2 DOMENICA DI PASQUA

3 DOMENICA DI PASQUA

4 DOMENICA DI PASQUA

5 DOMENICA DI PASQUA

6 DOMENICA DI PASQUA

ASCENSIONE DEL SIGNORE

7 DOMENICA DI PASQUA

DOMENICA DI PENTECOSTE

 

 

 

 

 

2 DOMENICA DI PASQUA

 

 

 

 

Prima lettura

At 5, 12-16          

 

 

 

Seconda lettura

Ap 1, 9-11a. 12-13. 17-19

 

 

Dal trattato Annotazioni sull’Apocalisse del beato Giovanni

di Vittorino di Petovio

(+ forse nel 304) (1, 4. 5. 13: PL 5, 317-318)

 

    Grazia a voi e pace da colui che è, che era e che viene (Ap 1, 4).

    E da Gesù Cristo che è il testimone fedele, il primogenito dei morti (Ap 1, 5). Accogliendo in sé l’uomo, Cristo ha reso in lui testimonianza nel mondo e, avendo in lui patito, ci ha riscattati dal peccato con il proprio sangue (cfr ib.); dopo aver sconfitto l’inferno, egli è risuscitato per la prima volta dai morti, e la morte non avrà più potere su di lui (Rm 6, 9): sotto il suo regno, inoltre, il regno del mondo è stato annientato.

    Uno simile a figlio di uomo che camminava in mezzo ai candelabri d’oro (Ap 1, 13). Vuol dire in mezzo alle chiese; la sua antichità è immortalità e origine di grandezza.

    Con indosso un abito lungo fino ai piedi (ib.). Con la veste talare, cioè sacerdotale, è indicata molto chiaramente la carne, la quale si è corrotta alla morte e detiene il sacerdozio per effetto della passione di Cristo.

 

 

 

Vangelo

Gv 20, 19-31

 

Dal trattato Spiegazione del Vangelo concordato  

di Efrem il Siro

(n. 306 ca., + 373) (Cap. 21, 13. 25: CSCO 137, 320. 328-329)

 

Il Signore estese le sue mani sopra il legno della croce per uccidere la morte che c’era mediante il legno. Era appunto conveniente che da quella realtà da cui la carne era stata perforata, dalla stessa venisse sanata, ed era appunto conveniente che colui che si era esaltato, venisse vinto dalla stessa cosa con cui si era esaltato, affinché apparisse la potenza che tutto trasforma. Infatti quella freccia con cui siamo stati feriti, è diventata per noi rimedio di vita, e il giavellotto con cui prevalse il nemico, è diventato per lui tremore e timore, affinché con il veleno con cui è morta la nostra vitalità, con lo stesso morisse anche la morte, nostra assassina. Il Signore assunse e innalzò sul legno la vita di Adamo uccisa mediante il legno, affinché la conducesse, introdu­cesse e facesse abitare sotto le ali dell’albero della vita. Il giorno in cui venne fatta la ferita al Cristo, nello stesso la ferita fu sigillata. Il venerdì che gli infisse i chiodi, lo stesso glieli estrasse, gli tolse i chiodi al di sotto negli inferi. Tra i vivi perforarono il suo costato, tra i morti il suo costato fu sigillato. La ferita che fu sigillata, come fu sciolta dopo dieci giorni ed entrarono in essa le dita (cfr Gv 20, 24-29)?

Essendo morto Adamo a motivo del peccato, era necessario che colui che tolse il peccato togliesse anche la morte. Ma come fu detto ad Adamo: Nel giorno in cui ne mangerai, morirai (Gen 2, 17), e nel giorno in cui ne mangiò non morì, ma ricevette il pegno della morte con lo spoglia­mento della gloria e era continuamente angosciato sulla morte, così noi abbiamo mangiato anche la vita che è di Cristo, cioè il suo corpo al posto del frutto dell’albe­ro, ci è stata fatta la sua mensa al posto del giardino del piacere, ci sono state tolte le maledizioni con il suo sangue giusto, e aspettiamo la speranza per mezzo della speranza della futura risurrezione; e noi appunto cammi­niamo già nella sua vita, poiché questa è diventata un pegno per noi.


 

 

 

3 DOMENICA DI PASQUA

 

 

 

Prima lettura

At 5, 27b-32. 40b-41

 

 

Dal trattato Sull’inizio degli Atti

di Giovanni Crisostomo di Antiochia

(n. 347, + 407) (Om. 4, 8: PG 51, 110)

 

In che modo, dunque, colui che era morto e chiuso nel sepolcro, come tu dici, o giudeo, mostrò anche in quanti furono dopo di loro tanta forza e potenza da persuaderli ad adorare soltanto lui e a preferire il sostenere e sopportare ogni cosa all’abbandonare la fede in lui? Vedi in tutto questo la chiara prova della risurre­zione, mediante i segni di allora e di adesso, mediante la benevolen­za dei discepoli di allora e di adesso, mediante i pericoli nei quali i fedeli versano sempre? Vuoi vedere anche i nemici che temono la sua potenza e virtù e che si agitano molto di più dopo la croce? Ascolta sapientemente anche le cose su di loro. Vedendo infatti i giudei, dice, la franchezza di Pietro e di Giovanni e considerando che erano uomini senza istruzioni e inesperti, rimanevano stupefatti (At 4, 13), e temevano non perché fossero analfabeti, ma perché, essendo analfabeti superavano tutti i sapienti, e vedendo con loro l’uomo che era stato guarito, non avevano nulla per contraddire (At 4, 14), benché prima di questo contraddicessero vedendo i segni che avvenivano.

Come dunque allora non contraddicevano? Frenava la loro lingua la potenza invisibile del Crocifisso: egli chiudeva la loro bocca, egli tratteneva la franchezza; per questo anche stavano non avendo nulla per contraddire. Quando poi proferirono anche delle parole, vedi in che modo confessarono la loro paura. Volete, dicono, far ricadere su di noi il sangue di quest’uomo (At 5, 28)? E infatti, se è un uomo nudo, perché temi il suo sangue? Quanti profeti hai ucciso, quanti giusti hai sgozzato, o giudeo, e né hai avuto paura del loro sangue? Perché dunque temi qui? Veramente il Crocifisso atterriva la loro coscienza e, non potendo nascondere l’angoscia che avevano, confessavano contro voglia la propria debolezza davanti ai nemici. E mentre appunto lo crocifigge­vano, gridavano dicendo: Il suo sangue sopra di noi e sopra i nostri figli (Mt 27, 25). Così disprezzavano il suo sangue. Ma dopo la croce, vedendo la sua risplendente potenza, temono e sono presi dall’angoscia e dicono: Volete far ricadere su di noi il sangue di quest’uomo? Ma se era un seduttore e nemico di Dio, come voi dite, o scellerati giudei, per qual motivo temete il suo sangue? E infatti se era tale, bisognava pure glorificarlo con l’omicidio. Ma poiché non era tale, per questo temono.

 

 

Dal trattato Su undici omelie di Giovanni Crisostomo di Antiochia

(n. 347, + 407) (Om. 7, 5: PG 63, 500)

 

Vedi quanta sia la virtù? come le prove siano una conferma del vangelo? E dicono loro: Non vi avevamo espressamente ordinato di non parlare su questo nome? E volete far ricadere su di noi il sangue di quest’uomo (At 5, 28)? Se è un semplice uomo, cosa temi? ma se è Dio, perché non lo adori? Forse che non gridavi poco fa: Il suo sangue sopra di noi e sopra i nostri figli (Mt 27, 25)? Donde temi il sangue? perché ha agitato la tua mente? non lo hai legato? non lo hai flagellato? non lo hai crocifisso? non lo hai visto morto tirato giù dalla croce? non lo hai visto sepolto e coperto con terra? non hai posto i sigilli al sepolcro? non hai comprato i soldati? non hai sparso la diceria che i discepoli lo avevano rubato? Cosa temi ora? perché hai paura del suo sangue? Vedi la verità risplendente con ogni cosa? Infatti, poiché vedevano che dopo quelle macchinazioni il fatto si divulgava, che gli inizi erano splendidi e più lucenti del sole e che fin dalla stessa partenza avevano mostrato che avrebbero abbracciato tutto il mondo, che l’errore alla fine sarebbe stato respinto e che non si sarebbe potuta sostenere la sua inesprimibile via e potenza, hanno paura, temono gli imprigionati, i condannati, i flagellati, i circondati di macchinazioni, i due ignoranti.

 

 

 

Seconda lettura

Ap 5, 11-14 

 

 

Da “Catechesi sul sangue di Cristo nel Concilio Vaticano II” di Tullio Veglianti, CPPS (in Achille M. Triacca [a cura], Il mistero del sangue di Cristo e la catechesi, “Sangue e vita” 9, ed. Pia Unione Prez.mo Sangue, Roma 1991, 167. 169. 172)

 

La visione della gloria futura che attende coloro che hanno valorizzato l’opera della redenzione, viene presentata dal Vaticano II con l’insegnamento sulle relazioni che intercorrono con i fedeli che hanno già percorso lo stesso cammino. L’unione con la Chiesa del cielo avviene soprattutto nella liturgia:

Sedendo alla destra del Padre Cristo opera continuamente nel mondo per condurre gli uomini alla Chiesa e attraverso di essa congiungerli più strettamente a sé e, col nutrimento del proprio corpo e del proprio sangue, renderli partecipi della sua vita gloriosa (LG n. 48).

La penetrazione spirituale, frutto dell’azione dello Spirito Santo nella Chiesa, ha portato a percepire il legame esistente tra le fondamentali verità della nostra fede: battesimo e martirio, inserzione in Cristo e inserzione nella Chiesa, eucaristia e vita eterna, sacrificio eucaristico e glorificazione. Questo incontro per eccellenza tra Chiesa peregrinante e Chiesa celeste doveva avvenire nell’azione liturgica e soprattutto nella celebrazione eucaristica dove, possedendo la Chiesa peregrinante fin da ora germinalmente la vita del Capo, può unirsi a lui nell’offerta di sé anticipando, mentre in fraterna esultanza cantiamo le lodi della divina maestà, il sacrificio di lode che Cristo offrirà in eterno al Padre come capo di tutta l’umanità in lui ricapitolata. Quello che la Chiesa celebra in terra non è soltanto la rinnovazione del sacrificio storico della cena e della croce, ma è l’incarnazione della liturgia celeste, il riflesso della liturgia del Cristo in perpetua oblazione per gli uomini davanti al Padre.

Il Concilio allarga maggiormente la sua visuale fino ai confini di tutta l’umanità, poiché tutti, di ogni tribù e lingua, di ogni popolo e nazione, redenti nel sangue di Cristo (cfr Ap 5, 9) e radunati in un’unica Chiesa (LG n. 50),  si uniscono a Cristo nella glorificazione della Trinità.

Questo perché l’unione tra Cristo e la Chiesa è basata su di un "patto indissolubile" (cfr LG n. 6), una unione intima e misteriosa, che richiama tutta la forza e l’espressività del patto di sangue.

Così il Concilio, nel descrivere la Chiesa terrestre, ha sentito il bisogno di manifestare la sua coscienza di essere ontologicamente unita alla Chiesa celeste per cui, volendo affermare il suo modo di essere, ha dovuto parlare di quell’impulso vitale che la spinge ad agire in modo tale che tutte le sue attività la portano a vivere per Cristo e, in lui, a tributare a Dio Padre la massima glorificazione. Ebbene, nella pienezza dei tempi tutto questo avrà il suo completamento, quando Cristo apparirà..., lo splendore di Dio illuminerà la Città celeste e la sua lucerna sarà l’Agnello (cfr Ap 21, 23). Allora tutta la Chiesa dei santi con somma felicità di amore adorerà Dio e l’ ‘Agnello che è stato ucciso’ (Ap 5, 12) (LG n. 51).

 

 

Da “Gesù agnello pasquale” di Tommaso Mariani, (in Francesco Vattioni [a cura], Sangue e Antropologia Biblica nella Patristica, 2/I, ed. Pia Unione Prez.mo Sangue, Roma 1982, 235-236)

 

Il sacrificio di Cristo sulla croce è l’evento centrale della storia dell’umanità, che opera una crisi e una divisione tra gli uomini. Il Cristo, portatore di salvezza, diventa il giudice dell’umanità, cosicché è il cardine intorno a cui gira tutta la storia. Il libro dell’Apocalisse considera la storia umana un grande esodo. I cristiani, dopo aver vissuto il loro esodo di conversione, partecipano ad una liturgia perenne. L’affannoso pellegrinare del resto dell’umanità, invece, è sostenuto da un continuo richiamo alla conversione, mediante prove molto simili a quelle dell’esodo di Israele. Il nuovo corso degli eventi parte dalla Pasqua, già celebrata da Cristo sulla croce, una volta per sempre, e cammina verso il banchetto eterno delle nozze (cfr Os 2, 16) dell’Agnello.

Nei cc. 4 e 5 viene descritta una teofania che mostra realizzata, per una parte della comunità, la speranza che ha guidato l’esodo cristiano. Nel cielo si svolge, intorno all’Agnello, una grande liturgia, descritta con elementi desunti dalla tipologia dell’esodo e della Pasqua.

I quattro esseri viventi hanno sei ali, cantano un inno e occupano una posizione intorno al trono molto simile a quella dei cherubini sull’arca. Colui che siede sul trono non regge le tavole di pietra dei comandamenti, ma un libro che solo lui, l’Agnello, la Parola rivelatrice del Padre, potrà aprire dopo averne rotto i sigilli. I quattro viventi e i ventiquattro vegliardi si prostrano ripetutamente innanzi all’Agnello, che con il suo sangue ha riscattato un popolo universale, elevandolo alla dignità di regno sacerdotale (cfr 5, 10). L’agnello sgozzato, che occupa il posto centrale della rivelazione, sta ritto in mezzo al trono con un atteggiamento tipico di giudice, che gli deriva dall’essere stato immolato (cfr 5, 12). Lo stato di immolazione è una nota permanente dell’Agnello, è il motivo fondamentale dell’Apocalisse, indicante il totale dono di sé della vittima e l’effetto salvifico duraturo della sua morte per la Chiesa e per il mondo.

 

 

 

Vangelo

Gv 21, 1-19

 

 

Dal trattato Sul sacerdozio di Giovanni Crisostomo di Antiochia

(n. 347, + 407) (Disc. 2: SC 272, 100-102)

 

E quale guadagno più grande potrebbe esserci, dico, che quello di apparire come colui che fa le cose che Cristo stesso ha detto essere segni dell’amore verso Cristo? Rivolgendosi infatti al principe degli apostoli, dice: Pietro, mi ami? E avendo egli confessato questo, aggiunge: Se mi ami, pascola le mie pecore (Gv 21, 15. 16. 17). Il maestro chiede al discepolo se lo ama non per saperlo egli stesso - come infatti egli che penetra i cuori di tutti? -, ma per insegnare a noi quanto gli prema il governo di queste pecore. Essendo ciò evidente, ancora una cosa sarà ugualmente chiara, che la ricompensa sarà abbondante e inesprimibile per colui che si affatica per queste cose che Cristo apprezza molto. Infatti, se quando noi vediamo alcuni prendersi cura dei nostri domestici o dei nostri armenti, stimiamo come segno di affetto verso di noi la cura verso quelli, pur essendo queste delle cose acquistate tutte con denaro, colui invece che ha riscattato questo gregge non con denaro né con qualcos’altro di simile, ma con la propria morte, e che ha dato il proprio sangue come prezzo del gregge, con quale premio rimunererà coloro che lo governano? Perciò, avendo detto il discepolo: Signore, tu sai che ti amo (Gv 21, 15), e avendo chiamato a testimone dell’amore lo stesso amato, il Salvatore non si fermò a questo, ma aggiunse anche il segno dell’amore. Infatti non voleva dimostrare quanto Pietro lo amasse - e in realtà questo è già noto a noi da molti fatti -, ma quanto egli stesso amasse la sua Chiesa. Volle che Pietro e tutti noi lo imparassimo, affinché anche noi portassimo molta cura intorno a ciò. Perché, infatti, Dio non ha risparmiato il Figlio e Unigenito, ma ha donato quel solo che aveva? Per riconciliare a sé quelli che si trovavano verso di lui in una disposizione ostile e per farne un popolo proprio. Perché ha anche versato il sangue? Per acquistare quelle pecore che ha affidato a Pietro e ai suoi successori.

 


 

 



 

4 DOMENICA DI PASQUA

 

 

 

Prima lettura

At 13, 14. 43-52 

 

 

Dal trattato Sulla Pasqua di Melitone di Sardi

(+ 180 ca.) (n. 103: SC 123, 122)

 

Venite dunque, voi tutte stirpi umane, immerse nei peccati, e ricevete la remissione dei peccati. Io infatti sono la vostra remissione (cfr Ef 1, 7; Col 1, 14), io la Pasqua della salvezza (cfr 1 Cor 5, 7), io l’agnello immolato per voi (cfr Gv 1, 36; Ap 5, 12), io il vostro riscatto (cfr Mt 20, 28; Mc 10, 45; 1 Tm 2, 6; 1 Cor  1, 30; Ef 1, 7; Col 1, 14; Rm 3, 24; Eb 9, 15), io la vostra vita (cfr Gv 1, 4; 6, 33. 35. 48), io la vostra risurrezione (cfr Gv 11, 25), io la vostra luce (cfr Is 49, 6), io la vostra salvezza (cfr ib.).

 

 

 

Seconda lettura

Ap 7, 9. 14b-17

 

Dal trattato Esegesi dell’Apocalisse di Cirillo di Alessandria

(n. 370-380, + 444) (10-11: testo originale inedito)

 

E dopo di ciò egli disse: Vidi una gran folla numerosa che nessuno potrebbe contare, proveniente da ogni popolo, tribù e linguaggio di fronte all’Agnello, che indossava delle stole bianche, e tenevano in mano dei rami di palma, e gridavano a gran voce: ‘La salvezza di Dio sta sul trono con l’Agnello’. E tutti gli angeli stavano di fianco al trono (Ap 7, 9-11).

Qual è questa grande folla se non le anime dei giusti, che piacquero a Dio in ogni stirpe e tribù e lingua, che si prostrano davanti all’Unigenito del Padre, che piantò la sua tenda nella vergine santa Maria, che lo concepì per mezzo dello Spirito Santo in carne? Ed essi lo confessano tutti dicendo: “Gloria a te che siedi sul trono del regno”. E chi è il vescovo che consacrò questi presbiteri di cui abbiamo parlato (cfr Ap 7, 11) se non Dio, che creò il cielo intelligibile e il corpo e il sangue dell’Agnello? Questi sono coloro che li coman­dano reggendo anche noi, affinché comprendiamo la perfezione e la purezza degli ecclesiastici di tutta la conoscenza; la mente e la saggezza provengono dalla conoscenza tutta dell’Agnello, che unì i suoi angeli agli uomini, affinché la gioia della confessione fosse compiuta.

    Rispose - disse - uno dei presbiteri dicendo a me: ‘Chi sono costoro che vestono le stole bianche, e da dove vennero’ (Ap 7, 13)?

O grande meraviglia e miracolo! I cittadini del cielo interrogano i terrestri su un grande concetto. Infatti l’uomo è un animale amante della gloria, e anche amante del comando.

    Dunque - disse - da dove vengono? Egli rispose dicendo: ‘Signore, tu lo sai’. Egli mi disse: ‘Costoro vennero dal grande patimento e lavarono le loro stole e si purificarono col sangue dell’Agnello’ (Ap 7, 14).

Qual è questa grande tribolazione se non le preoc­cupazioni di questo eone pieno di sussulti, che noi tutti abbandoneremo per avvicinarci al trono della grazia e lavare le stole anche noi col sangue dell’Agnel­lo? Cioè, le anime che se andranno da questa vita e si purificheranno per mezzo di colui che purifica ogni malattia, Gesù Cristo, e riceveremo il suo sangue e il suo corpo, che è uscito dal costato destro, quale salvezza per tutto il genere degli uomini.

 

 

Da Con acqua e sangue di Robert J. Schreiter, Pia Unione Prez.mo Sangue, Roma 1989, 149-151

 

Nel brano dell’Ap 7, 9-17 il veggente Giovanni vede una grande folla vestita di abiti lunghi bianchi e che loda l’Agnello. Un anziano, in piedi accanto a lui, gli rivolge due domande: Chi è questa gente? e da dove viene? Giovanni rinvia le domande all’anziano e lo persuade di rispondergli lui: Questi sono coloro che sono passati attraverso la grande tribolazione e hanno lavato le loro vesti rendendole candide col sangue dell’Agnello (Ap 7, 14).

La grande folla, di ogni nazione, razza, popolo e lingua (Ap 7, 9), è la stessa che è stata costituita popolo di Dio per mezzo del sangue dell’Agnello (cfr Ap 5, 9). E’ stata oppressa e perseguitata, sino alla morte, però è sopravvissuta; cioè, non è stata turbata nella propria fede.

Questi sono anche sopravvissuti alla prova, allo stesso modo in cui un atleta sopravvive a una competizione e alla prova di forza. La loro spiritualità della lotta, la loro preghiera che conduceva al sangue (cfr Lc 22, 44), li ha portati al trionfo dell’agnello. I loro abiti sono stati lavati nel sangue dell’Agnello e resi bianchi: il colore della risurrezione. Il sangue dell’Agnello, versato nella violenza, è anche il sangue che supera la violenza e la morte. Come mezzo di comunicazione con Dio, mette il Dio giusto e redentore in contatto col mondo ingiusto e oppressivo là dove il popolo di Dio è stato messo a morte. E’ il sangue che purifica ciò che è stato profanato (cfr Eb 9, 22): in questo caso sono i corpi dei santi, che ora partecipano nello splendore della luce bianca della risurrezione. Il sangue che incorporava la forza vitale di Dio, prevale sulla distruzione e ristabilisce la vita.

L’immagine dei santi che lavano i loro abiti nel sangue dell’Agnello suggerisce che il sangue è diventato una sorgente di acqua vivente, che sgorgando continua a nutrire e a proteggere i santi. Il simbolismo espiatorio, redentivo ed eucaristico del sangue converge nella figura dell’Agnello, che dà la vita. I santi sono purificati dalle indegnità di cui sono colmi, sono protetti da ulteriori danni, perché sono attratti nel circolo della nuova alleanza e sono nutriti dall’Agnello. La visione della sorgente evoca qui la memoria di un’altra visione, quella di Ezechiele 47, 1-13, dove il profeta vide un fiume d’acqua che fluiva dal tempio e trasformava la terra sterile in un paradiso. Tutto questo mostra pienamente il senso della nuova alleanza di Dio, che supera tutte le forze distruggitrici che hanno lacerato la struttura della comunità umana.

Il simbolismo del sangue che protegge, che supera la morte, che purifica e che sostiene la vita, è ora pienamente evidente. Il peso intero di questo significato può essere stimato specialmente da quelli che hanno sofferto la grande prova nel loro corpo. L’Agnello dà a un popolo, di cui corpo e vita sono stati distrutti, una sicurezza che annienta gli orrori che li ha fatti soffrire. Sappiamo che le vittime della violenza dopo l’evento stesso soffrono la scossa di terrore per tanto tempo, perché l’atto di violenza ha sconvolto il senso fondamentale della loro sicurezza. Però l’Agnello ha ristabilito il loro senso di fiducia:

Non avranno più fame, né avranno più sete, né li colpirà il sole, né arsura di sorta, perché l’Agnello, che sta in mezzo al trono, sarà il loro pastore e li guiderà alle fonti delle acque della vita. E Dio tergerà ogni lacrima dai loro occhi (Ap 7, 17).

Proprio questa è la cosa che una spiritualità del sangue di Cristo deve offrire alle vittime della violenza. L’Agnello, che porta ancora le ferite della violenza sul corpo, protegge quelli che sono stati vittime e li conduce all’acqua che dà vita. E così a quelli che vivono secondo questa spiritualità è dato un potente mezzo per contrapporsi agli effetti della violenza e del terrore. Perché quando prendiamo il sangue di Cristo, quando offriamo il calice della sofferenza e della benedizione, quando celebriamo l’alleanza che tiene in unità il mondo, noi diamo a un popolo che lotta la forza vitale di Dio, una forza vitale che lotta con la morte in tutte le forme che essa prende nel nostro mondo. Una spiritualità che comunica a un popolo travagliato questo grande dono di Dio può contribuire tantissimo all’edificazione del corpo di Cristo e alla creazione di un mondo più giusto.

Solidarietà e speranza nel sangue di Cristo: camminare con quelli che soffrono e mai dimenticare la nuova alleanza che ci è offerta come una grande speranza. E’ il cuore della spiritualità del sangue di Cristo.

 

 

 

Vangelo

Gv 10, 27-30

 

 

Dalle Omelie di Pietro Crisologo di Ravenna

(n. 380 ca., + probabilmente 450)

(Om. 40, 4-5: CCL 24, 228. 229)

 

     E’ una potenza certa l’utilità di tanto sangue. Infatti dall’unica morte del pastore scaturì una potenza singolare: il pastore andò incontro alla morte che sovrastava le pecore a vantaggio delle pecore, affinché vincesse il diavolo e, morendo, aprisse alle pecore la strada per vincere la morte.

     Il buon Pastore, allorché diede la vita per le pecore, non le perdette; e conservò le pecore, non le abbandonò; né in questo modo deluse, ma trasformò le pecore che, attraverso campi mortali e vie di morte, chiamò e condusse a pascoli vitali.

     Ma qualcuno dice: Quando ci saranno queste cose?

     Ecco, intanto, le pecore, cioè gli apostoli, i profeti, i martiri e i confessori giacciono sepolti, vengono sparsi in tutto il mondo fatti a pezzi, sono chiusi in tetri sepolcri avvolti di sangue. E chi dubita che risorgano, vivano, che regnino i martiri uccisi, quando Cristo, per loro ucciso, risuscitò, vive e regna?

     Ascolta la voce di questo pastore: Le mie pecore ascoltano la mia voce e mi seguono (Gv 10, 27). E’ necessario che quelle che lo hanno seguito nella morte, lo seguano nella vita; quelle che lo hanno accompagnato nel disprezzo, lo accompagnino nell’onore; e che siano partecipi della gloria quelle che sono state partecipi della sua passione.

     Dove sarò io, dice, là sarà anche il mio servo (Gv 12, 26). Dove? Certo sopra i cieli, dove Cristo siede alla destra di Dio (cfr Col 3, 1). O uomo, non ti turbi la fede, non ti stanchi una speranza più lunga, poiché è sicura per te quella realtà che ti è conservata riposta nello stesso Creatore delle cose.

     Siete morti, dice, e la vostra vita è nascosta in Cristo; quando apparirà Cristo, vostra vita, allora anche voi apparirete con lui nella gloria (Col 3, 3-4). L’agricoltore, lavorando, vedrà nella messe ciò che non vede nel seme; e ciò che piange nel solco, lo godrà nel frutto (cfr Sal 126, 5-6).


 

 

 

 

5 DOMENICA DI PASQUA

 

 

 

Prima lettura

At 14, 21b-27

 

 

Dai Discorsi di Cesario di Arles

(n. 470 ca., + 543) (Disc. 103, 3: CCL 104, 426-427)

 

 Il Signore disse dunque a Mosè: Prendi il bastone e colpisci la roccia perché faccia sgorgare l’acqua per il popolo (Es 17, 5. 6).

Ecco, c’è una roccia e contiene acqua. Ma questa roccia, se non è stata colpita, non contiene affatto acqua; colpita invece genera sorgenti e fiumi come leggiamo nel vangelo: Chi crede in me, fiumi di acqua viva sgorgheranno dalle sue viscere (Gv 7, 38). Cristo infatti, colpito sulla croce, fece scaturire le sorgenti del nuovo testamento: era dunque necessario che egli fosse colpito; se infatti egli non fosse stato colpito e il sangue e l’acqua non fossero sgorgati dal suo fianco, il mondo intero sarebbe morto soffrendo la sete per la parola di Dio.

II popolo bevve dunque dalla pietra e subito attaccò battaglia contro Amalek. Notate fratelli che ognuno, dopo aver bevuto dalla roccia, dopo aver preso i sacramenti di Cristo, deve procedere verso il combattimento. Uno infatti non s’accorgerà del diavolo che combatte contro di lui, fin tanto che vorrà praticare le sue opere; chi invece lo ha abbandonato e ha scelto, bevendo dalla roccia, di seguire Cristo, è costretto a subire l’ostilità di colui al quale ha voluto, con giusta decisione, anteporre Cristo. Pertanto, chiunque si unisce a Cristo si prepari non alle gioie, non ai piaceri, ma al combattimento: poiché tutti quelli che vogliono vivere piamente in Cristo subiscono persecuzioni (2 Tm 3, 12); e ancora: Dobbiamo attraversare molte tribolazioni per entrare nel regno di Dio (At 14, 22).

 

 

 

Seconda lettura

Ap 21, 1-5a

 

Dal trattato Eleganti commenti all’Esodo di Cirillo di Alessandria

(n. 370-380, + 444) (Lib. 2, 2: PG 69, 421)

 

L’inizio di tutte le cose è Cristo (cfr Col 1, 18), dal momento che non è nato recentemente di certo a motivo della generazione da Dio Padre prima dei secoli. Egli stesso santifica appunto tutte le cose secondo il tempo dall’inizio alla fine, ma proprio come la festa nel mese delle cose nuove. Infatti le cose vecchie sono passate, secondo il detto del beato Paolo; ecco, tutte le cose sono diventate nuove (2 Cor 5, 17; cfr Ap 21, 5). E’ rifiorita anche la natura dell’uomo per il fatto che all’inizio fu in Cristo. Nessun’anima di uomo può evadere diversamente il peccato verso la libertà e sfuggire alla tirannide del diavolo, e una città diventare orientata verso l’alto dall’occupazione nel mondo, se non mediante la comunicazione e la benevolenza del Cristo, secondo quanto detto da lui agli insipienti giudei: In verità, in verità vi dico: chiunque commette il peccato è schiavo del peccato. Lo schiavo non resta per sempre nella casa; il figlio vi resta sempre. Se dunque il Figlio vi farà liberi, sarete liberi davvero (Gv 8, 34-36). E di nuovo: In verità, in verità vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita (Gv 6, 53). Della quale vita può essere molto bene in tipo la terra della promessa e verso la quale si affrettavano dall’Egitto.

 

 

 

Vangelo

Gv 13, 31-33a. 34-35

 

 

Dal Commentario sulla Lettera ai Romani

di Giovanni Crisostomo di Antiochia

(n. 347, + 407)  (Om. 7, 7: PG 60, 450)

 

     Vedi a quante cose si sia asservita l’invidia? come abbia riempito l’animo insaziabile del diavolo e gli abbia preparato tanta mensa, e quanta egli ne abbia desiderato vedere? Fuggiamo dunque questo morbo. Infatti non è possibile sfuggire a quel fuoco preparato per il diavolo se non ci liberiamo da questa malattia; e ci libereremo se penseremo a come Cristo ci ha amati e ci ha comandato di amarci gli uni gli altri.

     In che modo dunque ci ha amati? Ha dato il suo sangue prezioso per noi che eravamo nemici e che gli avevamo inferto immense ingiurie. Fai anche tu così verso il fratello; per questo egli dice: Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri come io vi ho amati (Gv 13, 34). Che anzi non si stabilisce su questa misura, poiché egli ha fatto ciò per i nemici.

     Ma non vuoi dare il tuo sangue per il fratello? Perché dunque effondi anche quello di lui, disubbidendo al comandamento in direzione diametralmente opposta? Benché egli abbia fatto non per debito, tu invece, se lo fai, adempi infine il debito. Infatti in tutto ciò che facciamo, lo facciamo adempiendo un debito. Per questo anch’egli diceva: Quando avrete fatto ogni cosa, dite: In realtà abbiamo fatto quanto dovevamo fare (Lc 17, 10). Dunque, benché mostriamo la carità, benché distribuiamo il denaro ai poveri, adempiamo il dovuto; non solo per il fatto che egli ha iniziato a portare, ma anche perché quando noi diamo, distribuiamo le cose sue. Perché dunque ti privi delle cose di cui egli vuole che tu sia padrone? In realtà per questo ti ha comandato di darle a un altro, affinché tu le possieda. Finché infatti le trattieni da solo, neppure tu le hai; quando invece le dài a un altro, allora le hai ricevute anche tu.

     Forse che è qualcosa il fatto che avvenga l’uguale di questo amore? Egli ha sparso il sangue per i nemici, mentre noi non diamo neppure il denaro per il benefattore; egli il proprio sangue, noi neppure il denaro che non è nostro; lui prima di noi, mentre noi neppure dopo di lui; egli per la nostra salvezza, mentre noi neppure per la nostra utilità: infatti a lui non viene nulla dalla nostra benevolenza, ma tutto il guadagno ritorna a noi. In realtà per questo ci si ordina di dare tali cose, affinché non veniamo tagliati fuori da esse.

 

 

 

 

 

 6 DOMENICA DI PASQUA

 

 

 

Prima lettura

At 15, 1-2. 22-29

 

Dal trattato Omelie sui Numeri di Origene di Alessandria

(n. 185 ca., + 253) (Om. 16, 9: GCS 40, 151-153)

 

Il cibarsi del sangue è vietato da Dio con precetti così forti che perfino a noi, chiamati dalle genti, è strettamente comandato di astenerci, così come dalle carni immolate agli idoli, anche dal sangue (At 15, 29).

Ci dicano dunque qual è questo popolo che ha l’usanza di bere il sangue. Anche nel vangelo, ascoltando di tali cose, quelli  dei giudei che seguivano il Signore si scandalizzarono e dissero: Chi può mangiare le carni e bere il sangue (Gv 6, 52)?

Ma il popolo cristiano, il popolo fedele, ascolta tali cose, le abbraccia e segue colui che dice: Se non mangerete la mia carne  e non berrete il mio sangue, non avrete la vita in voi stessi; poiché la mia carne è veramente cibo e il mio sangue è veramente bevanda (Gv 6, 53. 55). 

Certo, colui che diceva queste cose è stato ferito per gli uomini; infatti proprio lui è stato ferito per i nostri peccati (Is 53, 5), come dice Isaia. Del resto si dice che beviamo il sangue di Cristo non solo nel rito dei sacramenti, ma anche quando riceviamo i suoi discorsi, nei quali risiede la vita, come anche egli stesso dice: Le parole che ho detto sono spirito e vita (Gv 6, 63). Dunque è egli stesso un ferito di cui noi beviamo il sangue, cioè riceviamo le parole della sua dottrina. Ma sono non meno feriti anche coloro che ci hanno annunciato la sua parola; dunque, quando leggiamo le loro parole, cioè dei suoi apostoli, e conseguiamo da esse la vita, noi beviamo il sangue dei feriti.

E dunque questo sangue, che viene chiamato uva, è di quell’uva che nasce da quella vite della quale il Salvatore dice: Io sono la vite vera (Gv 15, 1), e i discepoli i tralci (Gv 15, 5). E il Padre è l’agricoltore (Gv 15, 1) che li purifica, affinché portino molto frutto (Gv 15, 8). Sei tu, dunque, il vero popolo d’Israele, tu che sai bere il sangue e hai imparato a mangiare la carne del Verbo di Dio, a bere il sangue del Verbo di Dio, e ad attingere il sangue di quell’uva che proviene dalla  vera vite e da quei tralci che il Padre purifica.

Il frutto di quei tralci si dirà giustamente sangue dei feriti, poiché lo beviamo dalle loro parole e dottrina.

 

 

Seconda lettura

Ap 21, 10-14. 22-23

 

Dal trattato Annotazioni sull’Apocalisse del beato Giovanni

di Vittorino di Petovio

(+ forse nel 304) (21 e 22, 16: PL 5, 343-344)

 

    E la città è a forma di quadrato (Ap 21, 16). La città che Giovanni definisce quadrata, risplende d’oro e di pietre preziose (cfr Ap 21, 18 ss) e ha una piazza santa con un fiume nel mezzo (cfr Ap 22, 1-2); c’è un albero della vita che produce dodici frutti per i dodici mesi (cfr Ap 22, 2); non c’è la luce del sole perché l’Agnello è la sua luce (cfr Ap 22, 5); ognuna delle sue porte è una perla (cfr Ap 21, 21), tre porte su ciascuno dei quattro lati (cfr Ap 21, 13), e non possono essere chiuse (cfr Ap 21, 25). L’albero della vita, sull’una e sull’altra delle sponde (cfr Ap 22, 2), indica la venuta del Cristo secondo la carne; egli, infatti, con la predicazione della parola di Dio, saziò i popoli consumati dalla fame, i quali ricevettero la vita dall’unico albero della croce. E nell’affermare che nella città non c’è bisogno del sole (cfr Ap 22, 5), Giovanni mostra chiaramente che in mezzo ad essa risplende il Creatore come luce immacolata, il cui splendore non potrebbe esser concepito da nessun pensiero né descritto da nessuna lingua.

 

 

 

Vangelo

Gv 14, 23-29

 

Dal trattato Interpretazione sulla prima Lettera ai Corinzi

di Cirillo di Alessandria

(n. 370-380, + 444) (PG 74, 872)

 

     Non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo in noi (1 Cor 6, 19)?

     Infatti ha posto in noi l’adozione a figlio lo Spirito, cioè il Santo, nel quale gridiamo: Abbà, Padre (Rm 8, 15). E siamo anche stati redenti a gran prezzo, avendo posto per noi la sua anima Cristo salvatore di tutti noi (1 Gv 3, 16).

     Pertanto siamo templi del Dio vivente: in realtà abita in noi mediante lo Spirito Santo Cristo, che ha nella propria natura anche il Padre e Dio dal quale è emanato sostanzialmente. Dice infatti egli stesso: Se uno mi ama, custodirà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui (Gv 14, 23).

     Dunque sia assente dalle nostre menti, come dal tempio di Dio, il piacere fetido, ma piuttosto sia presente, come a mo’ di incenso, il buon odore della continenza, e presentiamo i nostri corpi come sacrificio vivente, santo, gradito a Dio, nostro culto razionale (cfr Rm 12, 1). Infatti siamo stati comprati non con i corruttibili argento o oro, ma con il sangue prezioso, secondo quanto sta scritto (cfr 1 Pt 1, 18-19). Perciò serviamo il compratore, presentiamo a lui in obbedienza noi stessi, e le nostre membra strumenti della giustizia per Dio. Infatti sta scritto: Il corpo non è per l’impudicizia, ma per il Signore, e il Signore per il corpo (1 Cor 6, 13). Quando dunque avremo conservato le membra del corpo non aventi l’inquinamento dell’affetto carnale, allora anche il Signore starà nel corpo. In realtà abita nei santi essendo come Dio per natura.

 

 

Dal trattato Omelie sui Salmi di Basilio il Grande

(n. 330 ca., + 379) (Sal 33, 10: PG 29, 376)

 

Cerca la pace e perseguila (Sal 34, 15). Su questa il Signore ha detto: Vi lascio la pace, vi do la mia pace; non come il mondo dà la pace, io la do a voi (Gv 14, 27). Cerca dunque la pace del Signore e perseguila. La perseguirai poi non diversamente del correre secondo uno scopo verso il premio della superna vocazione (cfr Fil 3, 14). Infatti la pace vera è lassù, poiché in tutto il tempo nel quale siamo vincolati alla carne, siamo uniti a molti e a quanti ci procurano della perturbazione. Cerca dunque la pace, cioè la liberazione dai tumulti di questo mondo; prepara una mente calma, un certo stato d’animo tranquillo e imperturbato, che non venga agitato dalle cupidigie e che non venga attratto qui e là da falsi dogmi che invitano per somiglianza all’assenso, per raggiungere quella pace di Dio che supera ogni intelligenza (cfr Fil 4, 7) e che custodisce il tuo cuore. Chi cerca la pace, cerca Cristo, poiché egli è la nostra pace, avendo creato dei due un solo uomo nuovo, facendo la pace (cfr Ef 2, 14), e pacificando per mezzo del sangue della sua croce sia le realtà nei cieli che quelle sulla terra (cfr Col 1, 20).

 

 

 

 

 

ASCENSIONE DEL SIGNORE

 

 

 

Prima lettura

At 1, 1-11

 

 

Dal trattato Sull’Ascensione del Signore nostro Gesù Cristo

di Giovanni Crisostomo di Antiochia

(n. 347, + 407)  (11: PG 52, 783-784)

 

Apparendo loro per quaranta giorni e parlando del regno di Dio. E mentre si trovava a tavola, ordinò loro di non allontanarsi da Gerusalemme, ma di attendere la promessa del Padre, ‘quella che avete udito da me’ (At 1, 3-49). O grande tolleranza del Salvatore! o grande bontà! o ineffabile umanità! Sia, o Signore, che tu abbia vissuto e  mangiato con i discepoli prima della passione; perché hai mangiato insieme dopo la risurrezione? Affinché con queste cose, dice, rendessi sicuro Tommaso dopo la risurrezione. Se infatti dopo che ciò è avvenuto ci sono alcuni che anche adesso non credono alla risurre­zione, se ciò non fosse avvenuto, se non avesse mangiato e bevuto con loro, chi avrebbe frenato le loro bocche scatenate dall’osare di dire qualunqe cosa sull’economia del Salvatore?

Da qui abbiamo imparato a onorare la divina e mistica mensa. Infatti spesso la mensa ha corretto ciò che il discorso non aveva emendato. Spesso migliaia di conciliatori non hanno sciolto neppure una inimicizia, mentre una mensa ha sedato le guerre. Ricevi  l’argomento da quanto è preceduto. Non cessavamo di essere nemici di Dio facendo guerra alla parola divina, come dice Paolo: Essendo nemici, siamo stati riconciliati con Dio per mezzo della morte del Figlio suo (Rm 5, 10). Eravamo nemici. Fu inviata la legge e non ha riconciliato; vennero i profeti e non hanno persuaso; ma rimasero i nemici e gli avversari di Dio. Ci furono molti tiranni contro la verità, molti nemici di Dio contro la religione, molti discorsi, molte dottrine, e non sedarono la guerra. E’ venuto il Cristo, ha stabilito la sua mensa, ha proposto se stesso in cibo e ha detto: Prendete, mangiate (Mt 26, 26), e subito ha sciolto la guerra e ha arrecato la pace. In Egitto flagella i nemici di Dio e nessuno ubbidisce; percuote i tiranni e nessuno dà ascolto. Allora propone se stesso in cibo, e tutti arrossiscono e danno ascolto. Non persuadeva con i flagelli, e persuade mangiando; mangiando, dirò, nella mistica mensa. Dice, infatti: Io sono il pane che è disceso dal cielo e che dà la vita al mondo (Gv 6, 41. 33). E stando a tavola parlava con loro sul regno di Dio.

Seconda lettura

Eb 9, 24-28; 10, 19-23

 

 

Dal trattato Interpretazione sulla Lettera agli Ebrei

di Giovanni Crisostomo di Antiochia

(n. 347, + 407)  (Om. 17, 1. 2. 3: PG 63, 127-131)

 

Cristo infatti non è entrato in un santuario fatto da mani d’uomo, figura di quelli veri, ma nel cielo stesso, per comparire ora al cospetto di Dio in nostro favore; e non per offrire se stesso più volte, come il sommo sacerdote che entra nel Santo dei Santi ogni anno con sangue altrui. Altrimenti egli avrebbe dovuto soffrire più volte dalla fondazione del mondo. Ora invece una volta sola, nella pienezza dei tempi, è apparso per  annullare il peccato mediante il sacrificio di se stesso (Eb 9, 24-26).

Cosa fa Paolo? Come per i sacrifici, così fa anche qui: come infatti là contrappose la morte di Cristo, così anche qui oppone al tempio tutto il cielo. E non ne mostra la differenza solo con questo, ma anche con l’aver aggiunto che il sacerdote qui è diventato più vicino a Dio. Dice infatti: per comparire al cospetto di Dio. Ha fatto una cosa nobile non solo perché avviene in cielo, ma anche per il modo dell’ingresso. Infatti non semplicemente per simboli, come qui, ma vede lì lo stesso Dio. Per comparire, dice, al cospetto di Dio in nostro favore. Cos’è: in nostro favore? Salì, dice, con un sacrificio capace di placare il Padre.

Egli dunque è e vittima e sacerdote. Altrimenti, dice, egli avrebbe dovuto soffrire più volte dalla fondazione del mondo. Qui è velato un mistero, e dice che se fosse stato necessario offrire più volte i sacrifici, sarebbe dovuto pure essere crocifisso più volte. Ora invece una volta sola, nella pienezza dei tempi. Perché: nella pienezza dei tempi? Dopo i molti peccati. Se dunque il sacrificio fosse stato fatto fin dall’inizio e poi nessuno avesse creduto, quanto era dell’economia sarebbe stato inutile: infatti non era necessario che Cristo morisse una seconda volta affinché così si realizzasse ciò che si cercava; quando invece più tardi i peccati erano molti, allora giustamente apparve.

Avendo mostrato che non doveva morire molte volte, ora spiega anche perché è morto una volta sola: perché fu prezzo di redenzione di una sola morte. Dice: E’ stabilito che gli uomini muoiano una volta sola. Questo dunque il: è morto una volta sola, per tutti gli uomini. Dal momento dunque che la morte doveva prendere tutti, per questo morì, per liberare noi.

Così pure Cristo si immolò una volta sola. Da chi fu immolato? Evidentemente da se stesso. Qui lo mostra non solo sacerdote, ma e vittima e sacrificio. Poi aggiunge la causa del: si immolò, e dice: si immolò una volta sola per togliere i peccati di molti. 

Dice: E’ apparso mediante il sacrificio di se stesso, cioè si è manifestato e si è presentato a Dio. Dunque, non perché il sacerdote faceva questo più volte l’anno devi credere che ciò avvenisse semplicemente e non a motivo della debolezza. In realtà, se non per la debolezza, perché avveniva? Non essendoci infatti delle ferite, non c’è più bisogno di prendersi cura con  delle medicine. Per questo, dice, ha comandato che si offrissero sempre sacrifici a motivo della debolezza, e  così si ricordassero  i peccati.

Cosa, dunque? non offriamo anche noi il sacrificio eucaristico ogni giorno? Offriamo appunto, ma facciamo memoria della sua morte; e questa vittima è una, non molte. Come una e non molte? Perché fu offerta una sola volta, come quella nel Santo dei Santi. Questo sacrificio eucaristico è figura di quella vittima sulla croce, e la stessa vittima di quella. Infatti offriamo sempre la stessa, non ora una pecora e domani un’altra, ma sempre la stessa. Per cui uno è il sacrificio. Come dunque, offerto in più luoghi, è un solo corpo, e non molti corpi, così anche un unico sacrificio. Egli è il nostro sommo sacerdote che ha offerto la vittima che ci purifica. Anche ora offriamo quella che fu offerta allora, che non si consuma. Questo si fa in memoria di quel che avvenne allora. Dice infatti: Fate questo in mia memoria (Lc 22, 19). Non un’altra vittima, come allora il sommo sacerdote, ma facciamo sempre la stessa offerta; o, meglio, facciamo memoria del sacrificio.

 

 

 

Vangelo

Lc 24, 46-53

 

 

Dal trattato Storia ecclesiastica e contemplazione mistica

di Germano di Costantinopoli

(n. tra 631-649, + verso 733) (PG 98, 433)

 

Quello poi: Fu inviato uno dei Serafini, e teneva nella mano un carbone che aveva preso con le molle dall’altare (Is 6, 6), indica il sacerdote che tiene il carbone spirituale, Cristo, con le forbici della sua mano nel santo altare, e che santifica e purifica coloro che prendono e partecipano. Infatti Cristo è entrato in un santuario celeste e non costruito da mani d’uomo, e è apparso in gloria alla presenza di Dio e Padre, diventato per noi grande sommo sacerdote che è penetrato nei cieli; e lo abbiamo quale paraclito presso il Padre e propiziazione per i nostri peccati, come colui il cui santo e coeterno corpo e il prezioso sangue, prezzo di redenzione per tutti noi, sono stati preparati per noi, come dice egli stesso: Padre, santifica nel mio nome coloro che mi hai dato, affinché siano anch’essi santificati nella verità; e voglio che dove sono io siano anche loro, affinché contemplino la mia gloria, poiché li ho amati come tu mi hai amato prima della creazione del mondo (Gv 17, 11. 19. 24). Egli stesso ha detto: Questo è il mio corpo, questo è il mio sangue (Lc 22, 19; Mt 26, 28). Egli stesso ha anche comandato agli apostoli, e per mezzo di loro a tutta la Chiesa, di fare questo. Infatti dice: Fate questo in mia memoria (Lc 22, 19). Non avrebbe comandato di fare questo se non avesse dato la forza per poter fare questo. E qual è la domanda? Lo Spirito Santo, la forza che dall’alto fortificò gli apostoli, secondo quanto detto loro dal  Signore: Restate nella città di Gerusalemme finché non siate rivestiti di potenza dall’alto (Lc 24, 49). Questa è  l’opera di quel ritorno: infatti egli, andato una volta per sempre, in seguito non ci ha abbandonati, ma è con noi e lo sarà in perpetuo, in eterno. Questo compie i misteri attraverso le mani e la lingua del sacerdote; e il nostro Signore non solo ci ha mandato lo Spirito Santo affinché rimanga con noi, ma anch’egli ha promesso di restare con noi fino alla consumazione del mondo (Mt 28, 20). Ma il Paraclito è presente invisibile, poiché egli non ha portato un corpo. Il Signore invece e si vede e sopporta il tatto mediante i tremendi e sacri misteri, come colui che ha preso la nostra natura e che la porta nei secoli.

Questa la potenza del sacerdote; questo il sacerdote: infatti, non con l’aver offerto e sacrificato se stesso una volta per sempre, ha cessato con il sacerdozio, ma continua l’ufficio liturgico per noi con questo servizio, per il quale è anche consolatore per noi presso il Padre mediante l’eternità, a motivo della quale gli viene detto: Tu sei sacerdote per sempre (Sal 110, 4). Per questo non vi è alcuna incertezza per i fedeli sulla santificazione dei doni e neppure sugli altri sacramenti, se siano compiuti secondo l’intenzione e le preghiere dei sacerdoti.


 

 

 

 

7 DOMENICA DI PASQUA

 

 

Prima lettura

      At 7, 55-60

 

 

Dal trattato Sul profeta Ezechiele di Girolamo di Stridone

(n. 331 ca. o 347 ca., + 419) (Lib. 13: CCL 75, 638)

 

     Giacomo lo uccise Erode (cfr At 12, 2), e come un capretto senza difetto lo sacrificò il secondo giorno dopo la passione del Salvatore.

Anche Stefano, il primo dei sette scelti per il servizio del Signore (cfr At 6, 5), con la cui sapienza e dottrina nessuno poteva competere (cfr At 6, 10), e che vide il Figlio dell’uomo in piedi alla destra del Padre (cfr At 7, 55) e disse: Signore Gesù, accogli il mio spirito (At 7, 59), fu seppellito dai giudei con pietre (cfr ib.), offerto come vittima. E come l’apostolo nomina certi fra i credenti quali primizie dell’Acaia (cfr 1 Cor 16, 15), così anche questi sono stati primizia dei martiri, che la confessione di Cristo ha poi coronato.

 

 

 

 

Seconda lettura

      Ap 22, 12-14. 16-17. 20

 

 

Dal trattato Sul Simbolo I di Quodvultdeus (+ non oltre il 454)

(6, 5-6: CCL 60, 320-321)

 

Infatti il suo fianco fu trafitto, come dice il vangelo, e subito ne uscì sangue e acqua (cfr Gv 19, 34), che sono i sacramenti gemelli della Chiesa. L’acqua, nella quale la sposa è stata purificata; il sangue, del quale si trova essere dotata. In questo sangue i santi martiri amici dello sposo lavarono le loro vesti, le fecero candide (cfr Ap 22, 14); invitati, vennero alle nozze dell’Agnello, ricevettero il calice dallo sposo, bevvero e gli dettero da bere.

 

 

 

Vangelo

      Gv 17, 20-26

 

Dal trattato Contro Fabiano di Fulgenzio di Ruspe

(n. 467, + 532)

(Frammento 28, lib. 8, 19. 20: CCL 91 A, 814-815)

 

Dal dono dell’amore ci viene concesso di essere nella realtà ciò che nel sacrificio celebriamo misticamente. Appunto quello che dice l’apostolo: Poiché c’è un solo pane, noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo, perciò aggiunse: E tutti partecipiamo dell’unico pane (1 Cor 10, 17).

Ma per chiedere ciò nel momento del sacrificio, abbiamo un saluberrimo esempio del nostro Salvatore, il quale volle che noi, in memoria della sua morte, chiedessimo ciò che egli, il vero sommo sacerdote, prossimo alla morte, chiese per noi, (cioè l’unità: cfr Gv 17, 11. 20-23).

Questo dunque chiediamo per noi quando offriamo il corpo e il sangue di Cristo, ciò che chiese per noi Cristo, quando si degnò di offrire se stesso per noi. Infatti esamina il vangelo e troverai il nostro stesso Redentore, conclusa quella preghiera, entrato nell’orto e subito preso dalle mani dei  giudei. Nondimeno, dopo la cena in cui diede ai discepoli il sacramento del suo corpo e del suo sangue, quella fu la preghiera che il Salvatore recitò per i suoi fedeli; mostrando che noi, nel momento del sacrificio, dobbiamo implorare soprattutto ciò che egli, istituendo la regola di sacrificare, si degnò di chiedere quale sommo sacerdote. Ma ciò che chiediamo, cioè di essere una cosa sola nel Padre e nel Figlio, lo riceviamo per mezzo dell’unità della grazia rituale, che il beato apostolo ordina che sia da noi conservata con cura, quando dice: Sopportandovi a vicenda con amore, attenti a conservare l’unità dello Spirito con il vincolo della pace (Ef 4, 2-3).

 

 

 

 

DOMENICA DI PENTECOSTE

 

 

 

messa vespertina della vigilia

 

 

Prima lettura

     Gen 11, 1-9 

 

Dal trattato Omelie contro i giudei

di Giacomo di Sarug (n. 449, + 521) (PO 38, 188-190)

 

    Se la legge non si spiega spiritualmente, essa non fa che uccidere gli uomini che vi si sottomettono (cfr 2 Cor 3, 6). Essa non avrebbe esigito che tutti i sacrifici di tutta la terra effettivamente fossero ricondotti in una sola città, se non per mostrare che essa era la città del sacrificio supremo, e che in essa, dalle sue macchie, viene puri­ficata l’iniquità del mondo. Egli non avrebbe riunito tutta la terra in una sola città, affinché in essa sola i sacrifici avessero luogo e in nessun modo in un’altra.

     I babilonesi reclamarono che fossero designati con il nome di una sola città (cfr Gen 11, 4), e che non avessero altro paese che quello. Dunque, essi avevano valutato di abitare la terra di Babele, ma il Signore s’irritò contro questo progetto insensato (cfr Gen 11, 5-7). Vedendo che il loro sforzo era loro funesto, egli li disperse (cfr Gen 11, 8-9), affinché una così grande folla non si pressasse in una sola città.

     Se disperse i popoli lontano da Babele, affinché non fossero pressati, perché li riunì a Gerusalemme, per ammas­sarveli? Con il sangue dei sacrifici egli rappresentò l’immagine del delitto del suo Figlio; e a motivo di questo, nel suo luogo, li riunì e li fece venire. Quando con il delitto dell’Unigenito il quadro fu terminato, egli distrusse la città, affinché nessun’altra vittima vi penetrasse. Il Cristo venne, abolì sacrifici e libagioni, e dopo il suo sacrificio nessun altro fu accettato. Fino alla sua venuta, i sacrifici portarono la sua immagine sulla terra; e dopo la sua venuta, immagini e dipinti scomparvero.

 

 

Opp. Es 19, 3-8a. 16-20a

 

Dal trattato La città di Dio di Agostino di Ippona

(n. 354, + 430) (Lib. 17, 5 : CCL 48, 565-566)

 

Che dice dunque costui che è venuto a prostrarsi al sacerdote di Dio e a Dio sacerdote? Accettami in un servizio del tuo sacerdozio per poter mangiare un pane (1 Sam 2, 5). In questo passo il testo indica col sacerdozio il popolo stesso, di cui è sacerdote il mediatore di Dio e degli uomini, l’uomo Cristo Gesù (cfr 1 Tm 2, 5). Soggiungendo: Mangiare un pane, ha espresso con finezza lo stesso tipo di sacrificio di cui afferma il Sacerdote stesso: Il pane che io darò è la mia carne per la vita dell’umanità (Gv 6, 51). Questo è il sacrificio non secondo l’ordine di Aronne, ma secondo l’ordine di Melchisedek (cfr Eb 7, 11). Poiché aveva affermato precedentemente che aveva dato alla casa di Aronne cibi dalle vittime della vecchia alleanza con le parole: Ho dato in cibo alla casa di tuo padre tutti i sacrifici dei figli d’Israele consumati col fuoco (1 Sam 2, 28) (furono questi i sacrifici dei giudei), qui perciò ha detto: Mangiare un pane, che nella nuova alleanza è il sacrificio dei cristiani (Agostino accenna al sacerdozio dei fedeli, già adombrato in Es 19, 6 e perfezionato nel nuovo testamento: cfr 1 Pt 2, 9; Gv 4, 23; Ap 1, 6; 5, 10).

 

 

Opp. Ez 37, 1-14 

 

Dal trattato Catechesi per gli illuminandi

di Cirillo di Gerusalemme

(n. 315 ca., + forse 387) (Cat. 18, 35: PG 33, 1037)

 

Lettura da Ezechiele: E la mano del Signore fu sopra di me e il Signore mi portò fuori in spirito e mi depose nella pianura; e questa era piena di ossa di uomini (Ez 37, 1 ss).

Ci sia permesso di dire anche su di voi: Giubilate, o cieli, ed esulti la terra, perché il Signore ha pietà del suo popolo e consola i poveri del suo popolo (Is 49, 13). Queste cose avverranno per la bontà di Dio, il quale dice a voi. Ecco, dissiperò come nube le tue iniquità, e come caligine i tuoi peccati (Is 44, 22). Dio, essendo ricco di misericordia, per il suo grande amore con il quale ci ha amati, da morti che eravamo per i peccati, ci ha fatti rivivere con Cristo (Ef 2, 4-5). In Cristo abbiamo la redenzione mediante il suo sangue, la remissione dei peccati, secondo la ricchezza della sua grazia (Ef 1, 7).

 

 

 

Opp. Gl 3, 1-5 

 

Dagli Inni di Efrem il Siro

(n. 306 ca., + 373) (Inno 50: PO 30, 230)

 

    Santifichiamo noi stessi, diletti, e avviciniamoci al pane della vita. Non sono infatti gli azzimi del popolo Israele, né l’agnello che fu in Egitto. Non ci avviciniamo alle quaglie, né alla manna che fu nel deserto, né al pane delle offerte, poiché è grandemente più elevato il pane di vita di quei pani delle offerte. Infatti quelli erano segni e immagini delle future realtà. Ora, poiché hanno esaurito i loro tempi, diedero spazio alla nostra verità. Se infatti non fosse venuto il Vero, le iniquità persi­sterebbero, rimarreb­bero. Da quella abolizione conosciamo che la verità le ha    abolite. Non che vogliamo gareggiare con il popolo d’Israele, ma vogliamo ammaestrare i pagani, affinché in questa santità purifichino i propri pensieri, con i quali diventano soci dei profeti.

     In realtà per il fatto che è stato detto: Effonderò dal mio Spirito sugli schiavi e sulle ancelle (Gl 3, 1-2; At 2, 17-18), oggi si sono realizzati gli eventi di quelle cose promesse anticamente. Ormai negli schiavi e nei liberi e nei fanciulli alloggia Dio, poiché colui che è degno della carne, mediante la carne diventa degno del Figlio. Non c’è qui l’elezione dalla stirpe e dal paese, poiché egli è maggiore dei compagni di colui che è più santo dei suoi compagni. E’ stato detto a Ezechiele: Imprimi il sigillo nel mezzo degli occhi (cfr Ap 7, 2; 9, 4?): Questo è il mistero che l’angelo ha segnato col sigillo nella parte superiore della casa, dove è stato compiuto quel mistero.

     Non allontano i peccatori, se si avvicinano alla santità.

 

 

Da “Il sangue di Cristo nella catechesi di Giovanni Paolo II” di Romano Altobelli, CPPS (in Achille M. Triacca [a cura],  Il mistero del sangue di Cristo e la catechesi, “Sangue e vita”  9, ed. Pia Unione Prez.mo Sangue, Roma 1991, 190-191)

 

Sangue e Spirito Santo nella vita spirituale

Il cuore dell’uomo per vari motivi è cuore bisognoso della presenza sanante e fortificante dello Spirito Santo. Il sangue della nuova alleanza non solo gli apre la via perché vi entri, ma vi entra con la potenza dello stesso sangue: “Il Redentore è mandato a trasferire con il proprio sangue (sangue della nuova ed eterna alleanza) la potenza dello Spirito Santo a tutti i ‘cuori spezzati’ ”. Lo Spirito Santo opera nella potenza della redenzione di Cristo, che ci ama con il suo sangue, ci dona l’Amore perché si diventi uomini nuovi. Cristo Redentore è lo Sposo che ama la sua Chiesa e fa di noi un Popolo nuovo: “Il Redentore è Sposo. Egli ci ama e con il suo sangue ‘ha fatto di noi un regno di sacerdoti per il suo Dio e Padre’ ”. La potenza dello Spirito dato con il sangue di Cristo è simboleggiato da quell’unzione che “nella Nuova Alleanza è un segno dello Spirito che opera nella potenza della redenzione di Cristo. Colui che ci ama, ci ha dato l’Amore come Dono, perché possiamo attingere ad esso, divenendo una ‘nuova creazione’: uomini nuovi e nuovo Popolo”.

Il sangue di Cristo è sangue che riconcilia, giustifica l’uomo: Cristo ha redento il mondo con il sacrificio del suo corpo e sangue; ci ha giustificati col suo sangue: questo è l’amore che lo spinge ad andare in cerca della pecora perduta. Egli vuole celebrare la festa con noi e darci il meglio di sé: il suo corpo e il suo sangue.

Il rapporto sangue-Spirito lo abbiamo anche nella coppia sangue-acqua, che sono segno della morte fisica ma anche compimento delle parole di Cristo nella festa dei Tabernacoli: … fiumi d’acqua viva sgorgheranno dal suo seno. ... Questo egli disse riferendosi allo Spirito che avrebbero ricevuto (Gv 7, 38-39). La via allo Spirito di verità è stata aperta “mediante la morte redentrice, confermata dal costato trafitto del Crocifisso. Dal suo cuore, infatti, subito uscì sangue e acqua (Gv 19, 34)”.

Il rapporto stretto tra il sangue di Cristo e lo Spirito Santo è anticipato nelle varie alleanze antiche ed espresso particolarmente nella Pentecoste che è la manifestazione pubblica dell’alleanza stretta tra Dio e l’uomo nel sangue di Cristo. Le alleanze veterotestamentarie erano l’annuncio del patto stretto con l’uomo, in Cristo e nello Spirito come in Ezechiele: porrò il mio spirito dentro di voi (Ez 36, 37). Questo rapporto sangue-Spirito coinvolge direttamente la Chiesa. Infatti “la venuta dello Spirito Santo, come compimento della nuova alleanza ‘nel Sangue di Cristo’, dà inizio al nuovo popolo di Dio. ... La nuova alleanza viene stretta ‘nel sangue di Cristo’. In forza di questo sacrificio redentore, il ‘nuovo Consolatore’ - lo Spirito Santo - viene dato a coloro ‘che sono stati santificati in Cristo Gesù, chiamati ad essere santi’ ” nella Chiesa acquistata dal sangue di Gesù.

Il rapporto tra lo Spirito Santo e il sangue si realizza anche nella vita concreta del cristiano, che ha il compito di operare per il Regno, testimoniare il Vangelo e la redenzione ottenuta con il sangue. “Lo Spirito Santo dimora nella Chiesa ed è lui che fa sì che tutti i credenti operino efficacemente per la venuta del Regno, testimonino la verità del Vangelo e la realtà della redenzione che hanno ricevuto attraverso il sangue della croce”.

 

 

 

Seconda lettura

     Rm 8, 22-27

 

 

Dal Trattato La somiglianza della carne di peccato

di Eutropio presbitero (fine 4 secolo) (PLS 1, 550-551)

 

       Ma ora riferirò le parole della sua preghiera: Padre, se è possibile, allontana da me questo calice; però non come voglio io, ma come vuoi tu (Mt 26, 39).

       O preghiere meravigliose e non senza ragione ripetute tre volte! O uomo che non ignora la sua natura né è dimentico della volontà di Dio! O debolezza supplichevole nel timore e riflessa nella preghiera! Infatti, con la nuova natura, rifiuta la passione e la riceve, la respinge e la conserva; e non sopporta che venga allontanata la passione che chiese venisse allontanata affinché non patisse. Padre, se è possibile, allontana da me questo calice; però non come voglio io, ma come vuoi tu. Ci viene insegnato che cosa chiedere nelle grandissime prove, perché non sappiamo cosa chiedere come conviene; ma lo Spirito medesimo intercede con gemiti inenarrabili (Rm 8, 26). Chi è quello Spirito? Senza dubbio colui che recitava piangendo in Cristo questa preghiera fino al sudore di sangue, come tramanda Luca. Infatti, le cose che il maestro della vita ha compiuto affinché siano mostrate, sono un esempio divino, benché l’azione, secondo il tempo, appaia umana. Padre, se è possibile, allontana da me questo calice; però non come voglio io, ma come vuoi tu. Osserva, ti prego, con più attenzione, come il Signore, mentre discolpa la nostra umanità davanti a Dio Padre, la innalza, mentre la innalza, la riconduce anche a Dio; il Padre, tuttavia, lo guidò nella volontà paterna proprio quando lo confortò fino alla richiesta che il calice venisse allontanato, e così diventò assertore dell’umana ambasceria per essere servitore del sacramento divino.

 

 

 

Vangelo

     Gv 7, 37-39

 

 

Dalle Lettere festali di Atanasio di Alessandria

(n. 295 ca., + 373) (Lett. 7, 5. 7: PG 26, 1393-1394)

 

E li invita a sé dicendo: La Sapienza si è costruita la casa e l’ha sorretta con sette colonne. Ha immolato le sue vittime, ha mescolato nelle idrie il suo vino e ha imbandito la sua tavola. Ha mandato i suoi servi a chiamare a voce alta alle idrie dicendo: Chi è stolto si diriga verso di me. E a chi è privo di senno dice: ‘Venite, mangiate il mio pane e bevete il vino che vi ho preparato’ (Pr 9, 1-5). Quale speranza è dunque rimasta loro? Abbandonate la stoltezza affinché viviate; cercate la prudenza affinché siate longevi (Pr 9, 6). Infatti il pane della sapienza è il frutto della vita, come dice lo stesso Signore: Io sono il pane vivo disceso dal cielo: chi avrà mangiato di questo pane, vivrà in eterno (Gv 6, 51).  Fu infatti un cibo delicato e una manna mirabile, mentre Israele lo mangiava; che ciò nonostante morì, poiché quel cibo non era mai per la vita eterna per colui che lo mangiava. Infatti veramente tutta quella moltitudine fu estinta nel deserto. Il Signore invece insegna dicendo: Io sono il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato manna nel deserto e sono morti. Questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia (Gv 6, 48-50).

Stando così le cose, anche noi, fratelli miei, dobbiamo mortificare in terra le membra e alimentarci del pane vivo, con fede e carità verso Dio, dal momento che sappiamo come senza fede è impossibile partecipare di questo pane. Lo stesso nostro Salvatore, nel tempo in cui chiamava tutti a sé, ha detto: Se qualcuno ha sete, venga a me e beva (Gv 7, 37). E subito portò il ricordo della fede, senza la quale nessuno deve ricevere questo nutrimento, e: Chi crede in me, come dice la Scrittura, fiumi di acqua viva sgorgheranno dal suo seno (Gv 7, 38). Per questo egli alimentava sempre con le sue parole i discepoli, cioè i credenti, e conferiva loro la vita con la vicinanza della sua divinità.

 

Dal trattato Sulla Trinità di Didimo il Cieco

(n. 313 ca., + 398 ca.) (Lib. 2, cap. 14: PG 39, 716-717)

 

Dunque Isaia, a quanti non credono allo Spirito Santo e che per questo non avranno l’eredità futura, grida di nuovo: C’è un’eredità per coloro che onorano il Signore, e voi sarete giusti, dice il Signore. O voi assetati venite all’acqua, e voi che non avete denaro, andando comprate, e mangiate senza denaro e senza spesa vino e grasso (Is 54, 17; 55, 1). Ha chiamato acqua lo Spirito Santo e piscine le sue sorgenti. Per vino e grasso venivano allora indicate le cose dell’offerta giudaica, mentre adesso l’immortale comunione al corpo e al sangue del Signore, che appunto compriamo contemporaneamente insieme con la rinnovazione, spendendo non l’argento, ma la fede, e ricevendolo appunto nello stesso tempo anche in dono. Il fatto che chiami acque lo Spirito Santo e che inoltre indichi il suo battesimo, lo attesta anche Giovanni dicendo per mezzo  del Salvatore: Chi crede in me, come dice la Scrittura; fiumi di acqua viva sgorgheranno dal suo seno (Gv 7, 38). E subito aggiunge al discorso: Questo egli disse riferendosi allo Spirito che i credenti avrebbero ricevuto (Gv 7, 39).

Che poi veniamo giustificati anche gratuitamente per l’eccedente bontà della Trinità, benché indegni, lo mostra il discorso di Paolo ai romani: Tutti infatti hanno peccato, dice, e sono privi della gloria di Dio, giustificati gratuitamente per la sua grazia, in virtù della redenzione che è in Cristo Gesù (Rm 3, 23-24). Proclamando beati quelli che sono stati fatti degni di questa grazia, il Signore diceva ai discepoli presso Luca: Beati gli occhi che vedono ciò che voi vedete. Vi dico infatti che molti profeti e re vollero vedere ciò che voi vedete, ma non lo videro, e udire ciò che voi udite, ma non l’udirono (Lc 10, 23-24). Noi invece, gli spirituali, non solo vediamo e udiamo quelle realtà, ma anche gratuitamente veniamo illuminati dal santo Spirito e ne godiamo, parteci­pando al corpo di Cristo e gustando la fonte immortale.

 

 

Da “Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto” di Ignace de la Potterie, SJ (in Achille M. Triacca [a cura],  Il mistero del Sangue di Cristo e l’esperienza cristiana, “Sangue e vita” 1/I, ed. Pia Unione Prez.mo Sangue, Roma 1987, 19)

 

In Gv 7, 38, Gesù aveva annunciato che fiumi d’acqua viva sarebbero usciti dal suo intimo; e l’evangelista spiega che “diceva questo dello Spirito” (v. 39). Si comprende allora la connessione dei testi di Zaccaria (cfr 12, 10 e 13, 1) con la scena di Gesù in croce: la “sorgente aperta” per gli abitanti di Gerusalemme è il costato aperto di Gesù; le “acque vive che usciranno da Gerusalemme” secondo Zaccaria sono per Giovanni le acque vive che sgorgano dall’intimo di Gesù (cfr Gv 7, 38), che è il nuovo Tempio; queste acque portano a oriente e a occidente purificazione e vita. Abbiamo qui il tema dell’universalismo della salvezza. Ora, secondo l’iscrizione della croce voluta da Pilato, Gesù innalzato era “re dei Giudei” (cfr Gv 19, 19-22); ma questo titolo era scritto “in ebraico, in latino, in greco”, il che vuol dire che la sua regalità messianica veniva proclamata al mondo intero; si verificava così anche l’ultima profezia di Zaccaria, dove non si tratta più del Pastore trafitto, ma del Signore e della regalità universale, al tempo escatologico: “Sarà re su tutta la terra” (14, 9). Un’applicazione a Gesù sulla croce di queste due profezie di Zaccaria (12, 10 e 13, 1) hanno permesso di dare alla scena della trafittura e all’acqua del costato aperto un significato storico-salvifico molto ampio.

 

 

 

Dal trattato De vita in Christo, IV, di Nicola Cabasilas

 

Vigilia di Pentecoste. Si accentua il clima di attesa dello Spirito ormai imminente. La rivelazione che Dio ha dato progressivamente di sé, espandendosi nella creazione e traboccando nell’incarnazione, sta per compiersi nella venuta dello Spirito: il mistero della salvezza ha qui il suo culmine. La Pentecoste non continua l’incarnazione, ma ne consegue: lo Spirito che viene nel mondo e anima di sé la Chiesa, creata dal sangue di Cristo glorificato, è una nuova creazione: “Cristo non ricrea con la stessa materia con la quale ha creato in origine: allora ha adoperato la polvere della terra, oggi fa appello alla sua propria carne; egli rinnova in noi la vita non riformando un principio vitale che egli manterrebbe nell’ordine naturale, ma spargendo il suo sangue nel cuore dei comunicanti per farvi germogliare la sua vita. Allora aveva soffiato un alito di vita, adesso ci comunica il suo stesso Spirito”.

 

 

 

MESSA DEL GIORNO

 

 

Prima lettura

At 2, 1-11

 

 

Dal trattato Il catechizzare i semplici di Agostino di Ippona

(n. 354, + 430) (23, 41: CCL 46, 165-166)

 

     Quindi incoraggiati i discepoli, dopo essere rimasto con loro per quaranta giorni (cfr At 1, 3), mentre questi stessi guardavano ascese in cielo (cfr At 1, 9);  trascorsi cinquanta giorni dalla risurrezione mandò loro lo Spirito Santo (cfr At 2, 1), affinché, diffusa la carità nei loro cuori per mezzo di esso (cfr Rm 5, 5), potessero adempiere la legge non solo senza fatica, ma anche con gioia. Questa legge fu data ai giudei in dieci comandamenti, ciò che chiamano Decalogo. Questi comandamenti si riducono a due, che amiamo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta la mente; e che amiamo il prossimo come noi stessi (cfr Mt 22, 37. 39). Infatti, che da questi due comandamenti dipendano tutta la legge e i profeti (cfr Mt 22, 40), fu il Signore stesso a dirlo nel vangelo e a manifestarlo col suo esempio. Infatti anche il popolo d’Israele, dal giorno in cui celebrò la prima Pasqua simbolica (cfr Es 12, 1 ss), uccidendo e mangiando l’agnello (cfr Es 12, 4), col cui sangue furono segnati gli stipiti (cfr Es 12, 7) a difesa della incolumità, da quel giorno stesso (cfr Es 12, 3; 19, 1), dunque, si compì il cinquantesimo giorno, e il popolo ricevette la legge scritta dal dito di Dio (cfr Es 31, 18), e con questo nome era indicato lo Spirito Santo: così come dopo la passione e la risurrezione del Signore, che è la vera Pasqua (cfr 1 Cor 5, 7), nel cinquantesimo giorno lo stesso Spirito Santo fu mandato ai discepoli.

 

 

Dai Discorsi di Agostino di Ippona (n. 354, + 430)

(Disc. 313, 4: PL 46, 869)

 

     I giudei uccisori di Cristo, in seguito credettero proprio nel Signore che avevano crocifisso. Infatti, avvenuto in seguito il miracolo con la discesa dello Spirito Santo dal cielo, parlando gli apostoli le lingue di tutte le nazioni (cfr At 2, 1-4), subito pentiti nello stupore dell’improvviso prodigio, convertiti a colui che avevano fatto morire, bevvero da credenti quel sangue che avevano versato da peccatori.

 

Seconda lettura

Rm 8, 8-17

 

Dal trattato Lo Spirito Santo di Ambrogio di Milano

(n. 339 o 337, + 397) (Lib. 3, 11. 67: CSEL 79, 178-179)

 

       L’evangelista, a proposito dello Spirito Santo, così attesta: Per mezzo dell’acqua e dello Spirito è venuto Cristo Gesù, non solo con l’acqua, ma per mezzo dell’acqua e del sangue e della testimonianza dello Spirito, poiché lo Spirito è verità: tre, dunque, sono i testimoni, lo Spirito, l’acqua e il sangue, e questi tre sono una cosa sola in Cristo Gesù (1 Gv 5, 6-8). Ascolta in qual senso sono testimoni: lo Spirito rinnova la mente, l’acqua serve al lavacro battesimale, il sangue riguarda il prezzo. Lo Spirito ci ha resi per adozione figli di Dio (cfr Rm 8, 15-16), l’onda del sacro fonte battesimale ci ha purificati, il sangue del Signore ci ha redenti (cfr 1 Pt 1, 18-19; Ap 5, 9; ecc.). Otteniamo, dunque, con questo sacramento spirituale, una testimonianza visibile e un’altra invisibile, poiché lo Spirito rende testimonianza al nostro spirito (Rm 8, 16). Sebbene nell’una e nell’altra testimonianza si trovi la pienezza del sacramento, tuttavia le due funzioni sono distinte. E là, dove le funzioni sono distinte, non vi è affatto uguale testimonianza.

 

 

Dal trattato Giacobbe e la vita beata di Ambrogio di Milano

(n. 339 o 337, + 397) (Lib. 1, 6, 20: CSEL 322, 18-19)

 

      Ma dove è stato sovrabbondante il peccato, è stata sovrabbondante anche la grazia (cfr Rm 5, 20). Sei morto al peccato, uomo; dunque la legge non ti è più di ostacolo. Risorgi attraverso la grazia; la legge è stata quindi di aiuto, poiché ha procurato la grazia. Hai ricevuto il pegno dell’amore di Cristo, perché colui che è morto per te è tuo avvocato e tiene in serbo il prezzo del suo sangue, e colui che ha riconciliato il peccatore al Padre, molto più raccomanda l’innocente e protegge chi gli è sottomesso, poiché ha chiamato a sé chi è senza colpa.

      Debitore, dunque, di un beneficio così grande, non dài in contraccambio la tua obbedienza? Ti ha reso erede e ti ha reso coerede, erede di Dio, coerede di Cristo (cfr Rm 8, 17): ha infuso in te lo spirito dell’adozione (cfr Rm 8, 15). Considera queste cose e uniscile non tanto all’obbligo di un debito, quanto alla conservazione del dono ricevuto. Sei coerede di Cristo se soffri, muori, se sei sepolto insieme con Cristo (cfr Rm 6, 4). Prendi su di te le sue sofferenze, per meritare di essere con lui al di sopra delle sofferenze. Guarda come ti ha condonato i peccati precedenti, per fare in modo che non nuocesse il fatto di aver peccato. Guarda come ti esorta a non perdere ciò che hai ricevuto! Vicini sono il traguardo di questa fatica e la corona un premio eterno, tollerabile è la sofferenza, inestimabile la ricompensa. Che cosa ti tormenta? Forse l’avvilimento per la tua umile condizione? Ma ci sarà per te in futuro la gloriosa nobiltà della devozione e della fede. Forse i mezzi troppo scarsi e il tenore di vita troppo modesto? Ma ci sarà per te la ricchezza della ricompensa eterna, in cui non puoi aver bisogno di niente.

 

 

 

Vangelo

      Gv 14, 15-16. 23b-26

 

 

Dal trattato Interpretazione sulla prima Lettera ai Corinzi

di Cirillo di Alessandria (n. 370-380, + 444) (PG 74, 872)

 

     Non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo in voi (1 Cor 6, 19)?

     Infatti ha posto in noi l’adozione a figlio lo Spirito, cioè il Santo, nel quale gridiamo: Abbà, Padre (Rm 8, 15). E siamo anche stati redenti a gran prezzo, avendo posto per noi la sua anima Cristo salvatore di tutti noi (cfr 1 Gv 3, 16).

     Pertanto siamo templi del Dio vivente: in realtà abita in noi mediante lo Spirito Santo Cristo, che ha nella propria natura anche il Padre e Dio dal quale è emanato sostanzialmente. Dice infatti egli stesso: Se uno mi ama, custodirà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui (Gv 14, 23).

            Dunque sia assente dalle nostre menti, come dal tempio di Dio, il piacere fetido, ma piuttosto sia presente, come a mo’ di incenso, il buon odore della continenza, e presentiamo i nostri corpi come sacrificio vivente, santo, gradito a Dio, nostro culto razionale (cfr Rm 12, 1). Infatti siamo stati comprati non con i corruttibili argento o oro, ma con il sangue prezioso, secondo quanto sta scritto (cfr 1 Pt 1, 18-19). Perciò serviamo il compratore, presentiamo a lui in obbedienza noi stessi, e le nostre membra strumenti della giustizia per Dio. Infatti sta scritto: Il corpo non è per l’impudicizia, ma per il Signore, e il Signore per il corpo (1 Cor 6, 13). Quando dunque avremo conservato le membra del corpo non aventi l’inquinamento dell’affetto carnale, allora anche il Signore starà nel corpo. In realtà abita nei santi essendo come Dio per natura.


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ente, se non vi si aggiungono anche le opere buone.