli ingressi o piuttosto la porta è Cristo. Egli infatti dice: Io sono la porta (Gv 10, 7). La casa è la Chiesa. Da questi nessuno, che desideri diventare padrone di sé, si separi, non soltanto riguardo al luogo, ma anche conoscendo e facendo le cose che vengono comandate nella Chiesa. Questo passo può essere esposto diversamente secondo la proporzione di quanto viene predicato sulla sinagoga. Come infatti l’anima si deve raccogliere né si deve permettere ad essa di vagare in occupazioni esteriori, così nessuno esca da se stesso. In realtà esce dalle porte chiunque sia agitato dagli affetti, dovendo raccogliere la mente e contenere la ragione nella nicchia della mente fino al tempo mattutino.

 

Dai Frammenti sulla Genesi di Ippolito di Roma

(+ poco dopo il 236) (PG 27, 191)

Egli bagnerà nell’olio il suo piede (Dt 33, 24). Metaforicamente non significa altro che quanto è avvenuto nella passione. Poiché il sangue, che scorse dai suoi fianchi (cfr Gv 19, 34), attraverso il quale ci è stata narrata la misericordia, bagnò i piedi del Signore, affinché il segno rosso dell’Esodo su di lui, allora, apparisse realizzato, la piccola porta della vita (cfr  Gv 10, 7-9) fosse significata, il sangue dell’Agnello, per coloro che credono, venisse unto sui due stipiti della porta e lo sterminatore, per mezzo di lui, fosse messo in fuga (cfr Es 12, 3. 7. 13. 22. 23). Egli bagnerà nell’olio il suo piede, cioè nel sangue, per annunciare anticipatamente, tramite questo, che è stata fatta misericordia a tutti gli uomini.

Da “La spiritualità del prezioso sangue in un paese del terzo mondo (Cile)” di Barry Fischer, CPPS (in Achille M. Triacca [a cura],  Il mistero del Sangue di Cristo e l’esperienza cristiana, “Sangue e vita” 1/I, ed. Pia Unione Prez.mo Sangue, Roma 1987, 478-479)

Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza (Gv 10, 10). E’ “il Signore della Vita”, il primo Risuscitato che si alza dal sepolcro vincitore della sua morte e di tutte le morti. Vincitore del peccato e di tutte le sue conseguenze.

La Chiesa ha ricevuto lo Spirito di lui per svolgere il suo compito nel mondo e essa si sa convocata dal suo Signore per scegliere la vita, come lui. Accoglie dalle mani di lui la vita dell’umanità indebolita o ammalata e vuole aiutarla a ristabilirsi, mentre aspetta la venuta del Signore. Essa vuole annunciare il Dio della vita a tutti gli uomini, vuole difenderla e celebrarla come la migliore risposta che possa offrirsi al Paese, prostrato a causa di tanta morte.

Questa scelta per la vita deve esprimersi in tre linee pastorali fondamentali costituenti come tre “idee-forza”, che devono essere presenti in tutto il lavoro pastorale:

- La scelta preferenziale per i poveri.

E’ il modo nuovo e originale che ha il Signore per chiamare alla salvezza tutti gli uomini e che contiene allo stesso tempo tre aspetti complementari: vivere nello stile di Gesù, avendo come programma di vita le beatitudini, per essere segni del Regno in un mondo portato al potere e alla ricchezza; servire i poveri con la promozione umana, integrale e solidale; guardare alla vita dall’ottica dei poveri.

- La riconciliazione nella verità.

Per l’uomo e per il mondo, feriti dal peccato, la Chiesa è inviata come “segno e strumento di unione”. E’ la missione permanente della Chiesa che si fa più urgente nella realtà attuale del mondo. Vuole essere strumento di riconciliazione nella verità, perché soltanto la Verità vi farà liberi (Gv 8, 32).

- La formazione delle persone.

Vivere la scelta preferenziale per i poveri e assumere il cammino della riconciliazione richiede a noi un terzo impegno: la formazione integrale delle persone, la cui prima opzione sia Gesù Cristo e il suo vangelo. Siamo chiamati a formare nella comunità ecclesiale una “persona nuova” profondamente umana, cristiana, discepola, che si metta a servizio del  Regno, testimone convinta e convincente, missionaria, che s’impegni instancabilmente per costruire la “cultura della vita”, lavorando per la liberazione integrale del popolo e la trasformazione della società.

 

 
 

5ª DOMENICA DI PASQUA

Prima lettura

At 6, 1-7

 Dal trattato Sul profeta Ezechiele di Girolamo di Stridone

(n. 331 ca. o 347 ca., + 419) (Lib. 13: CCL 75, 638)

Stefano, il primo dei sette scelti per il servizio del Signore (cfr At 6, 5). Egli, con la cui sapienza e dottrina nessuno poteva competere, fu seppellito dai giudei con pietre (cfr At 7, 59). Offerto come vittima, appartiene alle primizie dei martiri, che la passione di Cristo ha poi coronato.

Seconda lettura

1 Pt 2, 4-9

 Dal Commentario su Matteo di Origene di Alessandria

(n. 185 ca., + 253) (21: GCS 43, 546-547)

Ora, poi, ritengo che il tempio (1 Pt 2, 5) costruito con pietre vive è la Chiesa, e che in essa ci sono alcuni che non vivono come nella Chiesa, ma che militano come secondo la carne (2 Cor 10, 3), i quali, con la loro malvagità, della casa di preghiera  costruita con pietre vive fanno una spelonca di ladri (Mt 21, 13). Chi infatti, avendo considerato i peccati commessi in alcune chiese da tali cristiani che ritengono che la pietà degli altri sia un guadagno (1 Tm 6, 5), e che, dovendo vivere soltanto dal vangelo (1 Cor 9, 14), veramente non fanno questo, ma acquistano ricchezze e ingenti proprietà, non dice che il tanto grande mistero della Chiesa sia diventato una spelonca di ladri? Di modo che, sui peccati commessi nel tempio vivo che egli ha edificato, Gesù dica ciò che così viene tratto dai salmi: Quale utilità nel mio sangue, mentre scendo nella corruzione (Sal 29, 10: Vulgata)?

Dalle 124 omelie sul Vangelo di Giovanni

di Agostino di Ippona

(n. 354, + 430) (Om. 52, 13: CCL 36, 451)

Gesù dunque disse loro: Ancora per poco la luce è in voi. E’ da qui che potete comprendere che il Cristo rimane in eterno. Camminate dunque mentre avete la luce affinché non vi sorprendano le tenebre (Gv 12, 35). Camminate, avvicinatevi, cercate di comprendere il Cristo tutto intero: il Cristo che morirà e vivrà in eterno, che verserà il sangue per redimere e ascenderà in alto dove conduca anche noi. Se invece credete solo nell’eternità di Cristo, negando in lui l’umiltà della morte, vi avvolgeranno le tenebre. E chi cammina nelle tenebre, non sa dove va (ib.), e può inciampare nella pietra d’inciampo e nella pietra dello scandalo, quale fu il Signore per i ciechi giudei; mentre per i credenti questa pietra, scartata dai costruttori, diventò pietra d’angolo (cfr 1 Pt 2, 6-8).

 

Vangelo

Gv 14, 1-12

 Dalle Lettere festali di Atanasio di Alessandria

(n. 295 ca., + 373) (Lett. 4, 3: PG 26, 1377-1378)

E ora, dopo che è stato ucciso il tiranno nemico di tutto il mondo, non ci troviamo in alcun modo, fratelli miei, in una festa temporanea, ma in quella eterna e celeste: che noi non preannunziamo con figure, ma compiamo nella realtà.

Allora celebravano il giorno di festa col mangiare la carne di un agnello irragionevole e, avendo unto gli stipiti con il suo sangue, mettevano in fuga lo sterminatore. Ora invece, quando mangiamo il Verbo del Padre e segniamo le labbra dei nostri cuori con il sangue del nuovo testamento, riconosciamo la grazia dataci dal Salvatore che dice: Ecco, io vi ho dato il potere di camminare sopra i serpenti e le vipere e sopra ogni potenza del nemico (Lc 10, 19). La morte non dominerà oltre, ma la vita è succeduta alla morte, poiché lo stesso Signore dice: Io sono la vita (Gv 14, 6). Cioè ora tutte le cose traboccano ed esultano di gioia, come è stato già scritto: Il Signore regna, esulti la terra (Sal 97, 1). Allora regnava la morte, quando piangevamo sedendo sulle rive dei fiumi di Babilonia, e ci rattristavamo nell’amarezza della prigionia. Ora invece, distrutti la morte e il regno dell’avversario, tutte le cose si sono riempite di letizia e di gioia.

Dal trattato Esposizioni sui Salmi di Agostino di Ippona

(n. 354, + 430) (Sal. 127, 8: CCL 40, 1872)

A quali occhi Cristo si manifesterà bello? Agli occhi quali Cristo stesso cercava quando diceva a Filippo: Da tanto tempo sono in mezzo a voi e non mi avete visto (Gv 14, 9)? Occorre purificare questi occhi, perché siano in grado di vedere quella luce. Penetrati, sia pure in modo ridotto, dal suo splendore, vengono infiammati dall’amore per desiderare la guarigione e per diventare illuminati. La bellezza di Cristo supera quella di ogni altro uomo (cfr Sal 45, 3). Noi cosa amiamo in Cristo? Le membra crocifisse, il petto squarciato, o l’amore? Quando sentiamo che egli ha patito per noi, cosa amiamo? E’ l’amore che viene amato.
 

 

6ª DOMENICA DI PASQUA

 Prima lettura

At 8, 5-8. 14-17

 Dalle Costituzioni dei santi Apostoli per mezzo di Clemente

di Anonimo (fine 4 sec.) (Lib. 2, 32, 2: SC 3201, 252-254)

Se infatti l’oracolo divino dice dei parenti secondo la carne: Onora tuo padre e tua madre, affinché ti sia bene (Dt 5, 16), e: Chi maledice il padre o la madre venga messo a morte (Es 21, 16), quanto più sui padri spirituali la Parola vi ammonisce a onorarli e ad amarli, come benefici e ambasciatori verso Dio! Essi che vi hanno rigenerato per mezzo dell’acqua (cfr Gv 3, 5), che vi hanno riempiti dello Spirito Santo (cfr At 8, 15), che vi hanno allattati con la Parola (cfr 1 Cor 3, 2), che vi hanno educati con l’insegnamento, che vi hanno resi stabili con le ammonizioni, che vi hanno resi degni del corpo salutare e del sangue prezioso (cfr 1 Pt 1, 19), che vi hanno assolti dai peccati (cfr Mt 18, 18) e vi hanno fatto partecipi della santa e sacra eucaristia, che vi hanno costituiti consorti e coeredi della promessa di Dio (cfr Ef 3, 6).

Seconda lettura

     1 Pt 3, 15-18

 Dal trattato Ancora della fede di Epifanio di Salamina

(n. 315 ca., + 403) (93: PG 43, 185-188)

Il Signore, venendo, ha assunto la carne dalla nostra carne, e Dio Verbo si è fatto uomo simile a noi, affinché con la divinità ci desse la salvezza, e nella sua umanità patisse per noi uomini, dissolvendo la passione con la passione e uccidendo la morte con la propria morte. E la passione fu ascritta alla divinità, benché la divinità fosse impassibile, essendo così piaciuto al santo e impassibile Dio Verbo che veniva.

E’ appunto quel tipo di immagine come se uno avesse indossato una veste, e che il sangue sparso nella veste la macchiasse in modo tale che non è giunto al corpo di chi la indossa; si attribuisce in realtà la macchia di sangue a colui che indossa l’abito. Così il Cristo ha patito nella carne, dico nello stesso uomo del Signore, che lo stesso santo Dio Verbo si è formato venendo dai cieli. Come dice il santo Pietro: Ucciso quanto alla carne, ma vivificato quanto allo spirito (1 Pt 3, 18); e di nuovo: Avendo dunque Cristo sofferto nella carne per noi, armatevi anche voi del medesimo sentimento (1 Pt 4, 1). Come il sangue sulla veste viene attribuito a colui che la porta, la passione della carne è stata attribuita a lui nella divinità, benché essa non abbia sofferto nulla, affinché il mondo non avesse la speranza nell’uomo, ma nell’uomo del Signore, avendo voluto la divinità attribuire a se stessa la passione, affinché l’impassibilità dalla divinità diventasse salvezza per il mondo; e affinché la passione avvenuta nella carne venisse attribuita alla divinità, benché essa non abbia sofferto nulla, e venisse adempiuta la Scrittura che dice: Se infatti l’avessero conosciuta, non avrebbero mai crocifisso il Signore della gloria (1 Cor 2, 8).

 

Dal trattato Sull’adorazione e il culto in spirito e verità

di Cirillo di Alessandria 

(n. 370-380, + 444) (Lib. 17: PG 68, 1068-1069)

E viene immolata la pecora, o meglio dai capri; e appunto la pecora, a motivo della sua singolare mansuetudine, innocenza e fecondità: Infatti è stato condotto all’immolazione come una pecora, e come un agnello muto davanti al suo tosatore (Is 53, 7). Agnello poi, per il fatto che è stato immolato per noi e che è stato consegnato per i nostri peccati, secondo le Scritture (cfr 1 Pt 3, 18; 1 Gv 2, 2).

Viene immolato poi da tutta la moltitudine: infatti è morto per tutti, affinché coloro che offrono l’agnello per la loro salvezza sappiano di essere stati comprati a gran prezzo e che non appartengono a se stessi, ma che uno è morto per tutti, affinché quanti vivono non vivano più per se stessi, bensì per colui che è morto e risorto per loro (cfr 2 Cor 5, 15). Dal momento infatti che è stato consegnato per i nostri delitti, si dice che è morto per noi. E anche per questo siamo noi che lo immoliamo. Infatti coloro per i quali egli è morto sono chiaramente gli operatori quasi della sua passione, benché essa sia stata perpetrata da altri.

VANGELO

     Gv 14, 15-21

 Dal trattato La Trinità di Ilario di Poitiers

(n. tra il 310 e il 320, + 367) (Lib. 8, 14-15: CCL 62a, 326-327)

 Infatti dice: Perché la mia carne è veramente cibo e il mio sangue è veramente bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui (Gv 6, 55-56).

Della verità della carne e del sangue non è stato lasciato motivo di dubbio. Ora, infatti, sia per la dichiarazione del Signore stesso, sia per la nostra fede, è veramente carne e è veramente sangue. E queste cose, ascoltate e assimilate, fanno sì che noi siamo in Cristo e Cristo in noi. Forse ciò non è verità? Che non sia vero valga pure per quanti negano che sia vero Dio. Egli è dunque in noi per mezzo della carne in lui; mentre ciò che noi siamo con lui, è in Dio.

Che noi siamo in lui grazie al sacramento della comunione della carne e del sangue, lo testimonia egli stesso quando dice: E questo mondo più non mi vedrà; ma voi mi vedrete, perché io vivo e voi pure vivrete: poiché io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi (Gv 14, 19-20). Se avesse voluto che s’intendesse soltanto l’unità della volontà, perché avrebbe mostrato una sorta di gradualità e di ordine nel compimento dell’unità se non perché, essendo egli nel Padre per la sua natura divina e noi, al contrario, in lui per la sua nascita umana, anch’egli, a sua volta, fosse creduto in noi per il mistero dei sacramenti; e perché così si dimostrasse la perfetta unità grazie al mediatore, dato che, rimanendo noi in lui, egli rimane nel Padre e, rimanendo nel Padre, rimane in noi; e così progredissimo verso l’unità del Padre, affinché, essendo egli in lui per natura in seguito alla nascita, fossimo anche noi in lui per natura, restando egli stesso in noi per natura?

 Dal trattato Esposizioni sui Salmi di Agostino di Ippona

(n. 354, + 430) (Sal. 90, 13: CCL 39, 1277-1278)

Lo stesso Signore  dice nel vangelo: Chi ama me è amato dal Padre mio e io lo amerò (Gv 14, 21). E come se qualcuno gli avesse chiesto: Che cosa darai a chi ti ama?, risponde: Mostrerò me stesso a lui. Desideriamo e amiamo; ardiamo d’amore, se siamo la sposa. Lo sposo è assente: usiamo pazienza! Verrà colui che desideriamo. Ha dato un tanto pegno: la sposa non tema di essere abbandonata dallo sposo. Lo sposo non rinunzierà al suo pegno. Quale pegno ha dato? Ha versato il suo sangue. Quale pegno ha dato? Ha mandato lo Spirito Santo. Potrà lo sposo rinunziare a tali pegni? Se non avesse amato, non avrebbe dato questi pegni. E’ certo quindi che ama. Amassimo anche noi così! Nessuno ha amore più grande che dare la vita per i propri amici (Gv 15, 13); ma in qual modo possiamo noi dare la nostra vita per lui? Chiunque dà la vita per il fratello, la dà a Cristo (cfr 1 Gv 3, 16); così come quando nutre un fratello, nutre Cristo: Ciò che avete fatto a uno dei miei più piccoli, lo avete fatto a me (Mt 25, 40).

 

 

 

ASCENSIONE DEL SIGNORE

Prima lettura

At 1, 1-11

 Dal trattato Sull’Ascensione del Signore nostro Gesù Cristo

di Giovanni Crisostomo di Antiochia

(n. 347, + 407)  (11: PG 52, 783-784)

Apparendo loro per quaranta giorni e parlando del regno di Dio. E mentre si trovava a tavola, ordinò loro di non allontanarsi da Gerusalemme, ma di attendere la promessa del Padre, ‘quella che avete udito da me’ (At 1, 3-4). O grande tolleranza del Salvatore! o grande bontà! o ineffabile umanità! Sia, o Signore, che tu abbia vissuto e  mangiato con i discepoli prima della passione; perché hai mangiato insieme dopo la risurrezione? Affinché con queste cose, dice, rendessi sicuro Tommaso dopo la risurrezione. Se infatti dopo che ciò è avvenuto ci sono alcuni che anche adesso non credono alla risurre­zione, se ciò non fosse avvenuto, se non avesse mangiato e bevuto con loro, chi avrebbe frenato le loro bocche scatenate dall’osare di dire qualunque cosa sull’economia del Salvatore?

Da qui abbiamo imparato a onorare la divina e mistica mensa. Infatti spesso la mensa ha corretto ciò che il discorso non aveva emendato. Spesso migliaia di conciliatori non hanno sciolto neppure una inimicizia, mentre una mensa ha sedato le guerre. Ricevi  l’argomento da quanto è preceduto. Non cessavamo di essere nemici di Dio facendo guerra alla parola divina, come dice Paolo: Essendo nemici, siamo stati riconciliati con Dio per mezzo della morte del Figlio suo (Rm 5, 10). Eravamo nemici. Fu inviata la legge e non ha riconciliato; vennero i profeti e non hanno persuaso; ma rimasero i nemici e gli avversari di Dio. Ci furono molti tiranni contro la verità, molti nemici di Dio contro la religione, molti discorsi, molte dottrine, e non sedarono la guerra. E’ venuto il Cristo, ha stabilito la sua mensa, ha proposto se stesso in cibo e ha detto: Prendete, mangiate (Mt 26, 26), e subito ha sciolto la guerra e ha arrecato la pace. In Egitto flagella i nemici di Dio e nessuno ubbidisce; percuote i tiranni e nessuno dà ascolto. Allora propone se stesso in cibo, e tutti arrossiscono e danno ascolto. Non persuadeva con i flagelli, e persuade mangiando; mangiando, dirò, nella mistica mensa. Infatti dice: Io sono il pane  che è disceso dal cielo e che dà la vita al mondo (Gv 6, 41. 33). E stando a tavola parlava con loro sul regno di Dio.

Seconda lettura

Ef 1, 17-23

 Dal trattato Raccolta di omelie di Eusebio Gallicano

(sec. 7) (Om. 9, 3. 8: CCL 101, 102. 105)

     Intendi che è tutto suo: con il suo cielo vieni coperto, dal grembo della sua terra sei sostenuto, ti pasci della sua aria e sei vivificato con la partecipazione  di un’aria vitale, godi della sua luce e del suo servo sole, il suo giorno ti asseconda per la giocondità e la notte per la quiete. Egli che, dopo tante cose, ti ha dato se stesso (cfr Fil 2, 7. 8) allorché ti ha redento a così caro prezzo (cfr 1 Cor 6, 20; 7, 23; 1 Pt 1, 18-19), egli che ha procurato tali cose al servo, quali non preparerà, vinta la macchia del peccato, a colui che è ormai libero! egli che ha recato tanto al giacente, quanto non recherà al risorgente! egli che ha dato tanto a colui che stava per morire, quanto non elargirà all’eterno!

     “E’ asceso al cielo, siede alla destra del Padre onnipotente” (cfr Ef 1, 20). E’ asceso pertanto al cielo con la nostra carne: e ha posto l’uomo redento non alla sinistra del Padre, dove saranno coloro che devono essere condannati, ma lo ha collocato alla destra (Mt 25, 33), dove staranno coloro che dovranno essere glorificati, cioè alla felicità e beatitudine del Padre, affinché le membra (Rm 12, 5; Ef 5, 30) credano di seguire lì dove è salito il capo (Ef 1, 22).

 

Dalle Lettere di Paolino di Nola

(n. 353 ca., + 431) (Lett. 42, 4: CSEL 29, 362)

     Allora veramente saremo felici della tua carità, se otterrai che non siamo dissimili dalla tua carità. In ciò tuttavia non dirigiamo l’aspirazione quasi superba fino a sperare di toccare l’apice del tuo merito, ma affinché esaminiamo attentamente le impronte della verità, racchiusi dal fine della salvezza secondo il modello della tua fede lungo un cammino diritto; e sia per noi fine egli che è inizio, capo e fondamento del suo corpo (cfr Ef 1, 22; 4, 15; 5, 23), Cristo, la pietra, quella pietra che, tra i deserti di questo mondo, ci segue assetati di giustizia con una sorgente che non ci abbandona e ci rinfresca con dolce bevanda, affinché non siamo bruciati dal fuoco dei desideri carnali, quella pietra, fondata sulla quale la casa non crolla e quella pietra che, trafitto il fianco dalla lancia, stillò acqua e sangue (cfr Gv 19, 34), per versare sorgenti per noi ugualmente portatrici di salvezza, l’acqua della grazia e il sangue del sacramento, in quanto e la sorgente della nostra salvezza e il prezzo sono la stessa cosa.

Vangelo

Mt 28, 16-20

 Dal trattato Storia ecclesiastica e contemplazione mistica

di Germano di Costantinopoli

(n. tra 631-649, + verso 733) (PG 98, 433)

Egli stesso ha detto: Questo è il mio corpo, questo è il mio sangue (Lc 22, 19; Mt 26, 26. 28). Egli stesso ha anche comandato agli apostoli, e per mezzo di loro a tutta la Chiesa, di fare questo. Infatti dice: Fate questo in mia memoria (Lc 22, 19). Non avrebbe comandato di fare questo se non avesse dato la forza per poter fare questo. E qual è la domanda? Lo Spirito Santo, la forza che dall’alto fortificò gli apostoli, secondo quanto detto loro dal  Signore: Restate nella città di Gerusalemme finché non siate rivestiti di potenza dall’alto (Lc 24, 49). Questa è  l’opera di quel ritorno: infatti egli, andato una volta per sempre, in seguito non ci ha abbandonati, ma è con noi e lo sarà in perpetuo, in eterno. Questo compie i misteri attraverso le mani e la lingua del sacerdote; e il nostro Signore non solo ci ha mandato lo Spirito Santo affinché rimanga con noi, ma anch’egli ha promesso di restare con noi fino alla consumazione del mondo (Mt 28, 20). Ma il Paraclito è presente invisibile, poiché egli non ha portato un corpo. Il Signore invece e si vede e sopporta il tatto mediante i tremendi e sacri misteri, come colui che ha preso la nostra natura e che la porta nei secoli.

Da “Il  sangue di Cristo e la crescita della comunità cristiana” di Dalmazio Mongillo (in Achille M. Triacca [a cura],  Il mistero del Sangue di Cristo e l’esperienza cristiana, “Sangue e vita” 1/I, ed. Pia Unione Prez.mo Sangue, Roma 1987, 271-275)

Favorire l’unione nella fede e nei sacramenti al sangue di Gesù Cristo, è missione e responsabilità per tutta la Chiesa e, in particolare, per coloro che in essa, per vocazione specifica, si relazionano a questo mistero. I doni di Dio sono per tutto il popolo: vengono conferiti ad alcuni per il bene di tutti.

L’esperienza prevalente che oggi si ha del sangue è quella del sangue versato per odio, per vendetta, e in questo contesto dobbiamo proclamare il dono salvifico del sangue di Gesù Cristo versato per amore.

Se la rivelazione afferma che il sangue è donato per la remissione dei peccati, lasciarsi aspergere da esso significa cooperare affinché il processo della riconciliazione perseveri fino al compimento, impegnarsi perché le ingiustizie siano superate e l’affidamento a Dio diventi effettivo. Il peccato oggi assume proporzioni e dimensioni sempre più  radicali e distruttive e le stesse omissioni diventano gravide di conseguenze. Diventa urgente rendere conto della speranza, essere credibili nel proclamare che “non siamo fatti per la morte, ma per la vita. Non siamo condannati alle divisioni e alle guerre, ma chiamati alla fraternità e alla pace. Non siamo creati da Dio per l’odio e la diffidenza, ma fatti per l’amore di Dio, per Dio; che per l’umanità c’è una via che conduce alla civiltà della condivisione, della solidarietà e dell’amore, ad una civiltà che è la sola degna dell’essere umano. Ci proponiamo di lavorare con tutti all’attuazione di questa civiltà dell’amore che è il disegno di Dio per l’umanità, in attesa della venuta del Signore” (Sinodo 1985).

Perché questo non resti un programma che prima accresce le illusioni e poi rende più disperate e rabbiose le delusioni, occorre assecondare la paideia di Dio relativa alla vittoria sul male. Il superamento del peccato non è un miracolo, passa attraverso la conversione del cuore e lo smantellamento delle strutture ingiuste. E poiché il sangue di Gesù Cristo è sparso per questo, dobbiamo rinviare ad esso, parlare di esso, entrare nel dinamismo di grazia che esso suscita.

Nella luce del Cristo si percepisce, in tutta la sua forza, la resistenza che l’umanità oppone alla vita in Dio.

Gesù è colui nel quale Dio riconcilia il mondo con sé. La storia dell’umanità, letta in Gesù Cristo, è la storia della riconciliazione del mondo con Dio; è la storia del piano di Dio e del superamento del disordine introdotto dal peccato. Gesù Cristo glorificato attira la storia nella via della liberazione dal peccato e della iniziazione alla vita trinitaria.

I misteri del Cristo ci fanno penetrare la via attraverso la quale egli porta avanti questa sua missione e, insieme, segnano le condizioni della nostra partecipazione alla sua vita. Il mistero del sangue fa vedere tutto nella prospettiva del consenso, dell’ubbidienza al disegno del Padre, dell’amore nel quale ci lasciamo riconciliare all’amore del Padre e dell’umanità.

La vulnerabilità alle situazioni disumanizzanti che falsano la condizione umana è la ferita da cui sgorga il sangue che vivifica le inventive e le iniziative di liberazione della comunione con Gesù Cristo nel suo sangue.

Il sangue di Gesù vivifica la fame e la sete della giustizia, accresce le energie negli operatori di pace, nutre l’inventiva e l’iniziativa di coloro che si fanno carico della trasformazione delle situazioni disumanizzanti. Il rapporto con Gesù Cristo si struttura di parola ascoltata, interiorizzata e proclamata; di celebrazione e di trasformazione della realtà.

Distratti, superficiali e indifferenti quali siamo, non valutiamo né la vitalità dell’unione con Dio, né la gravità e l’iniquità delle resistenze che la contrastano. Non riusciamo a prendere sul serio il problema del male. Quando esso ci coglie e ci attanaglia, ci ammutolisce, ci intristisce, ci imprigiona nella nostra solitudine; quando ci circonda, scatena il verbalismo delle analisi, delle critiche e la virulenza delle accuse e delle condanne. E il male resta e si ingigantisce e, nonostante l’esempio, la forza vitale, la luce che ci viene dal mistero del sangue di Gesù Cristo, ci troviamo sempre impreparati ad affrontarlo. Il sangue di Gesù Cristo è il segno che indica in tutti i tempi la radicalità del conflitto che l’odio muove contro l’amore, la divisione contro l’unione; la disperazione contro la speranza; l’infedeltà contro la fedeltà. Solo se aspersi dal sangue di Gesù Cristo, uniti a lui nel mistero del suo corpo e del suo sangue, la fedeltà trova il nutrimento e lo stimolo che porta a perseverare nella speranza contro la speranza. La speranza della Chiesa è “rigenerata” nel Cristo e essa è vita da vivere, fiducia da condividere, certezza di cui render conto, forza donata per diventare testimonianza. La rinascita, la rigenerazione della speranza è il processo più straordinario che l’essere umano è chiamato a sperimentare: ognuno lo vive da solo, ma ognuno lo vive nella disponibilità ad accogliere e condividere comunione. Annunziare il sangue di Gesù Cristo significa proclamare, con un’esistenza eloquente, la via del bene umano in Dio, della riconciliazione e della pace nel mondo.

Il sangue è celebrato quando e da chi lo beve, lo accoglie e si lascia trasformare in creatura nuova e cioè in persona che non ha paura di restare immersa nel mondo del peccato, non si limita ad esorcizzarlo, lo assume e lo devitalizza a contatto della sua inventiva di amore, affettivamente ed effettivamente sincero. Il sangue sano risana quello malato a condizione che esso resti sano, e cioè vivificato dal principio vitale della sua sorgente viva e vivificante.

Illustrare questo processo è rinviare a colui nel quale esso è vero, sostenere nel vivere e nel perseverare nella comunione con lui è dono, vocazione e missione di tutti coloro che credono nel mistero del sangue di Cristo.

 

 

 

7ª DOMENICA DI PASQUA

 

 Prima lettura

At 1, 12-14

 Dal trattato Omelie su Geremia di Origene di Alessandria

(n. 185 ca., + 253) (Om. 19, 13: SC 238, 228-230)

E’ un bene l’essere al piano superiore, un bene l’essere sulla terrazza e trovarsi in un luogo alto. Anche gli ammirevoli apostoli, come si racconta nei loro Atti, quando riuniti in un luogo si dedicavano alle preghiere e alla parola di Dio, erano al piano superiore (At 1, 13), e dal momento che erano al piano superiore, non erano giù; per questo videro ripartirsi su di loro lingue come di fuoco (At 2, 3).

Così Pietro, quando rivolgeva la preghiera a Dio, salì sulla terrazza (At 10, 9), e se non fosse salito sulla terrazza, non avrebbe visto scendere  dal cielo  un oggetto simile a una tovaglia calata per i quattro capi (At 10, 11) dal cielo.

Così anche Gesù, stando per celebrare  questa festa, di cui noi compiamo il simbolo, la Pasqua, con i discepoli, chiedendo essi: Dove vuoi che ti prepariamo la Pasqua?, disse: Andando vi verrà incontro un uomo, portando una brocca d’acqua; seguitelo, egli vi mostrerà una grande sala al piano superiore, arredata, spazzata e pronta: là preparate la Pasqua (Mt 26, 17; Mc 14, 12-15; Lc 22, 8-12). Nessuno dunque che fà la Pasqua come Gesù vuole, è al di sotto della sala al piano superiore, ma se qualcuno celebra con Gesù, è sopra nella grande sala al piano superiore, nella  sala al piano superiore spazzata, nella sala al piano superiore adornata e pronta. E se tu sali con lui per celebrare la Pasqua, egli ti dà la coppa della nuova alleanza, ti dà anche il pane di benedizione (cfr 1 Cor 10, 16), ti fà dono del suo corpo e del suo sangue. Per questo vi esortiamo: Salite sulle altezze (cfr Is 37, 24; 40, 9), levate i  vostri occhi verso le altezze (Is 37, 23). E anche a me, quando insegno la Parola di Dio, la Parola dice: Sali su un alto monte, tu che evangelizzi Sion; alza la tua voce con forza, tu che evangelizzi Gerusalemme; elevatevi, non temete (Is 40, 9).

Seconda lettura

     1 Pt 4, 13-16

 Dal trattato Tre libri a Trasamundo di Fulgenzio di Ruspe

(n. 467, + 532) (Lib. 3, 30, 6-7: CCL 91, 176)

     Quel sommo sacerdote, Gesù, ha condiviso le nostre sofferenze proprio in quanto anche noi condividiamo le sue, come dice il beato apostolo:  Lo Spirito stesso testimonia al nostro spirito che siamo figli di Dio. Ma se figli, anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo, se tuttavia condividiamo le sue sofferenze, per condividere anche la sua gloria (Rm 8, 16-17).

     Anche il beato Pietro ci invita alla grazia di questa condivisione della sofferenza, dicendo: Carissimi, non spaventatevi per l’incendio che si è acceso in mezzo a voi per mettervi alla prova. Non abbiate paura, come se vi capitasse qualcosa di nuovo, ma in quanto partecipate alle sofferenze di Cristo, rallegratevi, perché anche nella rivelazione della sua gloria vi rallegriate esultando (1 Pt 4, 12-13). Quel sommo sacerdote, dunque, sopportando  la realtà della passione nella natura umana, indubbiamente sa compatire le sue membra. Perciò anche il beato Paolo diceva: Per completare quello che manca nella mia carne delle sofferenze di Cristo, a favore del corpo, che è la Chiesa (Col 1, 24).

Vangelo

     Gv 17,  1-11a

 Dal trattato Esposizione o commentario sul Vangelo di Giovanni

di Cirillo di Alessandria

(n. 370-380, + 444) (Lib. 11, cap. 4. 5: PG 74, 480-488)

Poiché tu gli hai dato potere su ogni essere umano, affinché tutto ciò che gli hai dato dia loro la vita eterna (Gv 17, 2).

Ci espone di nuovo anche con questo come Cristo, nel modo della gloria mediante il quale appunto Dio e Padre avrebbe reso glorioso e luminoso il proprio Figlio,  egli stesso sarebbe stato reso glorioso a sua volta dal proprio Figlio. Allarga poi il discorso e rende chiaro l’argomento, per la nostra edificazione e utilità.

Infatti, per Dio e Padre che conosce tutto, che bisogno c’era che venisse edotto sul modo della richiesta? Invoca dunque la clemenza del Padre verso di noi. In realtà, dal momento che è sommo sacerdote delle nostre anime, in quanto è apparso come uomo, benché esistente per natura con il Padre, rende le dispute convenientissime  per noi, affinché crediamo che egli, forzando, è anche ora propiziazione per i nostri peccati e giusto avvocato, secondo la voce di Giovanni (cfr 1 Gv 2, 1-2).

Per questo anche Paolo, volendo che noi siamo in questa disposizione d’animo, scrive: Non abbiamo infatti un sommo sacerdote che non possa compatire le nostre debolezze, ma uno che, per somiglianza, è stato provato in tutto, tranne il peccato (Eb 4, 15). Pertanto, dal momento che è sommo sacerdote in quanto è apparso come uomo, in questo ha anche offerto se stesso vittima immacolata a Dio e Padre quale redenzione della vita di tutti (cfr 1 Tm 2, 6; Eb 9, 14), come una primizia dell’umanità, affinché sia il primo in tutto, come dice Paolo (cfr Col 1, 18). Di nuovo, poi, offre il ricalcitrante genere umano, reso puro dal suo sangue e trasformato alla novità di vita, mediante lo Spirito Santo. E poiché tutte le cose vengono compiute dal Padre per mezzo del Figlio nello Spirito, formula per noi la richiesta dei beni, come mediatore e sommo sacerdote, benché sia cooperatore ed elargitore insieme con il proprio Padre dei divini e spirituali carismi. Cristo infatti distribuisce lo Spirito a chi vuole, secondo la sua volontà e potere (cfr 1 Cor 12, 11).

E questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo (Gv 17, 3).

In che modo Cristo ha detto il vero affermando che la vita eterna è conoscere l’unico e vero Padre e Dio, e con lui il Figlio? La vita è conoscenza, dal momento che partorisce tutta la forza del mistero e reca appunto la partecipazione della mistica eulogia, mediante la quale siamo uniti al vivente e vivificante Verbo. Infatti per questo motivo, credo, Paolo dice che anche i pagani erano concorporali e compartecipi di Cristo (cfr Ef 3, 6), in quanto sono stati fatti partecipi anche della santa carne e sangue di lui. Così si devono intendere anche le nostre membra (cfr 1 Cor 6, 15). Dunque, è vita la conoscenza che reca in queste la benedizione mediante lo Spirito. Egli infatti abita nei nostri cuori (cfr 1 Cor 3, 16), trasformando nell’adozione a figli  coloro che lo ricevono, e plasmandoli nella incorruttibilità e nella pietà mediante la cittadinanza evangelica.


 

 

 

DOMENICA DI PENTECOSTE

 messa vespertina della vigilia

 Prima lettura

     Gen 11, 1-9 

  Dal trattato Omelie contro i giudei di Giacomo di Sarug

(n. 449, + 521) (PO 38, 188-190)

     Se la legge non si spiega spiritualmente, essa non fa che uccidere gli uomini che vi si sottomettono (cfr 2 Cor 3, 6). Essa non avrebbe esigito che tutti i sacrifici di tutta la terra effettivamente fossero ricondotti in una sola città, se non per mostrare che essa era la città del sacrificio supremo, e che in essa, dalle sue macchie, viene puri­ficata l’iniquità del mondo. Egli non avrebbe riunito tutta la terra in una sola città, affinché in essa sola i sacrifici avessero luogo e in nessun modo in un’altra.

     I babilonesi reclamarono che fossero designati con il nome di una sola città (cfr Gen 11, 4), e che non avessero altro paese che quello. Dunque, essi avevano valutato di abitare la terra di Babele, ma il Signore s’irritò contro questo progetto insensato (cfr Gen 11, 5-7). Vedendo che il loro sforzo era loro funesto, egli li disperse (cfr Gen 11, 8-9), affinché una così grande folla non si pressasse in una sola città.

     Se disperse i popoli lontano da Babele, affinché non fossero pressati, perché li riunì a Gerusalemme, per ammas­sarveli? Con il sangue dei sacrifici egli rappresentò l’immagine del delitto del suo Figlio; e a motivo di questo, nel suo luogo, li riunì e li fece venire. Quando con il delitto dell’Unigenito il quadro fu terminato, egli distrusse la città, affinché nessun’altra vittima vi penetrasse. Il Cristo venne, abolì sacrifici e libagioni, e dopo il suo sacrificio nessun altro fu accettato. Fino alla sua venuta, i sacrifici portarono la sua immagine sulla terra; e dopo la sua venuta, immagini e dipinti scomparvero.

 

Opp. Es 19, 3-8a. 16-20b

Dal trattato La città di Dio di Agostino di Ippona

(n. 354, + 430) (Lib. 17, 5 : CCL 48, 565-566)

Che dice dunque costui che è venuto a prostrarsi al sacerdote di Dio e a Dio sacerdote? Accettami in un servizio del tuo sacerdozio per poter mangiare un pane (1 Sam 2, 5). In questo passo il testo indica col sacerdozio il popolo stesso, di cui è sacerdote il mediatore di Dio e degli uomini, l’uomo Cristo Gesù (cfr 1 Tm 2, 5). Soggiungendo: Mangiare un pane, ha espresso con finezza lo stesso tipo di sacrificio di cui afferma il Sacerdote stesso: Il pane che io darò è la mia carne per la vita dell’umanità (Gv 6, 51).  Questo è il sacrificio non secondo l’ordine di Aronne, ma secondo l’ordine di Melchisedek (cfr Eb 7, 11). Poiché aveva affermato precedentemente che aveva dato alla casa di Aronne cibi dalle vittime della vecchia alleanza con le parole: Ho dato in cibo alla casa di tuo padre tutti i sacrifici dei figli d’Israele consumati col fuoco (1 Sam 2, 28) (furono questi i sacrifici dei giudei), qui perciò ha detto: Mangiare un pane, che nella nuova alleanza è il sacrificio dei cristiani (Agostino accenna al sacerdozio dei fedeli, già adombrato in Es 19, 6 e perfezionato nel nuovo testamento: cfr 1 Pt 2, 9; Gv 4, 23; Ap 1, 6; 5, 10).

 Opp. Ez 37, 1-14 

 Dal trattato Catechesi per gli illuminandi

di Cirillo di Gerusalemme

(n. 315 ca., + forse 387) (Cat. 2, 5: PG 33, 389)

Lettura da Ezechiele: E la mano del Signore fu sopra di me e il Signore mi portò fuori in spirito e mi depose nella pianura; e questa era piena di ossa di uomini (Ez 37, 1 ss).

Ci sia permesso di dire anche su di voi: Giubilate, o cieli, ed esulti la terra, perché il Signore ha pietà del suo popolo e consola i poveri del suo popolo (Is 49, 13). Queste cose avverranno per la bontà di Dio, il quale dice a voi. Ecco, dissiperò come nube le tue iniquità, e come caligine i tuoi peccati (Is 44, 22). Dio, essendo ricco di misericordia, per il suo grande amore con il quale ci ha amati, da morti che eravamo per i peccati, ci ha fatti rivivere con Cristo (Ef 2, 4-5). In Cristo abbiamo la redenzione mediante il suo sangue, la remissione dei peccati, secondo la ricchezza della sua grazia (Ef 1, 7).

Opp. Gl 3, 1-5 

Dagli Inni di Efrem il Siro

(n. 306 ca., + 373) (Inno 50: PO 30, 230)

Santifichiamo noi stessi, diletti, e avviciniamoci al pane della vita. Non sono infatti gli azzimi del popolo Israele, né l’agnello che fu in Egitto.

Non ci avviciniamo alle quaglie, né alla manna che fu nel deserto,

né al pane delle offerte, poiché è grandemente più elevato il pane di vita di quei pani delle offerte.

Infatti quelli erano segni e immagini delle future realtà.

Ora, poiché hanno esaurito i loro tempi, diedero spazio alla nostra verità.

Se infatti non fosse venuto il Vero, le iniquità persi­sterebbero, rimarreb­bero.

Da quella abolizione conosciamo che la verità le ha      abolite.

Non che vogliamo gareggiare con il popolo d’Israele, ma vogliamo ammaestrare i pagani,

affinché in questa santità purifichino i propri pensieri, con i quali diventano soci dei profeti.

In realtà per il fatto che è stato detto: Effonderò dal mio Spirito sugli schiavi e sulle ancelle (Gl 3, 1-2; At 2, 17-18),

oggi si sono realizzati gli eventi di quelle cose promesse anticamente.

Ormai negli schiavi e nei liberi e nei fanciulli alloggia Dio,

poiché colui che è degno della carne, mediante la carne diventa degno del Figlio.

Non c’è qui l’elezione dalla stirpe e dal paese,

poiché egli è maggiore dei compagni di colui che è più santo dei suoi compagni.

E’ stato detto a Ezechiele: Imprimi il sigillo nel mezzo degli occhi (cfr Ap 7, 2; 9, 4?):

Questo è il mistero che l’angelo ha segnato col sigillo nella parte superiore della casa,  dove  è stato compiuto quel mistero.

Non allontano i peccatori, se si avvicinano alla santità.

 

Seconda lettura

     Rm 8, 22-27

 Dal Trattato La somiglianza della carne di peccato

di Eutropio presbitero (fine 4 secolo) (PLS 1, 550-551)  

       Ma ora riferirò le parole della sua preghiera: Padre, se è possibile, allontana da me questo calice; però non come voglio io, ma come vuoi tu (Mt 26, 39).

       O preghiere meravigliose e non senza ragione ripetute tre volte! O uomo che non ignora la sua natura né è dimentico della volontà di Dio! O debolezza supplíchevole nel timore e riflessa nella preghiera! Infatti, con la nuova natura, rifiuta la passione e la riceve, la respinge e la conserva;  e non sopporta che venga allontanata la passione che chiese venisse allontanata affinché non patisse. Padre, se è possibile, allontana da me questo calice; però non come voglio io, ma come vuoi tu. Ci viene insegnato che cosa chiedere nelle grandissime prove, perché non sappiamo cosa chiedere come conviene; ma lo Spirito medesimo intercede con gemiti inenarrabili (Rm 8, 26). Chi è quello Spirito? Senza dubbio colui che recitava piangendo in Cristo questa preghiera fino al sudore di sangue, come tramanda Luca. Infatti, le cose che il maestro della vita ha compiuto affinché siano mostrate, sono un esempio divino, benché l’azione, secondo il tempo, appaia umana. Padre, se è possibile, allontana da me questo calice; però non come voglio io, ma come vuoi tu. Osserva, ti prego, con più attenzione, come il Signore, mentre discolpa la nostra umanità davanti a Dio Padre, la innalza, mentre la innalza, la riconduce anche a Dio; il Padre, tuttavia, lo guidò nella volontà paterna proprio quando lo confortò fino alla richiesta che il calice venisse allontanato, e così diventò assertore dell’umana ambasceria per essere servitore del sacramento divino.

Vangelo

     Gv 7, 37-39

 Dalle Lettere festali di Atanasio di Alessandria

(n. 295 ca., + 373) (Lett. 7, 5. 7: PG 26, 1393-1394)

E li invita a sé dicendo: La Sapienza si è costruita la casa e l’ha sorretta con sette colonne. Ha immolato le sue vittime, ha mescolato nelle idrie il suo vino e ha imbandito la sua tavola. Ha mandato i suoi servi a chiamare a voce alta alle idrie dicendo: ‘Chi è stolto si diriga verso di me’. E a chi è privo di senno dice: ‘Venite, mangiate il mio pane e bevete il vino che vi ho preparato’ (Pr 9, 1-5). Quale speranza è dunque rimasta loro? Abbandonate la stoltezza affinché viviate; cercate la prudenza affinché siate longevi (Pr 9, 6). Infatti il pane della sapienza è il frutto della vita, come dice lo stesso Signore: Io sono il pane vivo disceso dal cielo: chi avrà mangiato di questo pane, vivrà in eterno (Gv 6, 51).  Fu infatti un cibo delicato e una manna mirabile, mentre Israele lo mangiava; che ciò nonostante morì, poiché quel cibo non era mai per la vita eterna per colui che lo mangiava. Infatti veramente tutta quella moltitudine fu estinta nel deserto. Il Signore invece insegna dicendo: Io sono il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato manna nel deserto e sono morti. Questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia (Gv 6, 48-50).

Stando così le cose, anche noi, fratelli miei, dobbiamo mortificare in terra le membra e alimentarci del pane vivo, con fede e carità verso Dio, dal momento che sappiamo come senza fede è impossibile partecipare di questo pane. Lo stesso nostro Salvatore, nel tempo in cui chiamava tutti a sé, ha detto: Se qualcuno ha sete, venga a me e beva (Gv 7, 37). E subito portò il ricordo della fede, senza la quale nessuno deve ricevere questo nutrimento, e: Chi crede in me, come dice la Scrittura, fiumi di acqua viva sgorgheranno dal suo seno (Gv 7, 38). Per questo egli alimentava sempre con le sue parole i discepoli, cioè i credenti, e conferiva loro la vita con la vicinanza della sua divinità.

 

Dal trattato Sulla Trinità di Didimo il Cieco

(n. 313 ca., + 398 ca.) (Lib. 2, cap. 14: PG 39, 716-717)

Dunque Isaia, a quanti non credono allo Spirito Santo e che per questo non avranno l’eredità futura, grida di nuovo: C’è un’eredità per coloro che onorano il Signore, e voi sarete giusti, dice il Signore. O voi assetati venite all’acqua, e voi che non avete denaro, andando comprate, e mangiate senza denaro e senza spesa vino e grasso (Is 54, 17; 55, 1). Ha chiamato acqua lo Spirito Santo e piscine le sue sorgenti. Per vino e grasso venivano allora indicate le cose dell’offerta giudaica, mentre adesso l’immortale comunione al corpo e al sangue del Signore, che appunto compriamo contemporaneamente insieme con la rinnovazione, spendendo non l’argento, ma la fede, e ricevendolo appunto nello stesso tempo anche in dono. Il fatto che chiami acque lo Spirito Santo e che inoltre indichi il suo battesimo, lo attesta anche Giovanni dicendo per mezzo  del Salvatore: Chi crede in me, come dice la Scrittura; fiumi di acqua viva sgorgheranno dal suo seno (Gv 7, 38). E subito aggiunge al discorso: Questo egli disse riferendosi allo Spirito che i credenti avrebbero ricevuto (Gv 7, 39).

Che poi veniamo giustificati anche gratuitamente per l’eccedente bontà della Trinità, benché indegni, lo mostra il discorso di Paolo ai romani: Tutti infatti hanno peccato, dice, e sono privi della gloria di Dio, giustificati gratuitamente per la sua grazia, in virtù della redenzione che è in Cristo Gesù (Rm 3, 23-24). Proclamando beati quelli che sono stati fatti degni di questa grazia, il Signore diceva ai discepoli presso Luca: Beati gli occhi che vedono ciò che voi vedete. Vi dico infatti che molti profeti e re vollero vedere ciò che voi vedete, ma non lo videro, e udire ciò che voi udite, ma non l’udirono (Lc 10, 23-24). Noi invece, gli spirituali, non solo vediamo e udiamo quelle realtà, ma anche gratuitamente veniamo illuminati dal santo Spirito e ne godiamo, parteci­pando al corpo di Cristo e gustando la fonte immortale.

 

Dal trattato De vita in Christo, IV, di Nicola Cabasilas

Vigilia di Pentecoste. Si accentua il clima di attesa dello Spirito ormai imminente. La rivelazione che Dio ha dato progressivamente di sé, espandendosi nella creazione e traboccando nell’incarnazione, sta per compiersi nella venuta dello Spirito: il mistero della salvezza ha qui il suo culmine. La Pentecoste non continua l’incarnazione, ma ne consegue: lo Spirito che viene nel mondo e anima di sé la Chiesa, creata dal sangue di Cristo glorificato, è una nuova creazione: “Cristo non ricrea con la stessa materia con la quale ha creato in origine: allora ha adoperato la polvere della terra, oggi fa appello alla sua propria carne; egli rinnova in noi la vita non riformando un principio vitale che egli manterrebbe nell’ordine naturale, ma spargendo il suo sangue nel cuore dei comunicanti per farvi germogliare la sua vita. Allora aveva soffiato un alito di vita, adesso ci comunica il suo stesso Spirito”.

 

MESSA DEL GIORNO

Prima lettura

At 2, 1-11

 Dal trattato Il catechizzare i semplici di Agostino di Ippona

(n. 354, + 430) (23, 41: CCL 46, 165-166)

     Quindi incoraggiati i discepoli, dopo essere rimasto con loro per quaranta giorni (cfr At 1, 3), mentre questi stessi guardavano ascese in cielo (cfr At 1, 9);  trascorsi cinquanta giorni dalla risurrezione mandò loro lo Spirito Santo (cfr At 2, 1), affinché, diffusa la carità nei loro cuori per mezzo di esso (cfr Rm 5, 5), potessero adempiere la legge non solo senza fatica, ma anche con gioia. Questa legge fu data ai giudei in dieci comandamenti, ciò che chiamano Decalogo. Questi comandamenti si riducono a due, che amiamo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta la mente; e che amiamo il prossimo come noi stessi (cfr Mt 22, 37. 39). Infatti, che da questi due comandamenti dipendano tutta la legge e i profeti (cfr Mt 22, 40), fu il Signore stesso a dirlo nel vangelo e a manifestarlo col suo esempio. Infatti anche il popolo d’Israele, dal giorno in cui celebrò la prima Pasqua simbolica (cfr Es 12, 1 ss), uccidendo e mangiando l’agnello (cfr Es 12, 4), col cui sangue furono segnati gli stipiti (cfr Es 12, 7) a difesa della incolumità, da quel giorno stesso (cfr Es 12, 3; 19, 1), dunque, si compì il cinquantesimo giorno,  e il popolo ricevette la legge scritta dal dito di Dio (cfr Es 31, 18), e con questo nome era indicato lo Spirito Santo: così come dopo la passione e la risurrezione del Signore, che è la vera Pasqua (cfr 1 Cor 5, 7), nel cinquantesimo giorno lo stesso Spirito Santo fu mandato ai discepoli.

 

Dai Discorsi di Agostino di Ippona

(n. 354, + 430) (Disc. 313, 4: PL 46, 869)

     I giudei uccisori di Cristo, in seguito cedettero proprio nel Signore che avevano crocifisso. Infatti, avvenuto in seguito il miracolo con la discesa dello Spirito Santo dal cielo, parlando gli apostoli le lingue di tutte le nazioni (cfr At 2, 1-4), subito pentiti nello stupore dell’improvviso prodigio, convertiti a colui che avevano fatto morire, bevvero da credenti quel sangue che avevano versato da persecutori. 

Seconda lettura

1 Cor 12, 3b-7. 12-13

Dal trattato Esposizioni dei sacramenti mistici o questioni sull’Antico Testamento - Sui Numeri di Isidoro di Siviglia

(+ 636) (Cap. 15, 3. 8. 10: PL 83, 345-347)

Dodici esploratori vengono mandati nella terra santa. Viene portato su un legno un grappolo d’uva, e la passione di Cristo è indicata.

Quel grappolo d’uva poi che i due portatori trasportarono appeso, in mezzo al legno della terra della promessa, cosa significa? Questo grappolo d’uva pendente dal legno è certamente Cristo dal legno della croce, promesso salutare alle genti dalla terra di Maria genitrice, effuso dalle viscere secondo la carne della stirpe terrena.

E’ questo il grappolo d’uva che, prodotto in abbondanza per la nostra salvezza, egli versò quale vino del proprio sangue con lo schiacciamento della croce e che diede da bere alla Chiesa quale spremuto calice della sua passione. E’ questo il grappolo d’uva che, da melograno, conseguì per grazia la compagna dell’opera, cioè la nostra madre Chiesa, avente nel suo interno per numero di grani la moltitudine dei popoli, brillante per rossore con il segno del sangue di Cristo, avente anche all’interno grani distinti, come dice l’apostolo: I carismi divisi e i doni dello Spirito Santo distribuiti per grazia (1 Cor 12, 4. 11). Gli increduli, ritenendosi indegni di tutti questi, non meritarono di ricevere la terra della carne di Cristo stillante latte e miele, che ottennero per fede i suoi servi, cioè i popoli cristiani.

Dai Trattati di Leone Magno

(papa 440-461) (Tr. 59, 5: CCL 138 A, 424. 425)

Celebra  solennemente la festa della Pasqua chi opera non con il lievito dell’antica malizia, ma con gli azzimi della sincerità (1 Cor 5, 8), e non vive più nel primo Adamo, ma nel secondo Adamo, cioè divenuto membro del corpo di Cristo, il quale, pur essendo nella forma di Dio, si degnò di diventare forma di schiavo (Fil 2, 6-7), affinché nell’unico mediatore tra Dio e gli uomini, l’uomo Gesù Cristo (1 Tm 2, 5), vi fosse sia la pienezza della maestà divina, sia la verità della natura umana. E se la divinità del Verbo non l’avesse assunta nell’unità della sua persona, non vi sarebbe stata la rigenerazione nell’acqua del battesimo né la redenzione del sangue della passione. Ma poiché nel sacramento dell’incarnazione di Cristo non riceviamo niente di falso, niente di simbolico, noi non crediamo invano e di essere morti con lui che moriva, e  risorti con lui che risorgeva, rimanendo in noi egli stesso che opera tutto in tutti (1 Cor 12, 6), che vive e regna con il Padre e con lo Spirito Santo nei secoli dei secoli. Amen.

Vangelo

Gv 20, 19-23

Dalle Omelie di Pietro Crisologo di Ravenna

(n. 380 ca., + probabilmente 450) (Om. 84, 9: CCL 24a, 522-523)

     Venne, dice, Gesù, stette in mezzo a loro, e mostrò loro le mani e il costato (Gv 20, 19. 20). Infatti, colui che era entrato a porte chiuse e giustamente era stato creduto un fantasma dai discepoli, non diversamente poteva provare se stesso a coloro che così dubitavano se non con la stessa passione del corpo, con gli stessi segni delle ferite. E poi venne e disse a Tommaso: Metti dentro il tuo dito e vedi le mie mani e metti la tua mano nel mio costato (Gv 20, 27), affinché queste ferite, mentre tu le apri di nuovo, effondano la fede in tutto il mondo, esse che hanno già effuso acqua per il lavacro e sangue a prezzo degli uomini.

     Rispose Tommaso: ‘Mio Signore e mio Dio’ (Gv 20, 28)! Vengano, ascoltino gli eretici e, come disse il Signore (cfr Gv 20, 27), non siano increduli, ma fedeli. Ecco, non solo il corpo umano, ma le penalissime sofferenze del corpo manifestano, mentre Tommaso lo   proclama a gran voce, che Cristo  è Dio e Signore.

     E veramente è Dio colui che vive dalla morte, risorge dalla ferita; colui che, avendo sostenuto tante e tali cose, vive e regna, Dio, per tutti i secoli dei secoli. Amen.

Da Il Libro della Passione, di José Miguel Ibaňez Langlois, Ed. Ares, Milano1990, 171

La ferita del costato aperto di Gesù Cristo

è un mistero doloroso ma raggiante di felicità

è un continuo passaggio di angeli e di santi

è la breccia che affranca l’entrata stessa del paradiso

è l’unica ferita eterna perché risusciterà tale e quale

è l’azzurro aperto fra le nubi dell’apocalisse

è l’apriti sesamo dell’ebbrezza dell’eucaristia

è il belvedere dei segreti del sacro cuore

è l’unica finestra autorizzata dallo Spirito Santo

per contemplare la soluzione del problema del male nell’universo

è la bocca di Dio che aspira il mondo verso il suo interno

è la fessura della roccia in cui vive la colomba mistica, la Chiesa,

che spiccherà il volo nel segnale di Pentecoste.


 

 

SANTISSIMA TRINITA’

(Domenica dopo Pentecoste)

  Anno A

 

Prima lettura

Es 34, 4b-6. 8-9

Dal trattato Su Caino e Abele di Cipriano di Cartagine

(n. 200-210, + 258) (Lib. 2, 3, 11: CSEL 321, 387-388)

II prezzo del nostro riscatto è il sangue di Cristo. Perciò anche l’apostolo Pietro dice: Non con l’oro o con l’argento siete stati riscattati, ma con il sangue prezioso (1 Pt 1, 18-19). E Paolo dice: Siete stati comprati a caro prezzo: non vogliate diventare servi degli uomini (1 Cor 7, 23).  Dunque colui che, atteso per la salvezza di tutti, venne per me, generato nel grembo di una vergine, per me fu immolato, per me sperimentò la morte, per me risorse. In lui si compì la redenzione di tutti gli uomini, ottenne la loro risurrezione. Lui è il vero levita, lui ha fatto sì che noi aderiamo a Dio come leviti e rivolgiamo a lui preghiere continue, speriamo da lui la salvezza, fuggiamo le occupazioni terrene, siamo considerati proprietà di Dio, come è scritto: O Signore, possiedici (Es 34, 9). Vero possesso è solo quello che, non esposto ad alcuna tempesta, produce i frutti della grazia eterna. Levita è colui che riscatta, poiché l’uomo sapiente è riscatto per lo stolto: egli, come un medico, cura l’animo malato dello stolto e somministra alla mente farmaci di più salda prudenza, imitando quel medico che è venuto dal cielo per indicare agli uomini le vie della saggezza e rivelare ai piccoli i sentieri della sapienza (cfr Sal 19, 8; Mt 11, 25; Lc 19, 10).

Seconda lettura

     2 Cor 13, 11-13

Dal trattato Lo Spirito Santo di Ambrogio di Milano

(n. 339 o 337, + 397) (Lib. 1, 12. 128: CSEL 79, 70-71)

     Dell’amore è stato detto: L’amore del Signore nostro Gesù Cristo e l’amore di Dio (2 Cor 13, 13). Noi abbiamo ricevuto l’amore del Padre. Il medesimo amore del Padre è anche del Figlio. Egli stesso dice: Chi ama me, è amato dal Padre mio, e io lo amerò (Gv 14, 21). Qual è, dunque, l’amore del Figlio, se non quello con cui si offrì per noi (cfr Ef 5, 2; Eb 9, 14; ecc) e ci redense con il suo sangue? Bene, lo stesso amore si trova anche nel Padre, perché sta scritto: Dio amò il mondo in modo tale da dare il suo proprio Figlio (Gv 3, 16).  Dunque, il Padre consegna il Figlio e il Figlio consegna se stesso. Viene conservato l’amore e non viene offesa la devozione filiale. Non vi è, infatti, nessuna offesa alla devozione là dove non c’è nessuno sforzo nell’offerta: il Padre offrì colui che voleva essere offerto, offrì colui che si offriva; il Padre offrì il Figlio non certo alla pena, ma alla grazia. Se tu esamini il merito del fatto, domandane il significato al vocabolo che esprime la devozione. Lo strumento dell’elezione (At 9, 15) mostrò con chiarezza questa unità dell’amore divino, poichè e il Padre offrì il Figlio e il Figlio offrì se stesso. Il Padre lo offrì, perché non risparmiò il proprio Figlio, ma lo offrì per noi (Rm 8, 32). Anche a proposito del Figlio l’apostolo disse: Colui che si offrì per me (Gal 2, 20). Disse: Si offrì. Se alla grazia, perché contesto? Se alla offesa, ancora maggiore è il mio debito.

     Ma come il Padre offrì il Figlio e il Figlio offrì se stesso, impara che anche lo Spirito lo offrì. E’ stato scritto: Allora Gesù fu condotto nel deserto dallo Spirito, perché fosse tentato dal diavolo (Mt 4, 1). Dunque, anche lo Spirito, che pure lo amava, offrì il Figlio di Dio. Come, infatti, uno è l’amore del Padre e del Figlio, così questo amore di Dio viene effuso ad opera  dello Spirito Santo e è frutto dello Spitito Santo, perché frutto dello Spirito sono l’amore, la gioia, la pace, la pazienza (Gal 5, 22).

Vangelo

     Gv 3, 16-18

Dal trattato Interpretazione sulla Lettera ai Romani

di Cirillo di Alessandria (n. 370-380, + 444) (PG 74, 853-856)

Accoglietevi perciò gli uni gli altri, come anche Cristo accolse voi per la gloria di Dio (Rm 15, 7). Ora ci accoglieremo gli uni gli altri se vorremo nutrire gli stessi sentimenti portando parimenti gli uni i pesi degli altri (cfr Gal 6, 2) e conservando l’unità di spirito nel vincolo della pace (cfr Ef 4, 3). Così ci accolse anche Dio in Cristo. E infatti è verace l’evangelista nel dire che il mondo è stato così amato da Dio e Padre, che è stato dato per noi anche lo stesso Figlio (cfr Gv 3, 16). Infatti è stato dato come prezzo del riscatto della vita di tutti noi, abbiamo avuto la riconciliazione dalla morte (cfr 1 Gv 3, 14) e siamo stati redenti dalla morte e dal peccato.

E’ venuto in questo mondo nella carne, non tuttavia per essere più servito, come dice egli stesso, ma per servire e dare la sua anima come redenzione per molti (cfr Mt 20, 28).

Da Il mistero del sangue di Cristo di Maria Antonietta Prevedello, a cura di Giulio Martelli, CPPS, I, Primavera Missionaria, Albano Laziale 1983, 22

Ti unirò al Padre e allo Spirito con la forza del sangue. Oh, l’incontro con Gesù! Egli gradisce talmente di ritrovare la sua piccola anima nella materia nella quale si opera la misteriosa transustanziazione, che, avvolgendomi di luce, di sangue e di amore, mi dice: Come in questo mistero tu adori la mia unione alla croce, rappresentata da questa sostanza, così io ti ricambio unendoti realmente a Dio, al mistero della sua Unità. E come il tuo cuore contempla, piangendo e adorando i chiodi spietati che mi hanno straziato le membra, e raccogli con pietà, con desiderio, per riparazione e per impetrazione il sangue che ne esce, così il mio cuore, confortato e sollevato, ti unisce prodigiosamente, con vincoli occulti, inconcepibili al mistero della Trinità. Quante volte tu ripeterai questa unione al mio mistero, altrettante sarai partecipe dei meriti della mia passione e altrettante io ti unirò al Padre e allo Spirito Santo con la forza del mio sangue. Insegna a tutti questo mio desiderio di manifestare il prezzo, i tesori, i prodigi del mio sangue.

 

 

 

 SS. CORPO E SANGUE DI CRISTO

(Domenica dopo la Santissima Trinità)

 Anno A

 

Prima lettura

Dt 8, 2-3. 14b-16a

Dalle Lettere di Barsanufio di Gaza (n. 5 sec., + 550 ca.)

(Lett. 404: SC 451II. II, 468-470)  

Domanda: Come si può ringraziare Dio in modo degno?

Risposta: Se gli uomini, che non sono nulla, concedono a qualcuno fino alla minima cosa o lo traggono da terribili tribolazioni, e questi manifesta gratitudine e annuncia a tutti questo beneficio, quanto più noi, che sempre siamo beneficati da Dio, con quali labbra possiamo ringraziarlo, prima di tutto perché ci ha creati, poi perché ci ha concesso aiuto contro gli avversari, intelligenza del cuore, sanità del corpo, luce degli occhi, soffio di vita e, cosa più grande di tutte, possibilità di penitenza (cfr Eb 12, 7; 2 Pt 3, 9), e il ricevere il suo corpo e sangue in remissione dei peccati (cfr Mt 26, 26-28) e rafforzamento del cuore: Il pane - dice infatti- rafforza il cuore dell’uomo (Sal 104, 15)? E se qualcuno ritiene che ciò sia stato detto riguardo al pane materiale, come mai lo stesso Spirito dice ancora: Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che procede dalla bocca di Dio (Dt 8, 3)? Se per cose materiali e corruttibili gli uomini fanno scambi e ringraziamenti, che cosa possiamo rendere (cfr Sal 116, 12) a colui che si è fatto crocifiggere per noi (cfr 1 Cor 1, 13), se vogliamo anche noi ricambiare? Dobbiamo sopportare fino alla morte a motivo di lui.

Non affaticarti dunque col voler comprendere qual è il ringraziamento dovuto a Dio da parte degli uomini, specialmente dei peccatori: per essi infatti è morto (cfr Rm 5, 6. 8).

 

Dalle Lettere di Barsanufio di Gaza (n. 5 sec., + 550 ca.)

(Lett. 209: SC 427I. II, 652-654)

Richiesta di preghiera e di ammaestramento sulla vita virtuosa.

Il nostro Signore Gesù Cristo, Dio, illumini gli occhi del tuo cuore, figlio desideratissimo e diletto, perché risplenda in essi la luce della santa, sovrana, eterna, consustanziale e vivificante Trinità, perché tu sia guidato a comprendere i suoi ineffabili misteri, a gioire eternamente, a uscire dall’Egitto, a dividere il mare con una verga, a sfuggire alle mani del barbaro faraone (cfr Es 14, 16. 28) e a celebrare una festa per Dio sacrificando e mangiando in santità la Pasqua, arrossando le tue labbra del suo sangue santo e prezioso, cingendo i fianchi, tenendo il bastone con mani pure e i sandali ai piedi sicuri (cfr Es 12, 11). E possa tu essere nutrito con la manna dal cielo per mezzo delle nubi tue conserve (cfr Dt 8, 3-4); e non si logori la tua veste né cresca la capigliatura del tuo capo. Sia purificato il tuo cuore per l’accoglienza della legge del Signore, e frantumerai di mezzo al tuo popolo il vitello di metallo fuso (cfr Es 32, 20), e la terra inghiottirà i tuoi nemici che si oppongono a te. E crederai a Cristo per essere  con-crocifisso e con-morire e essere con-sepolto con lui e con-risuscitato splendidamente (cfr Rm 6, 3-9) e essere con-innalzato da terra gloriosamente e con-vivere eternamente.

 

Seconda lettura 

     1 Cor 10, 16-17

Dal trattato Sulla perfezione e quale debba essere il cristiano al monaco Olimpio

di Gregorio di Nissa

(n. 335 ca., + probabilmente 394) (PG 46, 265-268)

     Il divino apostolo, quando chiama il Signore cibo e bevanda spirituale (cfr 1 Cor 10, 16 ss), tramite tali parole ci propone di considerare questo, che la natura umana non è semplice, ma, poiché l’elemento intelligibile è mescolato al sensibile, esiste un nutrimento appropriato per ciascuno degli elementi che si vedono in noi; il corpo viene nutrito da un cibo sensibile, mentre la vigoria della nostra anima viene prodotta dal nutrimento spirituale. E come nel caso del corpo i cibi solidi e liquidi, mescolandosi insieme, diventano conservativi della natura, giacché tramite una digestione appropriata si uniscono a ciascuno degli elementi di cui siamo composti, allo stesso modo Paolo distingue anche il nutrimento intelligibile, chiamando cibo e bevanda la stessa cosa, secondo che si adatta in modo appropriato al bisogno di coloro che l’ingeriscono. Infatti diventa pane per coloro che sono sfiniti e senza vigore, rafforzando il cuore umano; per coloro invece  che sono affaticati a motivo della tribolazione di questa vita e che per questo sono assetati, diventa vino, infondendo l’allegria nel cuore (cfr Sal 104, 15).

Con quanto è stato detto bisogna pensare alla potenza del Verbo, grazie al quale l’anima si nutre in proporzione al bisogno, ricevendo la sua grazia secondo il detto enigmatico del profeta, che con il luogo del pascolo e con l’acqua del ristoro intende la consolazione (cfr Sal 23, 2) concessa dal Verbo a chi è stanco.

Se poi qualcuno, considerando il mistero, dice che il Signore è giustamente chiamato cibo e bevanda, neppure questo si allontana dal vero significato: infatti la sua carne è veramente cibo e il suo sangue è veramente bevanda (cfr Gv 6, 55).

     Ma circa l’intenzione della prima interpretazione, tutti hanno liberamente la partecipazione del Verbo che, accolto, diventa un cibo e una bevanda gustati senza discriminazione da coloro che lo cercano.  Circa poi l’altra interpretazione, la partecipazione a tale cibo e bevanda non è senza un esame e una discriminazione, giacché l’aposto­lo ha decretato: Ognuno esamini se stesso e poi mangi di quel pane e beva di quel calice. Infatti, chi mangia e beve indegnamente, mangia e beve a sua condanna (1 Cor 11, 28-29). Mi sembra che l’evangelista, guardando a ciò, alluda in modo inequivocabile a questa interpretazione, allorché al tempo della mistica passione quel nobile membro del consiglio, avvolgendo il corpo del Signore in una sindone senza macchia e pura, lo depose in un sepolcro nuovo e puro (cfr Lc 23, 53). Per questo, sia il precetto dell’apostolo sia l’osservazione dell’evangelista sono diventati una legge per tutti noi, di ricevere il santo corpo in una coscienza pura, lavando con l’acqua delle lacrime una macchia di peccato che qualcuno dovesse avere.

Vangelo

     Gv 6, 51-59

Dalle Catechesi mistagogiche di Cirillo di Gerusalemme

(n. 315 ca., + forse 387) (Cat. 4, 3-7: SC 126, 136-142)

Con tutta certezza partecipiamo d’una certa maniera al corpo e al sangue di Cristo. Infatti nella figura del pane ti viene dato il corpo, e nella figura del vino ti viene dato il sangue, affinché, avendo partecipato al corpo e al sangue di Cristo, tu divenga un solo corpo e un solo sangue con il Cristo. Così diventiamo anche dei portatori di Cristo, espandendosi il suo corpo e il suo sangue per le nostre membra. In questo modo, secondo il beato Pietro, diveniamo partecipi della natura divina (2 Pt 1, 4).

Una volta il Cristo, intrattenendosi con i giudei, diceva: Se non mangiate la mia carne e non bevete il mio sangue, non avete la vita in voi (Gv 6, 53). Quelli non intesero in senso spirituale le sue parole e, scandalizzati, si ritirarono dal suo seguito, pensando che il Salvatore li invitasse a un mangiare carnale (cfr Gv 6, 61. 63. 66).

Nell’antico testamento c’erano anche dei pani di proposizione (cfr Lv 24, 5-9); ma questi, essendo dell’antico testamento, hanno avuto fine. Nel nuovo testamento c’è un pane celeste e un calice di salvezza (cfr Gv 6, 50. 51. 58; 1 Cor 10, 16), che santificano l’anima e il corpo. Infatti, come il pane è appropriato al corpo, così anche il Verbo è armonizzato con l’anima.

Non legarti dunque al pane e al vino come a degli alimenti naturali, poiché, secondo la dichiarazione del Signore, essi sono corpo e sangue. Se infatti il senso ti suggerisce questo, la fede te lo assicura. Non giudicare il fatto dal gusto, ma per mezzo della fede convinciti pienamen­te e in modo indubitabile che sei stato giudicato degno del corpo e del sangue del Cristo.

Anche il beato Davide ti spiega la potenza di questi misteri dicendo: Hai preparato davanti a me una mensa di fronte a coloro che mi opprimono (Sal 23, 5). Ciò che vuol dire è questo: Prima della tua venuta, i demoni apprestavano agli uomini una mensa insozza­ta, contaminata (cfr Ml 1, 7. 12), piena della potenza del diavolo; ma dopo la tua venuta, o Signore, hai preparato tu una mensa davanti a me. Quando l’uomo dice a Dio: Hai preparato davanti a me una mensa, cosa vuol significare se non la tavola mistica e spirituale, che Dio ci ha preparato per fronteggiare, cioè di fronte al nemico, come resistenza ai demoni? E molto ragionevolmente. Infatti quella comportava la comunione con i demoni, questa, invece, la comunione con Dio. Hai unto con olio il mio capo (Sal 23, 5). Ti ha unto con olio il capo sulla fronte mediante il sigillo che hai di Dio, affinché tu diventi l’impronta del sigillo, il tempio di Dio (cfr Es 28, 36). E il tuo calice che m’inebria come è eccellente (Sal 22, 5: Vulgata). Vedi qui riportato il calice che Gesù prese tra le mani e rendendo grazie disse: Questo è il mio sangue sparso per molti in remissione dei peccati (Mt 26, 28).

Da “Il sangue di Cristo fonte di spiritualità e di missione” di Beniamino Conti, CPPS (in Achille M. Triacca [a cura],  Il Mistero del sangue di Cristo e la morale, “Sangue e vita” 13, ed. Pia Unione Prez.mo Sangue, Roma 1995, 519-520)

Cosa significa “bere il calice di Gesù”, “bere il sangue di Gesù” o “bere al calice del sangue di Gesù”?

Il quarto vangelo, dopo aver insistito sulla necessità di bere il sangue di Cristo quale condizione per avere la vita (cfr Gv 6, 53), riferisce le seguenti parole di Gesù: Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui (Gv 6, 56). Bere il sangue di Gesù, dunque, significa partecipare intimamente e stabilmente della vita di Gesù, realizzare con lui una comunione interiore di vita, cioè un’alleanza interiore differente dalla comunione di vita che si stabiliva nell’alleanza sinaitica, che era solo esterna e, quindi, imperfetta.

Bere al calice del sangue di Gesù, però, significa anche condividere la vita di Cristo fino alla donazione del sangue; significa impegnarsi a vivere nello stesso amore sacrificale e oblativo di Cristo al Padre per i fratelli. Inoltre, bere insieme il calice del sangue di Gesù significa impegno comune a vivere nella carità di Cristo fino a donare la vita gli uni per gli altri, perché siano riconosciuti come suoi discepoli (cfr Gv 13, 34-35).

Questa intima comunione con la vita di Cristo ha efficacia anche sul corpo: Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna, e io lo risusciterò nell’ultimo giorno (Gv 6, 54). La risurrezione nell’ultimo giorno è la risurrezione della carne. Benché nel testo di Giovanni non sia strettamente connesso l’effetto della risurrezione della carne col mangiare la carne di Cristo e col bere il suo sangue, in Eb 13, 20 si dice chiaramente che il Dio della pace... ha fatto tornare dai morti il pastore grande delle pecore in virtù del sangue di un’alleanza eterna. Troviamo in questa affermazione una teologia molto profonda della risurrezione di Cristo. Se talvolta la risurrezione di Cristo è concepita come un evento che segue la morte di Gesù senza avere con questa un nesso positivo, la Lettera agli Ebrei ci dice chiaramente che la vittoria sulla morte e, quindi, la risurrezione del Cristo è in virtù del sangue di un’alleanza eterna. Questa posizione della Lettera agli Ebrei corrisponde alla presentazione del quarto vangelo, secondo il quale Dio ha glorificato il Cristo non dopo la sua morte, ma già nella sua passione e nella sua morte (cfr Gv 13, 31). La gloria di Gesù è la gloria del buon pastore che, offrendo la sua vita per le pecore (cfr Gv 10, 11. 15), trova la via della risurrezione prima per se stesso (cfr Gv 10, 17) e poi per tutti i credenti in lui (cfr Gv 11, 25). Perciò chi beve il sangue dell’alleanza eterna, non solo condivide l’offerta sacrificale di Gesù, ma anche la sua risurrezione e, quindi, la risurrezione della carne. Bere al calice del sangue di Cristo significa partecipare pienamente al suo mistero pasquale di morte e di risurrezione.

 

 

 

SACRATISSIMO CUORE DI GESU’

(Venerdì dopo la 2 domenica dopo Pentecoste)

 

Anno A

 

Prima lettura

Dt 7, 6-11) 

Seconda lettura

1 Gv 4, 7-16

Dal trattato La Trinità di Agostino di Ippona (n. 354, + 430)

(Lib. 13, 11, 15 : CCL 50a, 401-402)

Ma che significano le parole: Giustificati nel suo sangue (Rm 5, 9)? Qual è, chiedo, la forza di questo sangue, da essere  giustificati in esso i credenti? E che significano queste parole: Riconciliati per mezzo della morte del Figlio suo (Rm 5, 10)? Forse che veramente, essendo Dio Padre adirato contro di noi, vide morire il Figlio suo per noi e placò la sua ira contro di noi? Suo Figlio si era dunque riconciliato con noi fino al punto di degnarsi anche di morire per noi, mentre il Padre restava ancora adirato contro di noi fino al punto di non placarsi, se non nel caso che il Figlio morisse per noi? Ma allora che significa ciò che dice in un altro passo lo stesso dottore dei pagani: Che diremo allora a riguardo di tutto questo? Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? Egli che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha consegnato per tutti noi, come non ci donerà ogni cosa con lui (Rm 8, 31-32)? Se non fosse già stato placato, il Padre, non risparmiando il proprio Figlio, l’avrebbe forse consegnato per noi? Questa affermazione non sembra contraddire la precedente? Secondo la prima, il Figlio muore per noi e il Padre è riconciliato con noi per mezzo della sua morte (cfr Rm 5, 6-10); nella seconda è il Padre che, come se ci avesse amato per primo, lui stesso non risparmia il Figlio a causa di noi, lui stesso per noi lo consegna alla morte (cfr 1 Gv 4, 10; Rm 8, 32). Ma vedo che il Padre ci ha amati anche prima, non solo prima che il Figlio morisse per noi, ma prima che creasse il mondo (cfr 1 Pt 1, 20), secondo la testimonianza dello stesso apostolo che dice: Come in lui ci ha eletti prima ancora della fondazione del mondo (Ef 1, 4). E il Figlio, che il Padre non ha risparmiato, non è stato consegnato per noi, come contro voglia, perché anche di lui è stato detto: Lui che mi ha amato e si è consegnato per me (Gal 2, 20). Dunque tutto ciò che fanno il Padre, il Figlio e lo Spirito di ambedue, lo fanno insieme, ugualmente e in perfetto accordo; tuttavia siamo stati giustificati nel sangue di Cristo, e siamo stati riconciliati con Dio per mezzo della morte del Figlio suo (Rm 5, 9-10).

Vangelo

Mt 11, 25-30

 

Dalla Liturgia di San Basilio tradotta dal copto di Basilio il Grande

(n. 330 ca., + 379) (PG 31, 1677)

Preghiera del rendimento di grazie dopo la comunione.

Sacerdote: Le nostre bocche sono state riempite di gioia e la nostra lingua di esultanza, perché siamo stati fatti partecipi dei tuoi sacramenti immortali, Signore; perché le cose che occhio non vide e orecchio non udì, né cuore umano ha compreso, quelle stesse hai preparato, o Dio, a coloro che amano il tuo nome santo (cfr 1 Cor 2, 9), e le hai rivelate ai piccoli (cfr Mt 11, 25) della tua santa Chiesa. Così, o Padre, è piaciuto davanti a te (cfr Mt 11, 26), perché tu sei misericordioso, e abbiamo mandato a te in alto la gloria, l’onore e l’adorazione, al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo, ora e sempre, eccetera.

 

Dal trattato Ancora della fede di Epifanio di Salamina

(n. 315 ca., + 403) (65: PG 43, 133)

Dio era in Cristo nel riconciliare il mondo a sé, non imputando ad essi le loro colpe (2 Cor 5, 19-20); poiché piacque a lui di fare abitare in Cristo tutta la pienezza, e per mezzo suo riconciliare a sé tutte le cose, facendo pace per virtù del sangue sulla croce (Col 1, 19).

Venne dunque per l’economia della pienezza dei tempi, come fu promesso ad Abramo e agli altri santi, per ricapitolare in lui tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra (Ef 1, 10). Vi era stata rottura e inimicizia nel tempo della pazienza di Dio,  ma egli restituì la concordia nel corpo della sua carne, facendo per mezzo di sé dei due un solo popolo (cfr Ef 2, 14-15). E’ venuta infatti la nostra pace, abbattendo il muro di separazione che era frammezzo, l’inimicizia, annullando per mezzo della sua carne la legge delle prescrizioni con i suoi decreti, per creare dei due un solo uomo nuovo. Comandò poi che i popoli fossero nello stesso corpo e  compartecipi della promessa, dicendo: Venite, voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò (Mt 11, 28).

Dunque, essendo io impotente a motivo della carne, il Salvatore è stato inviato a me nella somiglianza della carne del peccato (Rm 8, 3), compiendo pienamente tale economia, per riscattarmi dalla schiavitù, dalla corruzione, dalla morte; ed egli è diventato per me giustizia, santificazione e redenzione (1 Cor 1, 30). Giustizia, perché con la sua fede ci ha  affrancati dal peccato; santificazione, perché ci ha liberati con l’acqua, con lo Spirito e con la sua parola; redenzione, perché ha dato per me se stesso e il suo sangue come prezzo del riscatto del vero Agnello; propiziatorio, purificazione del mondo, riconciliazione di tutte le cose in cielo e sulla terra, compiendo nei tempi prestabiliti il mistero nascosto prima dei secoli e delle generazioni (Col 1, 20. 26). Egli trasfigurerà  il corpo della nostra miseria affinché diventi conforme alla sua gloria, in virtù del potere con cui può sottomettere a sé tutte le cose (Fil 3, 21), poiché in lui abita corporalmente tutta la pienezza della divinità (Col 2, 9)

  

Dagli Scritti spirituali di san Gaspare del Bufalo (n. 1786, + 1837) “In omnibus divites facti estis in illo”

(III, Roma 1996, 433-434)

 Meditare sulla lanciata al costato

 

Vai infine a meditare sul costato aperto. Oh, arca di salvezza! oh, fornace di carità! oh, centro di consolazioni! Uscì sangue e acqua (Gv 19, 34), il che ricorda il bene dei sacramenti, ma nello stesso tempo la tenerezza dell’amore di Gesù che ci ha amati e ci ha lavati nel suo sangue (Ap 1, 5). Fino all’ultima stilla Gesù ha dato a noi il suo sangue.

L’anima inizia a gustare le vie dell’amore e va dicendo: Il mio diletto per me e io per lui (Ct 2, 16). O cuore del mio Signore! Son venuto ad accendere il fuoco sulla terra (Lc 12, 49).